Il sindacalismo di sinistra, in Italia, copia - nei rapporti col partito - il modello laburista con molti anni di ritardo, quando Tony Blair ha compiuto ogni sforzo per riuscire a superarlo, al punto da togliere di mezzo con una modifica statutaria il pesante protettorato del Trade union congress (Tuc). Quanto a Sergio Cofferati, è la prima volta nella lunga storia della Confederazione "rossa" (un tempo socialcomunista ora soltanto post-comunista) che un leader sindacale schiera la propria organizzazione a sostegno di una posizione politica interna al partito in occasione del dibattito congressuale della Quercia. Cioè a sostegno di quel "correntone" (oves et boves et omnia pecora campi) che è tenuto insieme da un solo obiettivo: muovere guerra a Massimo D'Alema e a Piero Fassino, colpevoli di esprimere qualche idea di cambiamento a lungo contrastata dal "signor Cgil". La vicenda è quasi patetica. E rischiosa sul piano politico. Mettiamo il caso che D'Alema riesca a prevalere. In tale circostanza la Cgil farebbe una assai magra figura. La più grande organizzazione del Paese si sarebbe impegnata in prima persona in una battaglia politica all'interno di un partito ormai fatiscente, sempre sull'orlo di portare i libri in tribunale; eppure non sarebbe riuscita, come si era proposta, a fare da supporto al fronte ampio dell'opposizione interna. Non tutto il male viene per nuocere, tuttavia. Se nell'ambito del congresso diessino venisse un contributo a chiarire l'equivoco Cofferati, a recidere la cinghia di trasmissione (alla rovescia) tra partito e sindacato, ne guadagnerebbe il Paese e la sinistra. Verrà pure un giorno in cui Sergio Cofferati sarà chiamato a rispondere dei guasti che la sua direzione ha procurato. Ha voluto approfittare della rendita di posizione che gli assicurava la presenza di un "governo amico" per tentare l'emarginazione non solo della Confindutria, ma anche della Cisl. Così è saltato un corretto rapporto con la principale controparte (cosa avrà mai fatto Antonio D'Amato per essere al centro delle polemiche di Sergio il Terribile?) ed è andata in crisi l'unità sindacale. E la Cgil (a cui va attribuita gran parte della responsabilità della sconfitta elettorale dell'Ulivo) si trova ora schierata con la parte peggiore del partito, quella che non intende affatto rinnovarsi anche a costo di perire. La crisi del sindacato italiano si avverte in modo molto netto. Nel 1994, Cgil, Cisl e Uil approfittarono delle difficoltà dei partiti (dopo il bagno di sangue di Tangentopoli e la sconfitta della "gioiosa macchina da guerra" di Achille Occhetto) e dell'impreparazione della coalizione del Polo, mandata al governo da un pronunciamento inatteso dell'elettorato, per "investire in politica" e divenire "l'azionista di riferimento" dell'Ulivo. Da questo ruolo, tutto sommato comodo, sono state sbalzate dal voto del 13 maggio, dopo che avevano logorato quella prospettiva con le loro mani. Era l'occasione per ricostruire una linea di condotta connotata da forti contenuti sindacali. Invece, la Cgil (il caso dei metalmeccanici è solo l'ultimo esempio) ha pensato bene di ritagliarsi uno spazio (egemone?) all'interno dell'opposizione per guidarla alla riscossa e puntare non già alla ricostruzione di un programma ma al rovesciamento del quadro politico, assunto come obiettivo di breve periodo. E per essere sicuro di continuare a dettare legge, Cofferati tenta persino di condizionare da vicino il prossimo gruppo dirigente dei Ds.
Tutto ciò accade a pochi mesi dall'entrata in vigore dell'euro come moneta unica. Le confederazioni italiane dovrebbero riallocare le loro politiche rivendicative nella prospettiva dell'Unione; invece, continuano a rammendare le solite calze davanti al focolare domestico. Ma è l'insieme dell'esperienza sindacale del Vecchio Continente a lasciar trasparire enormi difficoltà. Vediamo come e perché.
Si dice che l'Europa sia un gigante sul piano economico, ma un nano su quello politico. Volendo dare, in tale contesto, una proporzione alla dimensione sindacale europea si potrebbe evocare l'immagine di un animaletto molto piccolo, simpatico e inoffensivo come il criceto. Parliamo, ovviamente, non delle singole esperienze nazionali, che, nel Vecchio Continente, resistono (come vedremo) meglio che in altre parti del mondo, agli insulti del tempo, agli effetti destabilizzanti della nuova economia, alla sfida della globalizzazione, alla crisi dei grandi modelli di Welfare State, alle trasformazioni della struttura dell'occupazione. Le nostre valutazioni si riferiscono all'identità del sindacato europeo quale componente, insieme ad altri soggetti politici e sociali, dell'assetto di governo dell'Unione. In sostanza, parliamo della Ces (la Confederazione europea dei sindacati) a cui aderiscono organizzazioni rappresentative di 52 milioni di iscritti in tutti i Paesi europei. La Ces, fin dagli anni Settanta, ha ampliato le sue competenze, affiliando nuove organizzazioni e costruendo un riferimento unitario per i diversi sindacati europei, sulla base di una precisa scelta: nessuna discriminazione in ragione dell'appartenenza alle centrali internazionali, la Cisl e la Fsm. Allora, la collocazione internazionale era un segno distintivo forte. La Confederazione dei sindacati liberi raccoglieva le organizzazioni del mondo occidentale (salvo quelle di osservanza comunista); la Federazione sindacale mondiale era di stretta osservanza sovietica. Poi, dopo che nel Congresso del 1991, le Federazioni industriali europee erano entrate a far parte della Confederazione, l'esecutivo Ces ha approvato, tra il 1995 e il 1996, l'ammissione di dodici confederazioni sindacali di sei Paesi dell'Europa centrale e orientale e il conferimento della posizione di osservatori ad altre quattro. Tutti i sindacati importanti - eccezion fatta per la Cgt francese che pure ha presentato domanda di adesione - sono ormai aderenti alla Ces, la quale, tuttavia, non ha nessun potere diretto sui singoli membri e quindi la sua attività dipende dalle deleghe attribuite dalle organizzazioni affiliate. A questo proposito, va ricordato che gli Stati hanno delegato alla Ue una parte della loro sovranità assai più consistente di quella che i sindacati nazionali (orientati a muoversi ciascuno nel suo ambito) hanno conferito alla Ces. Così, la centrale sindacale europea finisce per svolgere compiti negoziali e di gruppo di pressione nei confronti della Commissione e delle altre istituzioni. L'azione della Ces risente poi di ulteriori limiti. Innanzi tutto, di una scarsa autonomia finanziaria che la porta a dipendere dagli aiuti, diretti e indiretti, della Ue e che la espone ai cambiamenti di indirizzo politico dei governi. Inoltre, è assai difficile stabilire, a livello europeo, un dialogo proficuo con l'Unice (l'organizzazione degli imprenditori), la quale sembra assai poco interessata a darsi una dimensione europea. Infine, vi è il problema della diversità dei sistemi di contrattazione e delle strutture retributive: un vero e proprio puzzle in cui nessuno dei singoli pezzi è in grado di incastrarsi con gli altri. Le politiche sindacali dei singoli Stati, dunque, continuano a girare su se stesse, a seguire regole e pratiche consuete, sostanzialmente decentrate, mentre l'economia tende sempre più a integrarsi, sotto la spinta potente della moneta unica; e le stesse politiche nazionali di contrattazione collettiva si muovono all'interno delle grandi coordinate sancite dal patto di stabilità. Il contratto europeo rimane una suggestione, un tema da tavole rotonde, perché non può essere un livello aggiuntivo, sovraordinato al mantenimento degli assetti nazionali, ma deve poter svolgere una funzione in parte sostitutiva. E quindi mettere in causa le strutture nazionali della contrattazione collettiva.
Su questo piano inclinato, però, subentra la concreta impossibilità di trovare un massimo comune divisore tra le condizioni economiche, di lavoro e di vita dei quindici Paesi. Quelli forti, ricchi e strutturati temono che un'eventuale reductio ad unum sul piano europeo comporti necessariamente dei passi indietro rispetto ai loro standard; quelli meno sviluppati e organizzati non intendono perdere i loro vantaggi competitivi, vedendosi attribuire modelli e regole che non sono in grado di permettersi. Non è un caso, ad esempio, che il tentativo di omogeneizzazione delle politiche fiscali, voluto dai Paesi più forti, sia sostanzialmente fallito perché non suscitava l'interesse di quelli più deboli.
Va da sé che l'ambito di intervento del sindacalismo è in larga misura definito dai confini della dimensione sociale, che, nel divenire della Ue, è rimasta la "sorellastra" umiliata e vilipesa della integrazione dell'economia. In altre parole, se la dimensione sociale è scarsamente sviluppata, nella complessità di regole, protagonismi e comportamenti che la definiscono, nessun sindacato può pretendere di fare da sé, di riempire da solo un vuoto istituzionale e politico. La costituzione materiale dell'Europa è fondata sulla fiducia nella capacità trainante dei processi economici. Fin dal trattato di Roma del 1957, venne scelta una linea di non intervento a livello comunitario negli ordinamenti nazionali di sicurezza sociale. Ciò non ha precluso l'adozione di programmi di contenuto sociale, corredati da direttive in diverse materie (per esempio: trattamento paritario per uomini e donne; diritto del lavoro e condizioni di lavoro; informazione e consultazione, specie nel caso di licenziamenti collettivi; salute e sicurezza del lavoro). L'era di Jacques Delors segnò un momento di svolta: l'Atto unico del 1986 che sanciva le libertà fondamentali della Comunità (eliminazione di tutti gli ostacoli e le barriere alla mobilità dei beni, dei servizi, del lavoro e delle merci) fu accompagnato, dopo alcuni fallimenti sul terreno dei tentativi di armonizzazione delle politiche sociali, da un nuovo indirizzo verso la coesione sociale: l'Atto del 1987 a cui seguirono, nel 1991, l'adozione della Carta europea dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori e la Raccomandazione sulla convergenza intorno a uno zoccolo di reddito, prestazioni e servizi da garantire a tutti i residenti. Ma il cambiamento più importante fu stabilito nel Protocollo sociale del trattato di Maastricht (1992), inizialmente sottoscritto da undici Paesi, senza il Regno Unito. Cambiarono le regole decisionali sulle materie attinenti alla cosiddetta dimensione sociale. Si ampliarono i temi sui quali l'Unione avrebbe potuto assumere decisioni vincolanti e si elencarono quelli sottoposti a voto unanime (sicurezza sociale dei lavoratori, tutela del licenziamento, rappresentanza e codeterminazione, condizioni di impiego dei cittadini di Paesi terzi, incentivi per la creazione di posti di lavoro) e quelli per cui era sufficiente un pronunciamento a maggioranza qualificata (salute e sicurezza dei lavoratori, condizioni di lavoro, diritti di informazione e consultazione, parità uomo/donna, integrazione di persone escluse dal mercato del lavoro). Questa nuova impostazione era accompagnata da un vero e proprio incoraggiamento del ruolo propositivo delle parti sociali a livello europeo e nazionale. Infatti, si stabilì che gli accordi in materia di politica sociale (sia per le questioni soggette a deliberazione all'unanimità sia per quelle a maggioranza qualificata) potessero diventare operativi mediante una proposta della Commissione e una delibera del Consiglio dei ministri. Inoltre, ogni Stato membro poteva affidare alle parti sociali, a loro richiesta congiunta, il compito di dare attuazione alle direttive adottate in sede Ue, sulla base delle procedure decisionali previste.
Nel 1997, la vittoria laburista determinò anche l'adesione del Regno Unito al Protocollo sociale. Tale evento si realizzò attraverso la definizione di un apposito Capitolo in cui la promozione dell'occupazione e di un'adeguata tutela sociale furono assunti come obiettivi della Ue, sia pure rimanendo nell'ambito delle materie regolate con voto unanime. Ne derivarono ben quattro direttive (consigli di gestione, congedo di paternità e/o maternità, trattamento paritario per i lavoratori a part time, discriminazioni sul posto di lavoro). La Carta di Nizza del 2000 ha riconfermato una serie di principi, che restano però assolutamente programmatici, tanto che la Ces ha sollecitato un'Agenda sociale per darvi applicazione.
Nel corso degli ultimi decenni l'Europa è stata al centro di importanti trasformazioni che hanno profondamente alterato l'humus vitale dei sindacati. Basti pensare che nel 1950 - erano appena trascorsi pochi anni da una guerra devastante che aveva seminato decine di milioni di cadaveri nel Vecchio Continente - l'Europa aveva il 21,8% della popolazione mondiale; nel 2025 avrà soltanto l'8,7%. L'immigrazione extracomunitaria è una realtà in atto da molto tempo, al punto da sopperire in larga misura alle esigenze (altrimenti incolmabili) del mercato del lavoro. L'occupazione si è spostata dalle aree di insediamento (e di conseguente sindacalizzazione) tradizionale verso settori più flessibili e meno strutturati. Negli ultimi venti anni la forza lavoro impiegata nei servizi è passata dal 49% al 64,5%. Ora, poi, due terzi dei lavoratori sono occupati in aziende con meno di 250 dipendenti. È cresciuto il lavoro a part time e a tempo determinato. Questi processi hanno inciso sul tasso di adesione ai sindacati, che si aggirava, mediamente negli anni Ottanta, sul 43-44% e che è sceso sotto il 35% alla fine del decennio scorso. Un trend, comunque, sostenuto se lo si paragona con il dato di oltreoceano (il 15% degli Usa). Hanno retto meglio alle difficoltà i sindacati che avevano o sono stati capaci di stabilire un saldo rapporto nel pubblico impiego, per ovvie ragioni derivanti dalle caratteristiche di questo rapporto di impiego (stabilità, tenuta degli organici, eccetera). Questo declino organizzativo (ma sul fenomeno hanno inciso anche nuovi orientamenti politici e culturali dei sindacati) ha determinato un crollo della conflittualità: contro gli 81 milioni di giornate lavorative perse per scioperi nel 1979 stanno i 5 milioni della fine degli anni Novanta.
La mappa dei tassi di sindacalizzazione è molto indicativa in rapporto alle storie concrete delle diverse organizzazioni, ciascuna considerata nel suo Paese. L'Italia, per esempio, ha toccato il picco del 50% nel 1980 ed è scesa al 37% nel 1997. Nel settore manifatturiero, la forbice è assai più ampia: dal 64% del 1979 al 31% del 1997. Solo la Svezia ha continuato a viaggiare stabilmente intorno a livelli altissimi superiori all'80%. Il Regno Unito, col 36%, è sotto di venti punti rispetto all'inizio dell'era Thatcher. La Germania (dopo l'assorbimento della ex Ddr) è passata, nel decennio Novanta, dal 36% al 27%. La Francia, addirittura, dal 21% al 9%.
La crisi soggettiva dei sindacati, in Europa, è stata attutita da un reticolo di salvaguardie e di tutele (dai sistemi di relazioni industriali ai modelli di sicurezza sociale), che non sono venute meno e che hanno assicurato alle organizzazioni un margine di rappresentanza istituzionale superiore alla loro forza reale. Infatti, diversamente dagli Usa dove esiste un tasso di copertura contrattuale collettiva dei lavoratori pari all'11,7% (e un tasso di sindacalizzazione del 15%), in Europa vi è in generale un buon livello di copertura convenzionale anche laddove è basso il tasso di adesione al sindacato. Tipico è il caso della Francia: la sindacalizzazione è al 9%, la copertura convenzionale al 90%. In Spagna, rispettivamente il 18,6% contro l'82%. Anche in questo confronto il Regno Unito mette in evidenza le difficoltà del sindacato: il tasso di copertura convenzionale è di poco superiore al 25%.
C'è da ritenere, tuttavia, che la questione sindacale, a livello europeo, sia destinata a porsi a rimorchio della riforma politica della Ue, il grande tema all'ordine del giorno nei prossimi anni. Fare dell'economia il motore trainante è stata una scelta giusta e produttiva. Non saremmo a questo punto se si fosse partiti da un disegno politico e istituzionale. Però, le esperienze recenti hanno evidenziato che non è sufficiente una Banca centrale per governare l'Unione attraverso i marosi della globalizzazione, specie in vista dell'allargamento verso Est. La Ces, non per sua colpa, non è riuscita a promuovere una identità transnazionale dei lavoratori. Una dimensione, questa, che non può tradursi in uno stato d'animo o in una dichiarazione di cittadinanza (una nuova civis romanus sum), ma che ha bisogno di incasellarsi in strutture, regole, istituzioni, ora assenti. Un segnale innovativo, però, è venuto dal governo belga, quando ha stabilito che gli aumenti salariali non dovessero eccedere quelli medi dei Paesi confinanti. Dal canto suo, il sindacalismo europeo non ha saputo approfittare di un momento favorevole del "governo" Ue, in cui erano prevalenti le forze socialiste e progressiste, alcune delle quali (si pensi alla Germania e al Regno Unito) dotate di un'importante connotazione riformista. Invece di spingere sull'acceleratore del cambiamento, i sindacati hanno preferito avvalersi delle loro rendite di posizione nazionali per conservare il più possibile assetti e garanzie destinate al declino.
Giuliano Cazzola è economista, esperto di problemi del lavoro e politiche previdenziali
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