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Non siamo socialisti (e neanche liberali)

LIBERAL BIMESTRALE
di Gerardo Bianco
Liberal n. 8 - Ottobre/Novembre 2001

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Ora che le profonde tensioni che attraversano il mondo si sono manifestate, in modo imprevisto e crudele, nel terrorismo che ha colpito l'America, tornano a presentarsi interrogativi di fondo e riemergono parole che sembravano consumate, come "civiltà". Un coro di voci, dai mass-media, alla politica, alla cultura, alla gente comune, si è levato per affermare: "Si è voluto colpire l'Occidente, la nostra democrazia, la nostra civiltà". Siamo, dunque, sotto la minaccia di un nemico sanguinario e occulto che non ha regole, né limiti, dominato da un odio feroce, talvolta coltivato nel seno del nostro stesso mondo, che sfida l'Occidente, libero e democratico. Perché? Al di là della inevitabile, dura e giusta risposta energica contro i terroristi e i loro santuari non possiamo non domandarci: perché è accaduto l'"impensabile" che sta suscitando scenari di guerra? Un dubbio, inevitabilmente, si insinua: i nostri principi, i nostri valori, i nostri diritti dell'uomo, in definitiva le nostre democrazie sono davvero realizzate? Le culture che le governano sono in grado, davvero, di creare armonia e giustizia dentro e fra i popoli, che è il compito proprio della politica? Uno sguardo sul mondo non ci rassicura. In un acuto articolo sul Corriere della sera del 16 settembre, Tiziano Terzani ha chiarito e spiegato le ragioni del rifiuto di una parte del mondo che giunge all'estremo di uno scontro che rischia di essere di "civiltà", come preconizzato da Samuel Huntington. Ma può definirsi "civiltà" una cultura che incorpora, in sé, un principio di guerre tra "civiltà" o tra religioni come inevitabile sbocco del corso della storia? È evidente che qualcosa non quadra e che la contraddizione va ricercata nelle culture dominanti che regolano la vita delle nostre democrazie. C'è da chiedersi, innanzitutto, quali siano gli esiti delle teorie politiche in auge e quali i loro effetti sulla vita dei popoli e dei cittadini. La progressiva sostituzione dell'economismo e della tecnica, alla politica, porta, inevitabilmente con sé germi di oppressione, per l'illusione che coltiva di essere leggi universali e scientifiche che dovranno comunque trionfare. L'utopia del laissez faire come pensiero unico, offusca, via via, i principi stessi che sono alla base della democrazia, come è già avvenuto per l'altro disastroso esperimento di ingegneria sociale tentato dal socialismo marxista nel Ventesimo secolo. Le origini di questo scacco, che si consuma nel trionfo materialistico e nella riduzione della democrazia al formalismo delle regole, sono negli stessi presupposti teorici delle dottrine liberali e socialiste che finiscono per "arenarsi sui bisogni umani" e per annullare, nel concreto, gli stessi fondamenti etici, senza i quali una democrazia non vive. Questo vuoto ben chiaro alla più penetrante cultura liberale non ha trovato, comunque, una sua sistemazione per la difficoltà di raccordare la visione individualistica del cittadino con l'appartenenza alla società. Ralf Dahrendorf uno dei più acuti sociologi contemporanei, ha pienamente compreso il valore dei "legamenti" nella vita collettiva per rafforzare la libertà e la democrazia. Ma per il conseguimento di un tale risultato è necessario "possedere" un'etica che, invece, la "logica" intrinseca all'individualismo e quindi all'economismo e al "pensiero unico" inesorabilmente espelle. Sia pure rovesciato, identico è l'esito del pensiero socialista che, affidandosi a una presunta azione informatrice della società, finisce per ridursi a distribuzioni delle risorse, a scambiare il Welfare per solidarietà, a sottovalutare il peso e il valore della coscienza individuale nella costruzione sociale. È con queste due dottrine, che hanno indubbiamente modellato la cultura e le scelte politiche degli ultimi due secoli, che si trovò a misurarsi la cattolicità. La sfida della modernità non poteva che provocare una duplice reazione: il rifugio, nel più vieto tradizionalismo e legittimismo, o la comprensione dei fenomeni culturali in atto e una risposta che fosse all'altezza dei tempi, senza abiure, né rinnegamenti. È da questo filone che sorge, in Europa, il movimento politico autonomo democratico cristiano, che ha chiuso l'epoca delle guerre europee e avviato un modello di sviluppo sociale che ha cercato di conciliare l'iniziativa personale con la solidarietà, conservando alla società il suo substrato di civiltà cristiana, mirando, consapevolmente, senza irenismi, alla pace nel mondo. Ma forse è opportuno fare un passo indietro per capire meglio come il più avvertito mondo cattolico due secoli fa comprese la forza liberatrice e culturale delle nuove filosofie sociali e politiche, ma, nel contempo, ne intuì i limiti e le contraddizioni, cercando, con una terza via, un percorso non dottrinario, ma intessuto di valori umani, come termine permanente di paragone per le scelte da operare. La libertà divenne il principio guida della democrazia cristiana europea, ma si restò consapevoli anche della sua forza distruttiva e dei suoi possibili esiti nichilistici. L'ancoraggio all'etica cristiana e alla coscienza popolare costituiva un vincolo e una salvaguardia, appunto, di quei "legamenti" che Dahrendorf pone, oggi, come "strumento" necessario di democrazia. Può essere emblematico del rifiuto all'omologazone liberale o socialista di molti cattolici e cristiani che accettarono la sfida della modernità, da Lord Acton, a Düllinger, a Rosmini, a Ketteler, a Mounier, a Maritain, a Murri, a Sturzo, a De Gasperi, la ricerca ostinata di una autonoma risposta. Furono così animati i movimenti storici e politici di ispirazione cristiana che hanno segnato la storia europea del Ventesimo secolo. Oggi, non diversamente dai secoli scorsi, i cattolici si trovano dinanzi a nuove sfide della modernità, ma anche dinanzi ad alcune rovine di dottrine che hanno perso smalto e le cui rughe furono già intraviste dai più lungimiranti pensatori cristiani e cattolici. È davvero paradossale che, mentre si è chiusa la grande illusione del riscatto socialista e della nascita dell'uomo nuovo, e mentre appare al tramonto l'orgoglio della "fine della storia" sotto le bandiere neoliberiste, da parte della tradizione culturale e politica della democrazia cristiana europea e italiana si rinunci all'autonomia di ricerca, di elaborazione, di operatività per ripiegare o verso un gretto, ma aggressivo conservatorismo o confluendo in mare altrui, disperdendo, con la mancata tutela della propria storia, la stessa identità per affidarsi alle fatuità dei sondaggi, al vento della pubblica opinione, alla mutevolezza delle opinioni. Gli eventi terribili di questi giorni, la rabbia del mondo, la pretesa uniformatrice dell'economismo neo-conservatore, la sottovalutazione delle diversità e della forza di altre civiltà e culture umane pongono domande non dissimili da quelle apertesi nei due secoli scorsi.
Allora i cattolici seppero offrirle, nel pensiero e nell'azione, in dialogo con le altre dottrine, ma in autonomia, anche politica. Perché oggi dovrebbe essere diversamente?
Perché, dunque, la tradizione del cattolicesimo politico dovrebbe rinunciare alla propria indipendenza, anche organizzativa, nei Paesi dove è sorto e dove ha ben governato?
Perché gettare la spugna di fatto arrendendosi all'effimero alternarsi degli umori elettorali o a concezioni politiche dalle radici culturali diverse e che non sono in grado, avendo espulso Dio dall'agire umano, di affrontare l'ingiustizia e il male nel mondo, che resta la grande questione anche del nostro tempo?

Gerardo Bianco è deputato del Partito popolare


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