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Dalla parte di Dan Brown

LIBERAL BIMESTRALE
di Ruggero Marino
Anno V n. 34 - Marzo - Aprile 2006

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cop34

 

  Ho letto e riletto la stroncatura di Franco Cardini al mio libro Cristoforo Colombo l'ultimo dei Templari (Sperling & Kupfer Rai Eri) pubblicata su liberal 33. Perché di stroncatura si tratta. L'ho riletta, soprattutto con amarezza, per la persona che l'ha fatta e per il tipo di argomentazioni scelte. A fronte di un lavoro di circa 350 pagine esaminate in maniera particolarmente fumantina. Cardini dice che non sono uno storico. Io mi considero un «giorna-storico» e soprattutto un solitario geografo fai-da-te, nonostante i frustrati tentativi di lavoro in équipe. Purtroppo io non dispongo di giovani studenti da sguinzagliare, di uffici, di segreterie e di finanziamenti per la ricerca. Cardini aggiunge che ognuno deve fare il suo mestiere, ma mi incita stranamente ad andare avanti. Io invito Cardini a rileggere quanto scrisse, nel 1997, per il mio Cristoforo Colombo e il Papa tradito: «Eppure l'idea che Ruggero Marino - affermava - abbia toccato una questione storica d'importanza rimane... Bloch diceva che lo storico è come l'orco; e che, dovunque senta odore di carne umana, là c'è il suo pasto. Conosco storici che non hanno nulla di questa sublime forma di antropofagia: sono soltanto dei malinconici, uggiosi topolini di biblioteca; e quando squittiscono le loro ricerchine stitiche nelle quali sono fermamente convinti che il mondo si esaurisca, il loro è il solito ruggito del topo. Marino, invece, no: lui un po' di sangue dell'orco ce l'ha». A questo punto lei mi confonde. Sono un aspirante lupo mannaro o un «contaballe»? Dal 1997 sono passati otto anni. Può essere che, dopo ulteriori letture, il «sangue» si sia talmente annacquato? Aggiungeva che ero «intollerabilmente ingenuo, tremendamente coinvolgente» e aggiunge oggi «generoso», «simpatico», «cordiale». Si possono conciliare queste qualità con l'arroganza, l'«illuso», «velleitario» e «presuntuoso»?
Io mi occupo a tempo quasi pieno da sedici anni della scoperta dell'America e di Colombo. Ed è evidente che mi rivolgevo alla categoria dei colombisti, i quali non sono tutti storici. Perché nessuno mi convincerà che la storia di Colombo sia il frutto del preteso rigore professional-scientifico. Colombo è per gli spagnoli loro, altrettanto per i portoghesi, non parliamo degli italiani e via così... In un girotondo dalla sconcertante «scientificità». E mai come per Colombo si può richiamare l'abusato paragone del marziano. Di un «marziano-vu-cumprà-chicano-messicano», che varca la frontiera con gli Usa; e nella più sbandierata delle democrazie pretende di andare da Bush. Per essere ricevuto alla Casa Bianca. Dove si dice pronto a trovare altri pianeti, purché gli vengano affidate tre astronavi. A patto di diventare il signore di quei nuovi mondi. E quel tonto di Bush gli darebbe la sua benedizione. È credibile oggi tutto questo? È credibile tutto questo, trasferito nel 1492, con re infidi come Ferdinando e Isabella? È credibile la vicenda di un oscuro, ignorante marinaio che non sa niente, ma che indovina tutto, che frequenta il re del Portogallo, che poi tratterà, a scoperta avvenuta, peggio di come lei praticamente tratta me? In quel Portogallo dove sposa a corte una nobile fanciulla? Cosa normalissima, a quel tempo, in notorie e conclamate democrazie...? Che va in Spagna e viene ricevuto dalle teste coronate alle quali impone il suo diktat? Che se la fa con monaci e cardinali? Che dà a papa Borgia le direttive per spaccare in due il mondo come una mela? Che minaccia di andare per qualcuno dal re di Francia per altri dal re di Inghilterra, dove si trovava il fratello Bartolomeo? Professore io, a differenza sua, l'apprezzo. Le pare credibile tutto questo fumetto d'antiquariato, questa «soap opera» d'annata-e-dannata ? Ho letto anche Le Goff (non vorrei sbagliare) che afferma che per quei tempi non ci si può fermare ai documenti, ma bisogna osare con la fantasia. A me che, con intuizione-fantasia (e non solo) procedo nel mio fai-da-te, pare che in questa «scientifica» ricostruzione di fantasia ce ne sia troppa. Ma aggiungo, e qua sfioro l'arroganza, che ci sono elementi più documento del documento, dai quali non si può prescindere: e sono la logica, il buon senso (anche io mi appello al buon senso), in certi casi addirittura l'evidenza. Io mi sono rivolto umilmente a quasi tutti i membri della Commissione scientifica del 1992, per i 500 anni della scoperta dell'America, per averne in risposta sorrisini di scherno. Non le dico poi delle censure vere e proprie, dei professori tipo «furbetti del quartierino» e dei cialtroni-no-prof che sono spuntati. E le pare che mi possa riconoscere nel «monellaccio» (io ancora tale, eternamente ragazzaccio alla mia non «giovanissima» età, lei cresciuto e solo «ex»...) al quale mi paragona e che sogna di fare parte del giardino dell'Eden dei «sapienti», al di là del cancello che gli è precluso? Fa decisamente torto al mio minimo di amor proprio e di intelligenza (sempre che ne abbia una). Per concludere con i colombisti le faccio presente che noi giornalisti quando ci sfugge una notizia importante parliamo di «buchi» e facciamo ammenda. Come considera lei la voragine abissale di un Papa genovese, Innocenzo VIII, Giovanni Battista Cybo (1484-1492), praticamente ignoto persino al genovese Taviani e pochissimo conosciuto a Genova?
Cardini divide poi le mie fonti in «fonti doc» e «fonti spazzatura». In proposito mi pare che si echeggi il distinguo «rock o lento» di Celentano. Io professore non riesco a pensare che uno si alzi la mattina, fatta salva qualche eccezione, per affrontare l'onere e la fatica, perché tale è sempre, di scrivere un libro, per raccontare unicamente balle. Mentre resto convinto che anche nel libro più «spazzatura» ci possa essere un rigo prezioso, in grado di aprire una strada. Senza contare che alcuni dei libri-spazzatura che lei cita mi sono stati consigliati da alcuni suoi colleghi. E mentre Il giornale dei misteri non si è speso per me, il Times, che non è un giornaletto, mi ha dedicato due pagine. Ma le dirò di più, a costo di sfiorare l'improntitudine. Volutamente e provocatoriamente, fra un testo «doc» e un testo «spazzatura», a parità di informazioni, io ho preferito citare i secondi. Perché trovo che fanno il solletico al cervello. Mentre ho letto un'infinità di libri «doc» che non sono altro che un elenco di date, di nomi, di fatti e fattarelli, a loro volta preziosi, ma che non hanno mai un barlume in grado di restituire l'anima, l'atmosfera e tanto meno la psicologia dei tempi e degli uomini. Specie per quei potenti che non possono non avere avuto anche complicati disegni nelle loro teste.
E veniamo alle dolenti note del «florilegio» di errori (e non «lapsus») denunciati da Cardini. Alcuni reali, altri presunti. Lo stesso Cardini ammette che nessuno ne è esente. Io scrivo di un «labirinto dalle molte porte, che potrebbero comportare anche inevitabili errori, di cui chiediamo in anticipo scusa al lettore». Ma quelle che io chiamo «cacchette di piccione» non possono trasformare la sostanza del libro in quella che sostanza non è. Per cui mi sembra che con l'acqua sporca e niente affatto «calda», si preferisca buttare anche il bambino. In un costume tipico e in un abuso-diffuso, per cui ho avuto sempre un'impressione di fastidio, leggendo simili rilievi che, per conto mio, andrebbero fatti in privato. Altrimenti mi pare assumano il tono di un «gossip-pubblico-plateal-intellettualistico», né più né meno come le sbandierate diatribe Albano-Lecciso. Costituendo poi, in definitiva, il mezzo più facile e frequente, non solo per quanto mi riguarda, per evitare gli argomenti di fondo, sui quali lei si limita a dire: «Non mi meraviglierebbe pertanto se Ruggero Marino avesse ragione su tanti fra i problemi ch'egli propone a proposito dello scopritore del Nuovo Mondo». Altri suoi colleghi o scrittori di storia dicono che il libro è «estremamente interessante, coraggioso, avvincente, plausibile, affascinante...» e potrei continuare. Nella sua stroncatura non c'è invece una sola nota di assoluzione. Così come non mi pare, nonostante la sua encomiastica prefazione al libro del 1997, di cui resto grato, che io abbia mai avuto l'onore di una sua citazione. Mentre ora mi sarei aspettato da lei qualcosa sul supposto scontro-incontro fra spiritualisti dell'Islam e del Cristianesimo, in vista di una possibile pace universale, anche se si resta nel campo delle sole congetture. E sul fatto che Colombo sapeva benissimo quali terre avrebbe incontrato, un argomento sul quale spendo molte pagine e molte fonti? Il mio libro è diretto al grande pubblico, quello che da ormai sedici anni fa da volenteroso porta a porta alle mie ricerche. Convinto come sono che, se fosse stato per l'accademia, sarei rimasto in eterno nella nebbia. Io scrivo, se vogliamo in chiave «nazionalpopolare», contro la «vulgata» corrente da libro di scuola (e non solo). È chiaro che, in questa scelta, io uso un linguaggio più consono a una lettura facilitata, che si serve anche di un po' di esemplificazioni e di «spezie» per condire la pagina. Senza per questo tradire, mi auguro, le finalità anche «revisioniste», spero non in senso deteriore, alle quali tendo. Crede proprio Cardini, che dopo tante letture, io non sappia che Vaticano per quei tempi è un termine «anacronistico», usato solo per farmi intendere? Non a caso in una nota, si può leggere: «Usiamo il termine Vaticano anche se, dati i tempi, è improprio». Crede inoltre veramente che possa confondere, se non per mancanza di «familiarità con il linguaggio cronologico», Cinquecento e Quinto secolo, che abbia usato per la battaglia di Lepanto l'aggettivo «definitiva» non in senso assoluto, ma per ribadire l'approdo vittorioso di un momento epocale di scontro, che nel mio lavoro inizia con la sconfitta di Costantinopoli? Che non conosca alcune concezioni di Aristotele? Mentre Renato d'Angiò dalle mie fonti, risulta un cultore anche del mistero, non è mai scritto che fosse «semisconosciuto alla medievistica» e a pagina 279 viene definito, fra diverse altre cose, «un antesignano dei coltissimi principi italiani del Rinascimento». Mentre nomino sì il «Priorato di Sion», sempre per aiutare chi legge in certe correlazioni, dato il successo di Dan Brown, ma aggiungo per il presunto ordine l'aggettivo «fantomatico», che sul dizionario Treccani equivale a «irreale». È vero che a pagina 19 parlo di San Francesco e il Saladino, ma appena sette pagine prima avevo scritto che si era recato dal sultano, in un classico «lapsus». Dovuto... pensi a che cosa? Al fatto che stavo leggendo il suo bel libro sul Saladino, dove lei sente il bisogno di ringraziare per l'editing Tuvia Fogel (ammiratore convinto del mio lavoro), a dimostrazione che anche lei necessita di un occhio amico. Quello che in parte a me è mancato. È vero poi che parlo di flotta templare (ho letto anche Demurger e la Frale), ma in un capitolo che alterna realtà e leggenda, anche perché si tratta di una leggenda mai morta. Cardini aggiunge: «Mai sentito parlare dei rapporti tra mondo scandinavo e Bisanzio tra Nono e Undicesimo secolo?». A pagina 168 del mio libro è scritto: «I Vichinghi sono l'espressione di un popolo... che verso l'886 era giunto persino a Costantinopoli, alla fonte di molte carte». A parte che in un'opera, pur densa, che spazia forse con troppo ardire e, se vuole, con incoscienza nei millenni, non si possono certo esaurire tutti i filoni di indagine possibile. Quanto all'ordine del Santo Sepolcro io ho appreso che Innocenzo VIII lo fece confluire nell'ordine di Rodi. E non parliamo della terra piatta, della terra australis, del Colombo-profeta, laddove si sostiene che io attribuisco la mia ignoranza all'ignoranza dei cultori della storia. Non è così. Circa la terra piatta a me pare che diciamo le stesse cose, e io a riprova delle conoscenze che il Medioevo doveva avere, porto a supporto anche la lapalissiana evidenza di tante statue e di tante immagini, nelle quali personaggi sacri e re del mondo hanno nella mano la sfera dell'orbe. Quanto alla terra australis so bene che la cosa è nota, ma ribadisco che la questione è fraintesa e sottovalutata di fronte alla valanga di documentazioni e mi soffermo soprattutto su carte dove, circa la terra australis, si parla non di una zona «incognita», ma non completamente «cognita». E quindi, presumibilmente e sia pure parzialmente, già toccata da qualche navigatore.
Quanto al Libro delle profezie, quell'opera, dagli stessi cultori di Colombo, è completamente trascurata. Nell'opera omnia degli Scritti di Colombo, usciti per Einaudi nel 1992, non compare. Lo stesso dicasi per la monumentale Grande raccolta colombiana. Purtroppo quello spirito profetico veniva quasi sempre accantonato con sufficienza, interpretato come un furbo alibi del navigatore, o del tutto ignorato e isolato. Mentre se quello stesso spirito lo si colloca in un'operazione voluta dalla Chiesa di Roma e da un Papa «eretico» come Innocenzo VIII, non le pare che venga ad assumere una valenza diversa e fondamentale? Soprattutto in un'epoca ammantata di millenarismo e anche di spiritualità, come lei mi insegna e come io sottolineo? Quanto alle fonti «doc» lei è proprio convinto che la navigazione d'altura non fosse possibile e che Colombo, come sostiene qualcuno, fosse quasi un ignorante? Oggi la rotta atlantica è stata percorsa persino da una donna con una barchetta a remi. Io, è evidente, non mi permetterei mai, come fa lei, di bistrattare un annoso e faticoso lavoro, anche perché ho sempre pensato che, con le sue conoscenze, lei avrebbe potuto decriptare molte delle infinite lacune che sussistono nella vicenda del navigatore. E non citi, per favore, a mo' di j'accuse, il Bignami e Dan Brown.
Nella già menzionata prefazione al mio precedente libro Cardini concludeva, a proposito del mio «sangue da orco», che nemmeno me ne sarei accorto. Ora me ne sarei accorto per eccesso. Il mio primo libro fu osteggiato, perché si disse che non era un libro «formalmente» storico, mancante peraltro di note. Come se fossero prevalenti sull'insieme del lavoro. Sulla base di queste critiche ho tentato ora di fare un'imitazione dello storico, con citazioni di fonti varie e ho scritto ben 70 pagine di note. Cercando tuttavia di farmi leggere in primis dal lettore comune. A questo punto ho l'impressione che finché mi limito a fare il giorna-detective, e lei scrive che il lavoro dello storico «assomiglia molto a quello del detective», io possa accattare un sorrisino condiscendente ed essere accettato. Ma che quando tento di fare un salto di qualità, vengo redarguito (accade soprattutto in Italia) e punito per invasione di campo. Negro sei nato e negro resterai: il tuo modo di camminare lo dimostra, anche se poi capita che i neri vincano le gare di fondo e di velocità. (È solo una battuta). In conclusione io credo (resto un illuso?) di aver fatto le spese dell'overdose di «Codici». Tanto è vero che Cardini dice che «bisogna pur dare uno stop», benché personalmente, visto che lo consideravo una «guida» (mi spiace per lei che nel mio libro sia il più citato e il più ringraziato), mi provoca una certo dispiacere il fatto che abbia scelto proprio me per farlo. Reagendo, di fronte al Mistero e alla parola Templare, come un indemoniato di fronte alla croce dell'esorcista. Per me quello che oggi passa spregiativamente per «mistero» costituiva una forma mentis fra le più alte di quel tempo lontano, mentre resto, per ora e sino a ora, convinto che il filone cavalleresco non poté fare a meno del retaggio templare fino alla scoperta dell'America. Da Cardini lo «stop» è stato dato. Ma a questo punto permetta anche a me un consiglio, se può avere un valore il mio a-professionale parere: lei potrebbe essere lo storico e scrittore italiano in grado di regalare al grande pubblico e alla letteratura italiana il più bel libro di storia. Superiore a quelli fortunatissimi di Eco. Ci pensi. Solo che abbia il coraggio di spogliarsi del suo troppo sapere e di troppe certezze, di non restare ingessato nella sua corazza baronale, di rinunciare in parte alla sua graniticità manichea e di aprirsi almeno un poco a quel mistero che sembra disprezzare in ogni forma. Ma che al tempo di Colombo apparteneva a quel tipo di pensiero che sembra tornare oggi nelle parole di Benedetto XVI, quando avverte che non tutte le risposte si possono esaurire nella ragione e nella scienza. lei, oltre alle conoscenze, ha una rara capacità di scrittura e una vena di lirismo, di ironia e persino di perfidia. Non a caso l'elenco (ancor m'offende) che lei fa dei cultori balordi del mistero comincia con la mia categoria di giornalista e finisce con «odontoiatri, stagnari e ciabattini ... che spesso nel loro prezioso cassetto, conservano anche delle belle poesie...». E io, come si evince dalla bandella di copertina, ho il peccato originale di scrivere anche poesie... Quanto a Schliemann e Heyerdhal, citati come «pasticcioni», mi sarebbe di troppo onore essere considerato un loro emulo. E per quanto riguarda il secondo, che io considero un gigante, mi basterebbe avere un'unghia del suo genio. Ecco perché la stroncatura a me è parsa sussiegosamente paternalistica e sorprendentemente irrispettosa. Mentre io ho rispetto di lei e della sua schiettezza. Ma schiettezza per schiettezza la sua, più che una recensione, mi è parsa una difesa d'ufficio della «razza padrona e/o barona» (anche, in certi casi, non poi così rari, nel senso di bari). D'ora in poi mi guarderò bene dall'«assediarla». Anche perché sono stanco, come credo capiti a lei, quando viene definito un «catto-islamista», di essere considerato l'esemplare di una terza età «entusiasta, generosa, ingenua» e un giornalista da ganascino «irruente, simpatico, divertente...». A me sembra solo il ritratto di un vecchio «bischero» o di un candido giullare. Preferisco, come ha detto qualcuno, sentire parlare di «tenacia». Se tale non fosse e se non fossi stato un operatore dei media la storia di Colombo e del suo Papa genovese sparito sarebbe, grazie all'omertà accademica, ancora al palo dopo sedici lunghi anni.

Da un suo pervicace, nel bene e nel male, lettore.
 

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