Cosa sarebbe l'Italia di oggi, quale il suo sistema politico, quale il profilo della sua società se non ci fosse stata la stagione di "Mani pulite", se non ci fossero stati i processi di Palermo contro Giulio Andreotti e Calogero Mannino, se la ventata giustizialista che ha soffiato tra il 1992 e il '95 non avesse sconvolto lo spirito pubblico? Può darsi che questa sia una domanda inutile, soprattutto in un momento in cui il problema dei conti con il passato decennio si pone con tanta insistenza e in modo cos“ lacerante, per cercare una impossibile verità comune su quello che è davvero successo e non su quello che avrebbe potuto accadere. Appunto su quello che è successo. Del resto è difficile non giungere alla conclusione che l'eccesso di garanzie costruito in questi anni dal Parlamento, incluso lo stesso ultimo controverso episodio della legge sulle rogatorie, sia figlio della straripante e incontrollabile irruzione giudiziaria contro i poteri rappresentativi. Cos“ come è difficile non vedere quanto pesi nel rapporto conflittuale tra i due schieramenti formatisi in questa stagione bipolare non una contrapposizione di programmi e visioni, quanto il clima del sospetto. Non si inventa nulla quando si parla di uno scontro in cui nella cultura della sinistra, o di una sua parte, si brandisce come arma la pretesa di una superiorità etica e con questa pretesa si cerca di pregiudicare un normale corso democratico. Non si inventa nulla neppure quando si arriva alla conclusione che la disastrosa situazione in cui versa l'amministrazione della Giustizia è anche il prodotto del conflitto tra una parte della magistratura e la leadership del centrodestra. Per non parlare poi di Bettino Craxi, di quanto le sue ripetute condanne e la sua morte in Tunisia pesino nel dibattito in corso nella sinistra o di quanto faccia ancora discutere il tema costituito dal vuoto lasciato dalla Dc. Tutti capitoli su cui si proietta la lunga ombra di un decennio, durante il quale la fragilità della politica è stata sottolineata proprio dalla difficoltà di chiudere i conti con quella fase. Una difficoltà che il tempo non ha attenuato. La stessa diversità del linguaggio che viene usato sta a indicare che su questo argomento esistono solo visioni unilaterali. Qualche esempio: di "Tangentopoli" e di "Mani pulite" si parla spesso per indicare lo stesso periodo, quando invece "Tangentopoli" indica il sistema della corruzione e "Mani pulite" l'azione della magistratura; "rivoluzione", cioè la rivoluzione della magistratura e della stampa, fu uno dei termini usati dai sostenitori dell'ondata giustizialista, mentre "colpo di Stato" fu una delle formule di cui parlarono alcuni dei leader allora colpiti e mentre oggi per riferirsi alla stessa stagione - lo ha fatto Silvio Berlusconi - si parla di "guerra civile". Prima ancora delle difficoltà politiche è questa differenza di linguaggio a dimostrare che è molto improbabile che quei conti si possano chiudere trovando delle verità accettabili da tutti. Ma c'è di più. Al di là di ogni migliore intenzione di superare le contrapposizioni e di uscire dalla militarizzazione delle appartenze, il decennio che abbiamo alle spalle è stato segnato da un conflitto troppo aspro per essere davvero chiuso in modo consensuale. Il decennio passato continua ad apparire come una di quelle rotture che solo il tempo può contribuire a ricomporre. Eppure, è davvero pensabile che l'Italia possa aspettare ancora a lungo? No, non è realisticamente ipotizzabile che la transizione iniziata con la crisi del vecchio sistema politico possa chiudersi senza che quel nodo venga affrontato e risolto; anzi questa è una necessità vitale, un problema di igiene democratica da risolvere, benché ogni strada appaia difficile da percorrere o quanto meno inadeguata. Una commissione parlamentare d'inchiesta? Può essere certamente utile, ma non si sa davvero cosa possa scoprire che non sia già stato scoperto. Alla gran parte delle domande poste su quella stagione si sono già date un'infinità di risposte. Sui metodi seguiti durante le indagini, sulle sentenze, sull'uso intensivo dei media, sullo straripamento della magistratura, sull'accanimento nei confronti di alcuni imputati, sulla pretesa della sinistra di vantare una superiorità morale, perfino sul ruolo svolto dal Quirinale. Se non tutto, si è già detto moltissimo e non mi pare proprio che su quel decennio si sia imposta una verità unica. Anzi, ce ne sono tante, per di più cambiate grazie al tempo trascorso. Da questo punto di vista nessuna commissione di indagine parlamentare può contribuire a sancirne una. Invece, oggi, ciò che maggiormente serve è fare davvero i conti con i problemi lasciati aperti da quella stagione. Uno - è sotto gli occhi di tutti - riguarda il rapporto tra una parte della magistratura e la politica. Poi ci sono gli altri. A cominciare dalla domanda di partenza: quanto abbia pesato "Mani pulite" sull'esito della transizione italiana, quanto ne sia figlia, quanto ne abbia condizionato il corso, quanto l'iniziativa della magistratura, contro la corruzione e contro il ceto politico di governo, abbia distorto un processo di rinnovamento che era iniziato ben prima dell'arresto di Mario Chiesa, e poi quanto tutto questo abbia ritardato il completamento del passaggio da un sistema politico a un altro. Troppo spesso si dimentica che il primo sintomo di crisi verticale del vecchio sistema dei partiti era stato il referendum del '91 sulla preferenza unica, troppo spesso si sottovaluta quella ricerca di cambiamento che era in corso in una parte del mondo politico, anche con grandi novità come la Lega, ma soprattutto con un confronto a tutto campo che avrebbe dato certo degli esiti ben diversi da quelli che ci sono stati. Troppo spesso il giudizio sulla stagione di "Mani pulite" si riduce a una sola parte di verità, cioè all'immagine di una boccata di ossigeno concessa a una sinistra allora agonizzante che non sarebbe mai arrivata al governo senza gli effetti - diretti o collaterali che fossero - dell'azione del pool di Milano o di quello di Palermo. Intendo dire che troppo spesso si dimentica che chiudere con quel decennio significa in primo luogo offrire all'Italia una intensa stagione riformatrice. Come si prospettava nel 1991, dopo il ristagno del pentapartito e prima del grande terremoto. Il resto è un contorno.