archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Per una vita buona

LIBERAL BIMESTRALE
dalla fondazione liberal
Liberal n. 8 - Ottobre/Novembre 2001

Torna al sommario
8cop_th  
Manifesto per un nuovo ambientalismo umanista, liberale e cristiano
Chi volesse aderire pu˜ farlo via fax (0669200650) via telefono (69925694) via e-mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. segnalando, oltre al nome, la propria qualifica

Sentiamo con sempre maggiore acutezza l'esigenza di far avanzare nell'opinione pubblica mondiale, nella cultura dei governi, nella sensibilità diffusa dei popoli, una nuova idea del rapporto tra uomo, tecnica e natura che assicuri un futuro di equilibrio ecologico e una "vita buona" a tutto il pianeta. A questo fine è però indispensabile affermare i principii di un nuovo ambientalismo che, in sintonia con la nostra grande tradizione cristiana e liberale, superi la strumentalizzazione che della "questione ecologica" è stata fatta negli ultimi decenni a fini ideologici, sotto il segno del fondamentalismo, che ha finito per egemonizzare le ultime stagioni politiche. La pericolosità di tali visioni del mondo si è rivelata in occasione delle manifestazioni di Seattle, di Praga, di Nizza, di Genova - quando l'ideologia verde si è rivelata l'unico collante del variegato e composito popolo antiglobal e scudo di una vera e propria aggressione alla cultura occidentale e alle sue istituzioni. Alcuni movimenti, pur di non fare i conti con il fallimento delle ideologie che hanno imprigionato il Ventesimo secolo hanno preferito cambiare solo l'ordine dei fattori purché il prodotto non cambiasse e così, alla superata teoria marxiana dello sfruttamento del lavoro hanno sostituito la più attuale teoria dello sfruttamento umano della natura, lasciando però inalterati gli agenti del male: il mercato e il capitalismo.

Di fatto l'ambientalismo fondamentalista si rivela un tentativo di mettere in scacco i caposaldi del pensiero occidentale. Esso infatti sposta l'uomo dal centro alla periferia dell'universo, equipara i suoi diritti e i suoi doveri a quelli degli animali o delle piante: nega il fatto che egli, creato "a immagine e somiglianza" del suo Creatore, sia diverso da qualsiasi altro essere della Terra. E, negando questa verità riduce la fede a un pastone di superstizioni animistiche, la morale a una serie di prescrizioni biologiche, la scienza a una sorta di permanente minaccia. Il mercato, come ricordato, è visto solo come il regno dello sfruttamento, stavolta non dell'uomo sull'uomo ma dell'uomo sul suo habitat. Si ignora il ruolo che l'umanità è chiamata a svolgere - di "tutore" e "coltivatore" del Creato, come insegna il libro della Genesi. E si rifiuta la realtà storica che gli esseri umani hanno progressivamente migliorato le condizioni di vita sulla Terra: come dimostra uno sguardo in prospettiva agli indici di mortalità, all'età media, alle condizioni igieniche, ma anche all'attenzione verso l'ambiente, all'atteggiamento nei confronti degli animali, che sono migliorati e cresciuti esponenzialmente lungo la nostra storia, con l'affermarsi delle nuove tecnologie.

Contro l'ideologia della paura
Noi crediamo, viceversa, che l'uomo sia un animale razionale. Che esso sia chiamato a prendersi cura, a migliorare, a trasformare l'habitat in cui vive. Che l'unica vera possibilità umana di risolvere la "questione ecologica" su altro non si fonda se non sulla fantasia creatrice e innovatrice dell'uomo, e sulla sua capacità di farsi carico in prima persona della responsabilità di governare il proprio ambiente. Il fanatismo ambientalista, al contrario, colpevolizza l'uomo assieme alla sua innata vocazione "creatrice", favorendo così la crescente deresponsabilizzazione dei singoli e, al tempo stesso, la percezione che la scienza e la libertà umana costituiscano un serio pericolo per il futuro dell'umanità. Noi riteniamo, viceversa, che l'uomo, come parte della natura e non come suo antagonista, abbia il diritto-dovere di indagarla e di modificarla nel rispetto del pianeta che è la casa comune del genere umano.

L'apprensione per il futuro della Terra è anche nostra. Ma essa, lungi dal dover determinare un'ideologia della paura, un continuo e ansiogeno allarmismo, deve saper suscitare in tutti la necessità di studi quanto più possibile accurati della situazione effettiva in cui ci troviamo. Prendiamo come esempio di ciò che diciamo uno dei concetti più noti e affermati degli ultimi decenni: quello di sviluppo sostenibile. È vero che le risorse naturali non sono illimitate ed è vero che la società industriale moderna ne consuma in grandi quantità. Ma, se partendo da queste verità si utilizza il concetto di sviluppo sostenibile come una sorta di arma da brandire semplicemente per arginare l'azione di individui e di governi raffigurati sempre come irresponsabili, allora vuol dire che ciò che si ha veramente a cuore non è lo sviluppo sostenibile bensì il blocco sul nascere dello sviluppo tout court.

In realtà, poche idee appaiono meno convincenti di quella secondo cui esisterebbe una certa, e ben definita, quantità di risorse. Il catastrofismo ecologista poggia le sue analisi su un errore concettuale del tutto evidente: pensa alle risorse come a un'entità determinata, e non già come a un qualcosa di sconosciuto, in evoluzione, da "inventare". La storia dell'umanità dimostra invece che le risorse a disposizione degli esseri umani si celano anche dietro apparenti misteri, che talora si sono svelati e si svelano grazie all'iniziativa di individui ingegnosi e in virtù di istituzioni liberali che favoriscono tale ricerca.

Al contrario, le tesi dell'ambientalismo fondamentalista contestano il concetto di innovazione immaginando che il rapporto uomo-natura sia arrivato all'ultimo stadio della sua evoluzione e che, dunque, non ci sarebbe che una sola alternativa: o arrendersi, rinunciando a progettare nuove avventure umane, o morire. Questa terribile alternativa non è, a nostro avviso, né attuale, né reale. Così come non è reale l'alternativa, continuamente evocata tra "rischio" e "sicurezza". L'opinione che parte rilevante delle applicazioni della scienza e dei processi industriali andrebbe sospesa finché non vi sia la certezza assoluta che essa non comporti "alcun rischio" contrasta sia con i criteri impliciti della razionalità del senso comune, sia con la teoria scientifica delle decisioni razionali. Nessuna azione avrebbe mai potuto e potrebbe essere intrapresa se l'individuo pretendesse la sicurezza di non correre alcun pericolo. Non è razionale, infatti, considerare che si verifichi il caso "peggiore". Ovviamente siamo tutti ben consapevoli del fatto che ci sono rischi che non è razionale correre. Ma quanti dei cosidetti rischi ecologici hanno questa natura?

Il costo del rifiuto della conoscenza
Soprattutto: esiste un "costo di opportunità" nel rinunciare a usare la conoscenza che non può essere considerato meno reale solo perché è più difficile percepirlo. Un mondo senza rischi è, in definitiva, un mondo senza novità, e quindi senza futuro. Del resto la superstizione ideologica - che anche oggi si vorrebbe sostituire al metodo scientifico - ha sempre rappresentato un'involuzione etica e gnoseologica, una regressione della civilizzazione. È nostra convinzione che, come amministratori di un'eredità comune, dobbiamo vigilare perché il progresso - che non è automatico, né garantito o inarrestabile -, si dispieghi a beneficio di tutti e in rapporto non solo al presente ma anche alle generazioni future. La dimensione di relazione con la natura non deve comportare alcuna appropriazione o uso strumentale, ma un processo in cui l'analisi concettuale, la ragion critica e il senso morale ci guidino verso il miglioramento della condizione umana nel rispetto degli equilibri e dei legami che ci uniscono alle altre specie viventi e agli ecosistemi. La battaglia per una "buona vita" può essere tranquillamente e ancora più convincentemente combattuta usando insieme le armi della scienza e quelle dell'etica, la cultura della razionalità produttiva e quella dell'umanesimo, cristiano e laico.

Uno dei tratti fondamentali della tradizione occidentale, sia laica che cristiana appunto, consiste nella forte valorizzazione della persona. Questa è l'unica vera centralità, intesa come soggetto di ogni azione e come finalità della medesima, che può esserci da guida nello stabilire una vera armonia con la natura risvegliando in ciascuno la propria capacità di vivere insieme al mondo e nel mondo. Assumere veramente su se stessi la responsabilità che in ogni nostra azione abbiamo davanti agli altri è la più alta forma di altruismo, il prodigarsi individuale e collettivo nella tutela dell'ambiente e nella ricerca di nuovi strumenti, anche tecnologici per realizzarla, rafforza e completa la dimensione comune di politiche finalizzate alla felicità dell'uomo e del suo rapporto di benessere con la natura.

Perciò è arrivato il momento di sostituire all'ideologia della paura la filosofia della buona vita: basata sull'amore per l'uomo, per la sua creatività, per lo sviluppo illimitato della sua avventura terrena come specie (pur consapevoli dei limiti stessi di tale avventura come persone). All'ovvia condizione che la finalità di ogni azione sia effettivamente il benessere della persona e non il potere di entità, economiche, tecnologiche o politiche, a essa sovrapposte.

La libertà dell'Occidente
Noi siamo orgogliosi, del nostro essere figli dell'Occidente: e siamo convinti che non si possa abbandonare questa tradizione, levatrice di libertà, prosperità, progresso, per abbracciare ricette improvvisate. Noi crediamo che il problema dell'ambiente sia la tragedia dei beni comuni, da cui già Tommaso d'Aquino ci mise in guardia: mentre il fondamentalismo ecologista sogna un ambiente statalizzato dall'alfa all'omega, noi crediamo che il dramma dell'inquinamento risieda nell'assenza del riconoscimento di diritti di proprietà sulle risorse ambientali. I giardini privati prosperano e fioriscono, i Parlamenti in America Latina decretano la fine della foresta amazzonica, che è di tutti e di nessuno. Noi crediamo che la tecnologia e il capitalismo non siano nemici dell'ambiente, ma che essi siano necessari per garantirne una tutela più efficiente. Non possiamo condividere l'utopia di una controrivoluzione industriale, il cui conto salatissimo sarebbe pagato soprattutto dai più poveri, che sono coloro le cui condizioni di vita sono esponenzialmente migliorate grazie alle rivoluzioni industriali. Si può avere a cuore il futuro del pianeta senza condannarlo a un ritorno al passato. Questi sono dunque i principii di fondo della nuova ecologia umanista, liberale e cristiana che qui presentiamo.

- Mettere al centro della cultura mondiale la dignità della persona umana e il ruolo ordinatore dell'uomo sulla natura, rifuggendo da qualsiasi forma di neopaganesimo che vuole, invece, difendere la Terra dalla malvagità dell'uomo;
- Sapere di conseguenza che tutto sulla Terra è per l'uomo, a condizione che l'Uomo sappia esserne il custode;
- Fondare le politiche pubbliche per l'ambiente sulla logica del calcolo costi-benefici. Ogni soluzione deve essere valutata non aprioristicamente, ma in base all'analisi empirica dei benefici e dei costi attesi. Questo vale in particolare per i casi nei quali si presentano condizioni di rischio e incertezza. Le politiche pubbliche devono essere improntate alla riduzione dei rischi, ma questa deve essere proporzionale ai benefici che da essa ci si possono ragionevolmente attendere. Non è infatti razionale ridurre i rischi arrivando al punto che le risorse necessarie per farlo potrebbero essere più efficacemente utilizzate per migliorare in altro modo la qualità della vita umana o dell'ambiente, o ancora per individuare, attraverso la ricerca scientifica, rimedi specifici;
- Conferire al principio di precauzione un significato circoscritto e non discordante con il metodo scientifico, identificando in via preliminare la natura degli effetti potenzialmente negativi e adottando misure di cautela soltanto laddove siano giustificabili sul piano logico. In alcun caso il principio di precauzione dovrà estendersi sino al punto di rappresentare un ostacolo insormontabile per la ricerca applicata;
- Introdurre la logica dell'efficienza economica nella gestione dell'ambiente e delle risorse naturali attraverso l'estensione dei diritti di proprietà attribuiti ai singoli e alle comunità locali, al fine di aumentare la responsabilizzazione di tutti i cittadini e di utilizzare pienamente le loro conoscenze e le loro capacità creative. Privatizzare l'ambiente non significa ridurne il livello di protezione ma viceversa aumentarlo;
- Promuovere le biotecnologie quali moderni strumenti di protezione dell'ambiente per l'ottenimento di prodotti eco-compatibili da materie prime rinnovabili, per lo smaltimento dei rifiuti e degli effluenti, per la bonifica dei siti contaminati e in generale per i processi di bioremedation. Promuovere altresì le biotecnologie agroalimentari come applicazioni irrinunciabili per produzioni di qualità, per la conservazione della biodiversità in agricoltura e per lo sviluppo socio-economico dei Paesi più poveri e delle aree con condizioni climatiche sfavorevoli;
- Aumentare la disponibilità di energia a costi ragionevoli attraverso la ricerca di nuove fonti e l'impiego di tutte le soluzioni già oggi disponibili, non escludendone alcuna per ragioni che non siano supportate da evidenze scientifiche ma solo da pregiudizi ideologici;
- Riconoscere la ricerca scientifica come una delle radici e delle componenti fondamentali dell'identità delle moderne società liberaldemocratiche, e come fattore basilare di un'economia di mercato basata sull'innovazione tecnologica. E nello stesso tempo pretendere dalle comunità scientifiche l'indicazione del bene comune come unica e assoluta qualità del proprio lavoro, nel rispetto dei valori etici che sono alla base della nostra civiltà liberal-cristiana;
- Restituire alle istituzioni più vicine ai cittadini le responsabilità per la tutela del territorio, mentre oggi da più parti si chiede una nuova forma di centralismo ecologista, con la creazione a tavolino di tanti parchi nazionali.
Il federalismo deve essere anche un federalismo ecologico, che vada a rinsaldare quel rapporto unico e speciale che c'è tra una persona e la terra in cui nasce. Che renda finalmente orgogliosi gli uomini dei luoghi dove vivono. Che li renda responsabili, e attivi, nella loro tutela contro ogni pericolo. Noi crediamo che i cittadini siano gli unici ad avere diritti sui luoghi in cui sono nati, cresciuti, vissuti - e che la negazione e l'esproprio di questi diritti corrisponde a un ordine illiberale.


Conclusioni
Noi chiediamo una solidarietà vera nei confronti del Terzo mondo: non un immaginifico azzeramento del debito, ma atti concreti e concretamente solidali. Preghiamo il governo italiano, e gli altri governi europei, di non chiudersi in un nuovo protezionismo "verde". Lungo la linea della grande tradizione liberale e cristiana chiediamo ai governi europei di spalancare le nostre frontiere alle merci e ai prodotti agricoli che vengono dal Terzo mondo. Chiediamo di abolire con un atto di coraggio e di carità ogni dazio, ogni tariffa, ogni imposta su quelle merci - per dare ai nostri fratelli più poveri la possibilità di trarre profitto dalla nostra ricchezza, dalla forza dei nostri mercati.

Ci rivolgiamo pertanto a tutti coloro che condividono le nostre preoccupazioni e i nostri principi affinché vogliano collaborare allo sviluppo di una nuova sensibilità ecologica, per un saggio utilizzo dei beni naturali che non mortifichi, ma viceversa esalti, l'intelligenza e la creatività umana.




^ top

 

web agency Done Communication