I tragici avvenimenti che hanno colpito gli Stati Uniti avranno importanti ricadute sul sistema internazionale nel breve, medio e lungo periodo e, in particolare, sull'impostazione della politica di difesa e sicurezza dei Paesi occidentali. È difficile, per ora, prevederne le dimensioni e le effettive caratteristiche, ma, ciò nonostante, secondo alcuni commentatori è probabile uno spostamento dell'attenzione da quello che fino a ieri era il principale programma difensivo degli Stati Uniti, la difesa missilistica, verso obbiettivi diversi. Altri commentatori arrivano a ipotizzare l'abbandono dello stesso programma. Il rischio di queste valutazioni a caldo è, però, quello di interpretare gli avvenimenti in termini strumentali rispetto alle proprie valutazioni precedenti, anziché individuarne le più probabili conseguenze sul complesso sistema dei rapporti internazionali e, in particolare, sull'altrettanto complesso sistema politico americano. È quindi necessaria una grande cautela, concentrandosi sulle variabili in gioco e sui diversi equilibri in cui potrebbero combinarsi. Nel breve periodo è molto probabile uno spostamento di priorità, ma non bisogna dimenticare che il progetto di difesa missilistica ha un respiro ben più ampio. Si potrebbe persino affermare che, paradossalmente, la minaccia da cui il sistema di difesa missilistica deve difendere, ovvero il lancio di vettori dotati di testate non convenzionali, è rafforzata dalla recente tragica esperienza. È risultata, infatti, evidente la fanatica determinazione degli attentatori nel provocare migliaia di morti civili: se si è capaci di concepire e perseguire senza alcuna remora un atto di questa gravità, si è probabilmente capaci di usare armi altamente letali (nucleari, ma soprattutto chimiche e batteriologiche), se si riesce a disporne.
La percezione americana richiederà, quindi, il dispiegamento di un sistema difensivo che è la somma di molteplici sistemi (un sistema di sistemi), capace di rispondere a tutte le prevedibili minacce multidirezionali, compresa quella legata alla proliferazione di armi di distruzione di massa e dei loro vettori. La notevole disponibilità di risorse del Paese sembra poter superare l'obiezione che il progetto di difesa missilistica, nonostante l'elevato costo, risulti in contrasto, in termini di disponibilità di bilancio, con il rafforzamento dell'intelligence e delle capacità convenzionali. In questo quadro, il sistema antimissile si pone come uno dei progetti necessari ad assicurare la massima sicurezza possibile, evitando di dover sottostare a eventuali ricatti da parte di organizzazioni terroristiche e dei loro ispiratori/fiancheggiatori e garantendo, quindi, una maggiore libertà di scelta e di azione nell'ambito delle relazioni internazionali. La sua stessa articolazione consente, probabilmente, di adeguarlo al mutato scenario senza doverne mettere in discussione lo sviluppo, ma semplicemente calibrandone meglio le diverse fasi e, forse, proiettandone un po' più in là nel tempo il completo dispiegamento. L'orientamento che si era consolidato in questi primi mesi di discussione era verso l'adozione di un sistema a più strati, in cui l'originario gruppo di intercettori basati sul suolo americano doveva essere integrato da sistemi laser aviotrasportati, sistemi navalizzati che dovrebbero agire nella "Boost Phase" e da un complesso di sensori basati in gran parte nello spazio, oltre che al di fuori del territorio degli Stati Uniti. Questa complessa articolazione è la base oggettiva per una collaborazione transatlantica nella sua realizzazione. A parte le implicazioni politiche di un eventuale mancato accordo sulla stabilità e sulla coesione dell'Alleanza atlantica (oltre che sulla posizione russa e cinese), vi è comunque un forte interesse americano a una partecipazione europea anche sul piano finanziario, tecnologico, industriale, militare e tecnico-operativo. I tempi per la sua realizzazione e lo stesso utilizzo di siti localizzati in Europa o nella disponibilità dei Paesi europei, spingono in questa stessa direzione. Anche per questo, al di là del più generale problema dell'impatto sul sistema delle relazioni internazionali, bisogna analizzare il potenziale ruolo dell'Europa e dell'Italia in questa iniziativa.
Il territorio europeo non è certamente immune dalla minaccia missilistica, in particolare quella posta dai missili balistici a breve e medio raggio e da crociera. I governi europei sembrano però avere pareri molto differenziati circa il progetto americano, anche se la formale apertura del sistema agli alleati europei (simboleggiata dalla scomparsa del termine "nazionale" che prima ne accompagnava la sigla) ha ammorbidito la posizione di alcuni e va scemando il rischio che una politica unilaterale favorisca il temuto decoupling fra le due sponde dell'Atlantico. Anche in questo caso è emersa la contraddittorietà di un'Europa che, da una parte, punta ad accrescere il livello di integrazione politica al proprio interno e nell'ambito dell'istituzione di una politica estera e di difesa comune, mentre, dall'altra, fa registrare preoccupanti divergenze. La posizione inglese e (in misura minore) spagnola e italiana pare sposare l'ottica dell'alleato americano, mentre altri governi (in particolare quello francese e, seppur fra più evidenti contrasti, quello tedesco) rimangono dubbiosi e si oppongono a una mossa unilaterale di rigetto del Trattato Abm da parte americana.
Di fatto, alcuni Paesi ritengono vi sia tuttora la possibilità di esercitare pressioni sull'alleato americano perché si giunga a una revisione radicale del progetto, mentre altri la percepiscono come una decisione ormai presa e, quindi, pensano che una tempestiva partecipazione europea possa portare benefici maggiori rispetto a un'adesione tardiva o addirittura a un'esclusione. Al di là delle ragioni politiche, economiche, finanziarie, storiche e geografiche che spingono verso risposte differenti, nel valutare il progetto americano i Paesi europei devono però tenere conto di una serie di fattori di natura tecnologica e industriale. L'iniziativa di difesa missilistica è probabilmente uno dei progetti più ambiziosi e dispendiosi mai tentati. Già la versione limitata alla difesa del territorio nazionale americano, tramite un numero ridotto di intercettori (dai venti iniziali fino a duecentocinquanta in due diversi siti), sponsorizzata dall'amministrazione Clinton avrebbe comportato un investimento variabile fra i 26 e i 60 miliardi di dollari in quindici anni (a seconda del numero di intercettori e dei sistemi di scoperta inclusi). Il presidente Bush ha, di fatto, superato questo approccio limitativo e ha posto le basi per un sistema ben più complesso, in cui ai veicoli intercettori eso-atmosferici (armi cinetiche hit to kill) si accompagnano altri mezzi di difesa di teatro (Thaad, Ntw), fra cui armi a energia diretta (laser basati su diverse piattaforme) e intercettori endo-atmosferici (programmi Meads, Nad e Pac-3). Di conseguenza il costo dello "scudo" è lievitato. Una parte dei costi è rappresentata dallo studio e realizzazione dei sistemi intercettori, mentre un'altra riguarda l'adeguamento dei sistemi di scoperta della minaccia (basati nello spazio e a terra) e di coordinamento della reazione di un sistema multistrato, in cui si potrebbero fondere anche i risultati ottenuti dallo studio di difese di teatro (Thaad) e di punto (Meads, progetto che vede coinvolta anche l'Italia). Tali massicci investimenti rappresentano una grandiosa opportunità di crescita per l'industria aerospaziale e della difesa americana, ed eventualmente delle industrie europee che dovessero essere coinvolte nella realizzazione della difesa missilistica. Ma al di là del semplice valore delle commesse, ai fini della valutazione complessiva delle possibili ricadute sui sistemi dei Paesi coinvolti, ci si deve chiedere quale sarà il risultato in termini di crescita tecnologica e di disponibilità di questo "sapere" per applicazioni non strettamente militari. Si è aperta, quindi, una riflessione sugli interessi e sui contributi che potrebbero essere affrontati al tavolo delle trattative col partner americano. Alcuni problemi di ordine generale sono già stati individuati: 1) anche nelle più recenti esperienze uno dei maggiori ostacoli a una soddisfacente collaborazione transatlantica è dipeso dalle preoccupazioni americane in merito ai trasferimenti tecnologici (con la parziale eccezione inglese); 2) permane una certa difficoltà americana a rapportarsi al processo di integrazione europeo nel campo della difesa e si continua a privilegiare un rapporto bilaterale anche se l'integrazione dei mercati e la stessa integrazione industriale richiederebbero invece un approccio multilaterale; 3) la ricerca del migliore risultato, legato spesso a una più forte percezione della minaccia, spinge gli Stati Uniti a sottovalutare la necessità di una partecipazione più equilibrata dei partners europei ai programmi congiunti; 4) un'eventuale partecipazione europea richiederà opportuni finanziamenti, mentre non sembra esserci ancora sufficiente consapevolezza che, se l'Europa non vuole limitarsi a un assenso politico allo "scudo spaziale", dovrà aumentare la sua spesa nel campo della difesa. Vi è, comunque, un forte interesse industriale e tecnologico a non rimanere tagliati fuori, utilizzando le esperienze fin qui realizzate per individuare specifiche opportunità nel nuovo programma americano. L'Italia, in particolare, può vantare alcune specifiche competenze tecnologiche in alcuni dei campi che saranno interessati e, in particolare, nella sorveglianza radar basata sia a terra, sia nello spazio, nelle comunicazioni, nei sistemi di comando e controllo, nelle contromisure elettroniche. Fra i programmi in corso quelli di maggiore interesse sono il Meads e il Samp-T. Il primo è un programma fra Stati Uniti, Germania e Italia per la realizzazione di un Medium extended (Range) air defense system in grado di colpire eventuali missili nello strato basso dell'atmosfera, con una prevista operatività di questo sistema a metà del prossimo decennio. Il secondo è un progetto che rientra nel programma Fsaf-Future surface air family fra Francia e Italia per sistemi missilistici antiaerei a media portata in versione navale (a cui partecipa anche il Regno Unito) e terrestre. Di quest'ultima è iniziata un'ulteriore fase per estenderne l'efficacia anche contro la minaccia missilistica "rustica" dei vettori della classe sovietica Scud (circa 600 km). In ambedue i programmi lo sforzo dell'industria italiana, in particolare di Ams (la società controllata paritariamente da Finmeccanica e Bae systems) è prevalentemente concentrato sulla individuazione dei bersagli e sull'elaborazione dei dati necessari all'intercettazione. Un altro segmento interessante è quello dell'osservazione satellitare in cui si sta sviluppando il programma Cosmo-Skymed, guidato da Alenia spazio e condotto su base italo-francese per l'utilizzo civile, e su base nazionale per l'utilizzo militare. L'obiettivo è quello di realizzare una costellazione di piccoli satelliti in grado di garantire una maggiore frequenza di sorvolo degli obiettivi e, potenzialmente, rendere disponibile il lancio su richiesta di singoli satelliti dedicati al controllo di aree di crisi. In conclusione, si può sostenere che il progetto americano di difesa missilistica ponga gli alleati europei (e, quindi, anche il nostro Paese) di fronte a scelte complesse che dovranno essere attentamente valutate, nella consapevolezza che, per essere efficaci sul breve come sul medio-lungo periodo, non potranno che essere unitarie.
Michele Nones è consigliere scientifico presso l'Istituto Affari Internazionali di Roma
Giovanni Gasparini è ricercatore presso l'Istituto Affari Internazionali di Roma
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