Il commento cattolico alle gravi questioni morali implicate nella risposta all'attacco agli Stati Uniti dell'11 settembre, e nel prendere provvedimenti efficaci per liberare il mondo dal terrorismo e dalla sua capacitˆ di violenza di massa, stato gravato da un mutamento di pensiero rispetto al concetto di "guerra giusta". Il cambiamento risale a qualche decennio fa ma la sua piena portata sta venendo alla luce solo ora. é importante comprendere, fin dall'inizio, che cosa sia la tradizione della "guerra giusta" e che cosa non lo sia. La tradizione della "guerra giusta" non un calcolo algebrico che fornisce un dato su ordinazione o risposte nette in qualsiasi circostanza. é piuttosto una specie di calcolo etico in cui ragioni morali e analisi empiriche rigorose sono destinate ad agire insieme, al fine di fornire una guida per le autoritˆ pubbliche sulle quali cadono le responsabilitˆ della decisione da prendere. Dai suoi inizi, in Sant'Agostino, il pensiero della guerra giusta si basato sulla presunzione, "meglio, sul classico giudizio morale che autoritˆ pubbliche costituite dal diritto hanno il dovere morale di perseguire la giustizia" anche a proprio rischio e a rischio di coloro per i quali sono responsabili. Questo il motivo, ad esempio, per cui San Tommaso d'Aquino discusse la guerra giusta sotto il pi largo significato di "caritˆ", e anche il motivo per cui l'eminente teologo protestante Paul Ramsey abbia sostenuto che la tradizione della guerra giusta un tentativo di pensare attraverso il significato pubblico del comandamento di "amore per il prossimo". Nell'attuale contesto internazionale, il termine "giustizia" include la difesa della libertˆ (specialmente la libertˆ religiosa), e la difesa di un minimo di ordine negli affari internazionali. PoichŽ queste sono le componenti cruciali di una pace possibile in un mondo in decadenza. La presunzione "che il perseguimento della giustizia un obbligo dell'abilitˆ governativa dello Stato", sviluppa la prima serie di criteri morali nella tradizione della guerra giusta, che gli studiosi chiamano ius ad bellum o "legge della decisione di guerra". La causa giusta? La guerra sarˆ condotta da un'autoritˆ pubblica responsabile? Vi "un'intenzione onesta" (che, tra le altre cose, preclude atti di vendetta o di rappresaglia)? L'azione contemplata "proporzionata": appropriata al fine (alla giusta causa); il bene da compiere probabilmente dovrˆ essere maggiore del male che si sarebbe dovuto soffrire se non fosse stato fatto nulla, o se l'uso della forza armata fosse evitato per ricercare altri tipi di misure? Si sono voluti provare e trovare altri rimedi prima facie, solo a prima vista senza probabilitˆ di essere efficaci? Vi una ragionevole possibilitˆ di successo? é solo quando queste prioritarie questioni morali hanno avuto una risposta che la seconda serie di criteri - quella che gli studiosi chiamano ius in bello o "legge della condotta di guerra" - entrano logicamente in gioco. Le risposte positive alla prima serie di interrogativi, le questioni della "decisione di guerra" creano la struttura, il quadro morale per rivolgesi ai due grandi problemi della "condotta di guerra": la "proporzionalitˆ" che richiede l'uso di una quantitˆ di forza non superiore a quella necessaria per vendicare la giusta causa; e la "discriminazione", o quello che oggi chiamiamo "immunitˆ del non combattente" (immunitˆ dei civili). Sotto le pressioni morali create dalla minaccia della guerra nucleare, l'attenzione cattolica si quasi esclusivamente focalizzata sulle questioni della "condotta di guerra" nelle decadi successive al secondo conflitto mondiale. Questo, a sua volta, ha portato a ci˜ che pu˜ essere solo descritto come un'inversione della tradizione di "guerra giusta": l'affermazione spesso incontrata oggi in ambedue i commenti, quello ufficiale e quello cattolico erudito, che la tradizione della "guerra giusta" "comincia con una presunzione contro la violenza". Non cos“. Non cominciata storicamente con una tale presunzione e non pu˜ cominciare teologicamente con una tale supposizione. Per come uno dei pi distinti teorici americani di "guerra giusta", James Turner Johnson, ha posto la questione: che per far ci˜, per ridurre efficacemente la tradizione a problemi di "condotta di guerra", "occorre mettere l'intero peso della tradizione su ci˜ che sono gli inevitabili giudizi contingenti. Questo errore, a sua volta, distorce la nostra visione morale e politica, come la distorse quando condusse molti pensatori cattolici a concludere, negli anni Ottanta, che le armi nucleari, e non i regimi comunisti, erano la primaria minaccia alla pace", una conclusione falsificata dalla storia nel 1989. Questo scontro sulla "guerra giusta", per intendersi, deve osservare il principio morale della immunitˆ del non combattente. Che questo sia lo scenario per iniziare un'analisi morale teologicamente confuso e senza probabilitˆ di condurre a una saggia azione di governo. Se i giudizi sulla condotta della guerra guidano le analisi, le fondamenta morali vengono fatte saltare sotto l'intero edificio.
George Weigel insegna Etica all'Universitˆ di Washington
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