Dopo i fatti di New York non ha parlato, non ha voluto rilasciare commenti a caldo. Ma il professor Bernard Lewis, il pi grande conoscitore del mondo islamico, ha accettato di rispondere alle domande di liberal legando le riflessioni sull'atto di guerra dell'11 settembre alle analisi che aveva giˆ proposto alla nostra rivista sul problema pi "discusso" del momento: l'identitˆ islamica. Pi che un'intervista, un testo da studiare.
Dopo l'attacco terroristico all'America, pensa che il pericolo di simili azioni si possa ripetere? Credo che molto probabilmente ci saranno altre azioni terroristiche, forse simili, forse differenti, contro l'America e probabilmente anche contro altre nazioni. Quello che accaduto non era stato concepito come un atto isolato ma come un'iniziale provocazione di guerra, il cui obiettivo definitivo di cacciare gli americani fuori da tutte le terre dell'Islam.
Quando sorge il fondamentalismo islamico? é stato ed oggi la corrente principale dell'Islam? é piuttosto sorprendente che noi quasi non udiamo oggi la voce dell'Islam moderato. PerchŽ? Ha qualche possibilitˆ di vittoria?
"Fondamentalismo" in origine un termine americano, pi specificamente un termine protestante, usato per designare certe chiese che differivano dalle chiese protestanti principali. Le due questioni sulle quali si differenziavano erano la teologia liberale - che ai fondamentalisti non piaceva - e la divinitˆ letterale della Bibbia, sulla quale insistevano. Nessuna di queste questioni costituisce un problema nell'Islam. La divinitˆ letterale del Qur'an un dogma che nessun credente musulmano mette in dubbio. La teologia liberale stata un problema nel passato e pu˜ di nuovo esserlo nel futuro; non lo attualmente. Il termine "fondamentalismo" perci˜ fuorviante, ma adesso molto radicato ed stato persino tradotto letteralmente in arabo, persiano, turco e senza dubbio in altre lingue musulmane. Perci˜ vi siamo ormai vincolati e dobbiamo continuare a utilizzarlo. Comunque, dobbiamo stare attenti a non fraintendere il suo significato. Il fondamentalismo islamico rappresenta una rivolta di fondo contro l'intero processo di modernizzazione (visto come occidentalizzazione), che ha riguardato il mondo musulmano negli ultimi secoli. I fondamentalisti vogliono far cessare l'influenza occidentale in tutti i campi eccetto quello tecnologico, eliminare quella che considerano una pericolosa influenza occidentale, o pi propriamente cristiana, sul governo, la societˆ e la cultura e restaurare il vero Islam, rintroducendo la shari'a come legge unica del Paese ed escludendo tutti i sistemi occidentali importati. Non esiste un solo movimento. Ce ne sono stati e ce ne sono ancora molti. Uno dei pi importanti il Wahhabi, che nato in Arabia nel Diciottesimo secolo e resta un elemento potente, sotto molti aspetti dominante, nella societˆ araba. Il Wahhabismo anche penetrato in molti altri Paesi musulmani. Ci sono altri movimenti simili e collegati altrove nel mondo islamico, soprattutto in quelli che una volta erano i possedimenti imperiali britannici, francesi, olandesi e russi. Oggi non lo definerei come la "corrente principale dell'Islam". Pu˜ diventarlo se continuano le attuali tendenze.
Possiamo parlare in generale di una "rabbia islamica", e se s“ perchŽ? Non mi piace la parola "rabbia" ma si pu˜ certamente parlare di un sentimento generalizzato di ira e di rancore nel mondo musulmano. Il credo religioso dei musulmani dice che essi sono i possessori fortunati e unici dell'ultima parola di Dio al genere umano, che loro dovere diffonderla nel resto del mondo. Un simile trionfalismo una volta ispir˜ la cristianitˆ, l'unica altra religione con pretese analoghe. Per˜ nella cristianitˆ, nel tempo, questo ha dato luogo a un atteggiamento, diremo, pi rilassato. Nell'Islam non ci sono ancora gli stessi segnali. Dalla storia - e in quella societˆ c' un'intensa anche se a volte imprecisa consapevolezza della storia che ancora nell'Islam nel suo farsi - hanno imparato che per molti secoli la loro era la pi grande, la pi ricca, la pi potente, la pi illuminata civiltˆ del mondo, guida di tutte le altre in ogni aspetto dello sforzo creativo e militare. Fino al Diciassettesimo secolo c'erano ancora pasciˆ turchi a Budapest e a Belgrado, eserciti turchi assediavano Vienna, corsari berberi attaccavano le coste dell'Inghilterra, dell'Irlanda e in un'occasione persino dell'Islanda. E poi venne il grande rovesciamento. Invece di vincere, perdevano ogni guerra in cui erano impegnati. Invece di impossessarsi di nuovi territori li perdevano a vantaggio di quelli che consideravano invasori infedeli. Le loro sconfitte non erano confinate al campo di battaglia, ma si estendevano al mercato, dove venivano sorpassati dal potere industriale e dall'abilitˆ commerciale dell'Occidente. Alla fine, supremo insulto, le donne emancipate sfidarono la supremazia del musulmano persino a casa sua. L'ira che ci˜ ha provocato generale e facile da comprendere. Un punto importante che era diretta non solo - in veritˆ per molti non principalmente - contro i loro nemici, ma contro i loro stessi governanti visti come tiranni e perci˜ non islamici. Il principale risentimento nei confronti delle potenze occidentali la cosiddetta "amicizia" che nutrono nei confronti di questi governanti e il sostegno che danno loro.
Come sono stati vinti gli "Assassini" che danno il titolo al suo libro? é possibile sconfiggerli oggi? Pensa che gli Stati Uniti con la loro coalizione siano sul sentiero giusto? Gli Assassini furono alla fine sconfitti da spedizioni militari che espugnarono le loro roccaforti e le loro basi sia in Iran che in Siria, i due Paesi in cui principalmente erano attivi. Potrebbe darsi che gli Assassini di oggi verranno analogamente sconfitti, ma sarˆ una strada lunga e difficile. Gli Assassini medioevali erano una setta estremista, molto lontana dalla corrente principale dell'Islam. Questo non corrisponde ai loro imitatori attuali. Non posso rispondere alla domanda se "gli Stati Uniti e la loro coalizione sono sul sentiero giusto" finchŽ non ho un'idea pi chiara di quale sia questo sentiero.
Che cosa rappresenta Osama Bin Laden? é cos“ importante come dicono? Osama Bin Laden certamente importante, e in misura non irrelevante sono i media e persino i governi occidentali che lo hanno reso cos“ importante. Come Robin Hood e molti altri eroi-briganti, diventato un punto di riferimento sia per il risentimento che per le aspirazioni di molti musulmani.
Il conflitto israeliano-palestinese pi una causa o una conseguenza del radicalismo islamico? Il problema israeliano-palestinese solo uno dei molti punti in cui il mondo islamico e non islamico sono coinvolti. Nigeria, Sudan, Kosovo, Macedonia, Cecenia, Sin-Kiang, Kashmir, Mindanao, eccetera. Ognuno di questi costituisce la questione centrale per quelli che sono coinvolti e una noiosa digressione per gli altri. Il conflitto israeliano-palestinese ha ricevuto pi attenzione degli altri per tre ragioni; gli ebrei sono coinvolti e secondo il vecchio detto "gli ebrei fanno sempre notizia"; poichŽ Israele una democrazia e una societˆ aperta pi semplice dare notizie - a volte sbagliando - su quello che accade; nella maggior parte dei Paesi musulmani, la protesta contro Israele l'unica che pu˜ essere espressa in modo libero e senza pericolo.
Pensa che ci sia un legame fra l'assenza di democrazia negli Stati arabi e lo sviluppo del terrorismo? Senza dubbio. Dei cinquantasei Stati membri dell'Organizzazione del Congresso islamico solo uno, la Repubblica Turca, pu˜ essere descritto come una democrazia. Nel senso che il popolo pu˜, e in qualche caso ci riesce effettivamente, cambiare il governo per mezzo di libere elezioni. Quasi tutti gli altri, compresi tutti gli Stati arabi, sono retti da governi autoritari, che vanno dalle autocrazie tradizionali alle dittature di un partito in stile nazista. Molti elementi contribuiscono a rendere impopolari questi governi. Specialmente due: il basso livello di vita, paragonato ad altre regioni, e la combinazione tutta locale di corruzione e tirannia. Gran parte del risentimento diretto contro l'Occidente causato dal suo sostegno e dall'amicizia con questi regimi. é certamente significativo che i terroristi identificati fin qui includano egiziani, sauditi e gente del Golfo - non iracheni o siriani o iraniani.
Che cosa i guida i tanti terroristi suicidi volontari? Cosa vuol dire per loro "martirio"? "Martire" deriva dal termine greco che significa "testimone", e nell'uso giudaico-cristiano viene utilizzato per designare un uomo preparato a soffrire la tortura e la morte piuttosto che rinunciare al suo credo. Il suo martirio cos“ una testimonianza di ci˜ a cui crede e della sua disponibilitˆ a soffrire e morire per questo. Il termine arabo shahid vuol dire anche testimone ed abitualmente tradotto in "martire", ma ha un significato diverso. Nell'uso islamico il termine martirio normalmente inteso come morte in una jihad e la ricompensa la beatitudine eterna, descritta dettagliatamente nei primi testi religiosi. Il suicidio d'altra parte un peccato mortale che merita la punizione eterna sotto forma di ripetizione infinita dell'atto con il quale il peccatore si suicidato. I giuristi classici distinguono chiaramente tra l'affrontare la morte nelle mani del nemico e uccidersi con la propria mano. Una cosa conduce al paradiso, l'altra all'inferno. Alcuni giuristi pi giovani e ulema hanno abbandonato questa distinzione. E cos“ il terrorista suicida affronta l'estremo passo in nome di una sottigliezza teologica.
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Professor Lewis, ho sempre avuto la sensazione, nel tempo che ho trascorso in Medio Oriente, di trovarmi in un mondo inconcluso, scosso da continui terremoti endogeni che per˜ partecipano di movimenti internazionali che lo riguardano e lo trascendono allo stesso tempo. Un angolo di appuntamenti, dove ci si incontra per proseguire oltre. E questa sensazione mi appare ancora pi realistica pensando al secolo che si concluso, nel quale tutti i regimi sono cambiati varie volte, l'Europa andata e venuta. Pi che il Medio Oriente, la civiltˆ islamica ad avere, come dice S. D. Goitein, il carattere di una "civiltˆ intermedia", sia nel tempo che nello spazio. é un punto di incontro, un nodo fondamentale nella geografia. é il crocevia di tre continenti, un punto di intersezione delle comunicazioni fra civiltˆ: per esempio fra le civiltˆ classiche, Grecia e Roma, con l'Africa, con l'India, la Cina... tutto passa per il Medio Oriente. é forse stata la civiltˆ che nel tempo ha condiviso la cultura ellenistica e quella ebraico cristiana con l'Europa, e ci ha anche messo del suo, ovvero le sue culture antichissime, remote. Era forse la civiltˆ pi ricca, pi capace di dar vita a una cultura universale .
Destino che invece toccato all'Europa.
é cos“. Dalle prime sconfitte il mondo islamico ha ricavato via via nel tempo un accumulo di frustrazioni, una consapevolezza dei propri limiti, una ricerca spesso male orientata delle responsabilitˆ e delle cause che l'hanno debilitato, un desiderio frenetico di recuperare il terreno perduto, mentre la ben pi povera civiltˆ cristiana ha marciato vittoriosa sulla strada della creativitˆ. Ma il mondo islamico dell'Alto Medioevo era veramente intercontinentale, era multietnico, multiculturale.
S“, ma nel tempo gli mancata la continuitˆ, ha avuto una carenza di compattezza culturale, di unitˆ. Forse questo a dare la sensazione della confusione, della frammentazione che dura fino a oggi. é vero che lungo i millenni della storia mediorientale non c' la stessa continuitˆ che troviamo, per esempio, nella storia della Cina o dell'India. I cinesi, e anche gli indiani, avevano tutti la stessa lingua e la stessa religione. "Scrittura" significa di fatto, nell'uso corrente della parola, sia il tracciare segni intelligibili che la trasmissione religiosa. Il Medio Oriente dalle origini un puzzle di civiltˆ e lingue diversissime, di cui molte sono andate perdute. Non ha nemmeno un nome collettivo. Medio Oriente o Vicino Oriente la designazione geografica conferitagli dall'esterno. Il Medio Oriente alle sue origini conosce rivoluzioni totali, l'ellenizzazione, la romanizzazione, la cristianizzazione e l'islamizzazione. Ma la romanizzazione non fu mai totale, mettiamo alla maniera in cui la Francia o la Spagna divennero romane. Iran, Arabia, Iraq non furono assoggettati ai romani. L'Iraq fu conteso tra l'Impero persiano e quello romano. I romani, per certi periodi, occuparono delle parti di esso, avendo per˜ successo limitato. Il cristianesimo invece ebbe un pi grande successo. Al tempo dell'avvento dell'Islam, nel settimo secolo, l'Iraq, sebbene fosse sotto il dominio persiano, aveva una popolazione largamente cristiana. C'erano anche, in quel tempo, delle minoranze cristiane in Arabia. A differenza di quello che accadde con le invasioni barbariche, l'islamizzazione ha portato con sŽ la lingua e la religione. Giunge a Est fino all'India e alla Cina, e a Ovest fino all'Atlantico e ai Pirenei. I musulmani, per un po', stabilirono una presenza anche sul versante francese dei Pirenei e giunsero nell'entroterra italiano. Ma si tratt˜ di occupazioni di breve periodo.
E segue un percorso culturale molto peculiare, che influenza il mondo arabo fino a oggi. Gli islamici non accettarono le culture che incontravano, ma, come lei diceva, cercarono di permearle completamente. S“, dicevo appunto che una storia ben diversa per esempio da quella dei popoli barbari che devastarono l'Impero Romano d'Occidente. Essi adottarono il cristianesimo, usarono il latino, adeguarono per quanto possibile le leggi germaniche alla tradizione romana. In tal modo cercavano la loro legittimitˆ. Gli arabi al contrario fecero della loro lingua quella della legge e dell'arte, e portarono il Corano come testo unico e indiscutibile. Le altre lingue mediorientali affondarono, si ruppero continuitˆ linguistiche. Quando pi tardi riapparvero il turco e il persiano, venivano scritti in caratteri arabi e con una considerevole mescolanza di parole arabe.
Questa operazione di arabizzazione totale avrebbe dovuto forse conferire grande compattezza al mondo arabo. Di fatto il senso della propria forza e della propria vittoria. é un tratto che ancora oggi influenza, vedremo come, la civiltˆ araba. Ma gli arabi ebbero comunque la loro marcia bloccata sia da confini naturali, sia da problemi culturali. E qui comincia, per cos“ dire, la lunga vicenda che caratterizza il corpo a corpo del mondo islamico con la storia. Ovvero, il suo rapporto con l'occidentalizzazione e con la modernizzazione. La realtˆ che di fatto la civiltˆ cristiana scavalc˜ l'Oceano Atlantico, e quella araba no. La civiltˆ musulmana e resta soprattutto mediterranea, l'altra diventa atlantica. La spiegazione sta nella struttura dinamica del potere europeo contrapposta a quella monolitica del Medio Oriente. In Nord Africa c'era un'unica vera potenza. In Europa gli spagnoli, gli olandesi, i portoghesi, gli inglesi, i francesi costituivano una situazione multipolare, e sempre in gara, sempre in competizione. A causa del conflitto perenne, le arti della guerra si svilupparono moltissimo. Le costruzioni navali, e di navi da guerra in particolare, giunsero a un livello inconcepibile nelle terre islamiche. Giˆ al tempo del Saladino, quando i crociati erano dei barbari in confronto ai Saraceni, e questi ultimi erano rinomati combattenti... anche allora il Saladino comprava armi dai mercanti italiani.
Come, non erano in guerra? Gli europei conoscevano giˆ allora l'arte di vendere armi al nemico. Quando i Turchi avanzavano in Europa, compravano armi dall'Inghilterra e dalla Francia. é difficile identificare con certezza il momento in cui il rapporto di forza con l'Occidente si ribalt˜. Per mille anni fra i due sistemi mondiali i musulmani furono sempre in vantaggio, l'Islam dette un enorme contributo alla civiltˆ europea. La scienza, la filosofia, la carta, le arance e i limoni, lo zucchero. Molte di queste cose venivano da regioni pi lontane, l'India, la Cina, ma raggiunsero l'Europa attraverso il mondo islamico. Quanto a ci˜ che l'Europa dette ai musulmani, non fu molto, oltre alle armi, anche perchŽ i musulmani erano portati a rifiutare a priori quella che a loro sembrava una societˆ primitiva che credeva in una vecchia religione.
Mi sembra che non sia affatto scomparsa la cultura del rifiuto. Eppure, allora c'era la forza della vittoria che rendeva sicuro quel mondo, e lo rendeva cos“ anche incapace di capire che doveva fare come i barbari, assorbire anche la cultura del vinto per nutrirsene. La sicurezza scomparsa ed rimasto il disprezzo.
Ma dopo la prima ondata, quella che esce dalla penisola arabica, bisogna ricordare che arriva una seconda invasione che si comporta in maniera completamente diversa. Sull'Europa si rovesciano prima i turchi e poi i mongoli e si riversano dalle steppe eurasiatiche nel Medio Oriente nello stesso modo in cui lo avevano fatto gli arabi. Ma i turchi si comportano come i barbari in Europa: accettano la cultura, l'alfabeto, le strutture dello Stato. I primi invasori mongoli invece non accettarono nŽ la religione nŽ l'alfabeto nŽ la cultura araba. Alcuni erano animisti, altri cristiani. Solo assai lentamente, in parte, si convertirono all'Islam, ma ci volle tempo e questo port˜ grandi trasformazioni nell'Islam. In sostanza, gli arabi si sottomisero ai turchi e ai mongoli ormai parzialmente turchi quanto a cultura, loro stessi. L'arabo fu in gran parte rimpiazzato dal persiano come principale lingua della cultura in Medio Oriente, e dal turco come linguaggio militare e di governo. Rimase come lingua della legge e della teologia.
Dunque i due campioni della civiltˆ mediorientale per secoli non sono stati arabi
. Infatti. Nel periodo post-mongolo, dopo un po' di confusione, alla fine si ha una situazione in cui i due maggiori centri del potere sono la Turchia e l'Iran. L'indipendenza araba sopravvive solo in posti remoti e inaccessibili, lontano, nel Marocco, o nel deserto d'Arabia dove nessuno si dˆ la pena di andare, perchŽ lˆ non c' niente da cercare. C'era naturalmente petrolio, ma essi non ne seppero nulla sin quando giunsero gli europei a mostrare loro come trovarlo e sfruttarlo. E questa ancora la situazione all'inizio del Novecento. Se si guarda alla carta geografica dell'area, si vedono due Stati indipendenti: la Turchia, che va ancora sotto il nome di Impero Ottomano, e l'Iran, sotto il nome di Persia.
Eppure la civiltˆ musulmana si considera una civiltˆ trionfante. Non soltanto. Si considera l'unica civiltˆ. I musulmani pensavano che la loro religione fosse l'unica vera. O per meglio dire ogni civilizzazione, in un certo periodo o in un altro, considera se stessa come la sola civilizzazione e chi non ne fa parte come un incivile. Ma, per quanto ne so, l'approccio trionfalistico alla religione unicamente cristiano e musulmano.
E quando che questo cessa di essere vero? Sostanzialmente con la crisi e poi la sconfitta dei turchi. L'Impero ottomano vinceva ogni guerra, dettava ogni pace. Da un certo momento in poi, come ricordavo prima, persero ogni guerra, ogni pace venne loro imposta. Il punto di svolta il secondo assedio di Vienna nel 1683, una sconfitta senza ambiguitˆ e senza remissione. E poi il trattato di Carlowitz, del 26 gennaio 1699, che segna la grande svolta non solo fra l'Impero ottomano e quello asburgico, ma anche nei rapporti fra la cristianitˆ e l'Islam. Era una lezione che era impossibile ignorare e i turchi, diversamente da tanti altri popoli nella regione, invece di mettersi a biasimare il nemico e a fantasticare di complotti e di forze occulte, cominciarono a discutere con tutte le loro forze su come poteva accadere che essendo fino ad allora stati i vincitori, improvvisamente si ritrovavano schiacciati. Insomma, dove abbiamo sbagliato, e come si fa a recuperare: qui sta la chiave delle modernizzazioni della Turchia, del suo rapporto con l'Occidente visto non solo come un odioso vincitore, ma come un'entitˆ da cui c' molto da imparare. Tutta la vicenda dei Giovani Turchi, la rivoluzione di Kemal Ataturk, deriva da un'implicita ammissione che l'Occidente ha saputo fare meglio.
Posto di fronte a questa circostanza invece, in generale, il Medio Oriente arabo e persiano non ha affatto risposto cos“. Al contrario, si sentito colpevole pi che altro di essersi allontanato dalla vera strada, e qui ha letto la sua sconfitta, le sue difficoltˆ.
S“, l'esempio pi eclatante l'Iran di Khomeini, e tutti i movimenti fondamentalisti islamici del nostro tempo. Essi dicono: le cose sono andate male perchŽ abbiamo peccato, perchŽ abbiamo deviato dalla strada maestra abbandonando la fede, ci siamo lasciati influenzare da cattivi maestri. Dobbiamo quindi tornare alle origini. In Iran questa la risposta ufficiale dello Stato, quella dominante. Ma ovunque assistiamo al rafforzarsi di movimenti fondamentalisti nel senso etimologico, anche in Turchia. La quale, per˜, la patria dell'altra risposta che tuttora diffusa: dobbiamo imparare dall'infedele, perchŽ ci ha battuto ed migliore nello scontro (in tutti i sensi) di noi.
L'unico che dette una univoca risposta in questo senso, mi sembra sia stato per l'appunto Kemal Ataturk, che cambi˜ tutti i costumi del suo Paese, trasform˜ la scrittura, impose un nuovo tipo di abbigliamento, emancip˜ le donne.
Ce ne sono stati altri che hanno tentato grandi modernizzazioni e parziali occidentalizzazioni. Per esempio Selim III, che divent˜ sultano nel 1789 e tent˜ di occidentalizzare l'esercito. Lo segu“ Mahmud II, che struttur˜ le truppe in maniera moderna, fece loro indossare un'uniforme europea, e organizz˜ l'esercito in plotoni, compagnie, brigate, divisioni, e dette i gradi secondo il nostro stile classico: caporali, sergenti. Fu un caso isolato? E perchŽ non sort“ gli effetti desiderati? Non fu isolato. Anche in Egitto e Iran, per esempio, si immagin˜ che bastasse una ristrutturazione della forza militare per riconquistare un posto preminente come quello dell'Occidente. Ovviamente ci voleva altro. Mahmud capiva che si trattava di un'impresa gigantesca. And˜ dai prussiani e si fece insegnare come ristrutturare l'esercito; and˜ dagli inglesi per la flotta; per l'amministrazione chiese l'aiuto dei francesi. E per la musica and˜ all'ambasciata del Regno di Sardegna e si fece mandare Giuseppe Donizetti, il fratello del famoso compositore, che mise su un'ottima banda di ottoni nel palazzo degli ottomani. Sembra che abbia fatto un ottimo lavoro: molto in fretta impararono a leggere la musica, a suonare i loro strumenti, e a lavorare insieme. Ma la modernizzazione non la stessa cosa dell'occidentalizzazione, che non riguarda solo l'organizzazione e la forma, ma anche il contenuto sociale e psicologico della modernitˆ. La modernizzazione attecchisce nel mondo musulmano, ma non l'occidentalizzazione. Cos“ in buona parte funziona anche oggi.
Quando lei dice occidentalizzazione, intende fondamentalmente la democrazia e lo sviluppo. Sono queste le grandi aspettative andate deluse nel Novecento. Tutto comincia con l'esercito, perchŽ quello il punto pi chiaro: se perdi la guerra, puoi essere sicuro che qualcosa non ha funzionato. Dunque, al tramonto dell'Impero ottomano, troviamo negli archivi una grande quantitˆ di memorandum, scritti da impiegati dello Stato, da militari, da consiglieri del Sultano: come pu˜ essere, si chiedono, che prima fossimo sempre noi a batterli, e invece ora sono loro a battere noi? é una domanda molto interessante: perchŽ non siamo pi al passo con i tempi nell'usare le nuove armi inventate dagli infedeli? Ma nessuno si pone mai la domanda fondamentale: perchŽ sono sempre gli infedeli a inventare le nuove armi? Mentre tutti si chiedono come recuperare terreno nell'uso delle nuove armi, non si domandano mai perchŽ i cannoni, i moschetti, le mine, i caricatori li ha inventati tutti quanti l'Occidente. I sultani fanno riforme dell'esercito, costruiscono navi da guerra in nuovo stile, e continuano a perdere la guerra. E l'Europa diventa sempre pi ricca e loro sempre pi poveri. Piccoli Paesi come l'Olanda e il Portogallo costruiscono grandi imperi in Asia, e il mondo musulmano affonda. Cos' che non va, seguitano a chiedersi i turchi, i persiani, gli egiziani.
Ed qui che la modernizzazione perde la sua grande sfida.
No, non ancora. Se il Medio Oriente non fosse poi stato spazzato da tante, incerte e insieme aggressive occupazioni di territorio da parte dei vari Paesi europei, chi pu˜ dire che cosa sarebbe accaduto? Dopo avere a lungo discusso di industrializzazione, nel Diciannovesimo e Ventesimo secolo ecco che appare all'orizzonte degli Stati non dominati da un potere estraneo (l'Impero ottomano) ovvero la Turchia e l'Iran, un'idea nuova: la democrazia. Guardando alle istituzioni della potente Europa, li conquistano le idee e i metodi della Rivoluzione francese e l'esempio del governo parlamentare britannico. E c' chi comincia a suggerire l'idea che forse la soluzione consiste nel costruire qualcosa del genere. Questi movimenti diventano molto importanti dopo la guerra russo-giapponese. Siamo nel 1905. La guerra si concluse con la vittoria dei giapponesi, e questo provoc˜ un immenso piacere nei Paesi musulmani.
Addirittura? Cos“ forte era la simpatia per tutto quello che non era europeo? Bisogna comprendere che, agli occhi del Medio Oriente, era finalmente accaduta una cosa straordinaria: una grande potenza europea era stata sconfitta da una potenza asiatica. Fino a quel momento gli europei avevano vinto ogni battaglia, per mare e per terra. I russi avevano conquistato l'Asia del Nord. Gli inglesi e i francesi la maggior parte dell'Africa. Nessuno aveva potuto fermarli, come dicevo, persino un Paese piccolo come l'Olanda, o come il Portogallo poteva dire "il mio impero"! Grandi imperi, che come quello olandese, erano capaci di arrivare in luoghi remoti come l'Indonesia. Tutto ci˜ era sconcertante, orribile per i musulmani. E poi, all'improvviso, ecco che un Paese asiatico, un Paese minore di cui nessuno ha mai sentito parlare, infligge una sconfitta al grande e potente impero russo. Per loro la Russia era europea e cristiana, e fu di enorme soddisfazione, dunque, vederla battuta da un Paese asiatico.
Certo non si pu˜ dire che sia la strada giapponese quella intrapresa dal Medio Oriente.
In un certo senso s“, invece. Quando infatti il Medio Oriente si pose la solita domanda "Che cosa ha reso il Giappone capace di vincere i russi?", davanti ai suoi occhi stava questo panorama: la Russia era l'unico Stato europeo che non praticava nessun tipo di democrazia parlamentare. Era questo il regime politico degli inglesi, dei francesi, dei tedeschi, degli austriaci, ma dei russi no.
E l'Islam vide nella mancanza di democrazia le ragioni della sconfitta? Di pi: vide nel fatto che il Giappone aveva, nel corso del suo programma di riforme, introdotto una Costituzione e un Parlamento elettivo la chiave per sconfiggere l'Europa.
é veramente un perverso giuoco della mente, dato che l'Europa la culla della democrazia.
In questo periodo la bacchetta magica diventa la democrazia sul modello del vincitore giapponese. Compaiono scritti entusiasti sulla guerra del Giappone, sull'importanza della democrazia. Appaiono in turco, in arabo, in persiano. Sono scritti pieni di meraviglia, e soprattutto della speranza di ripetere la medesima esperienza. Democratizzarsi e vincere. La Persia compie la sua rivoluzione costituzionale, e in Turchia scoppia la rivoluzione dei Giovani Turchi con lo scopo, anch'essa, di stabilire un regime parlamentare. Sono i due eventi mediorientali pi importanti dell'inizio del Novecento.
Importanti, s“, ma poi rimasti nella sostanza senza seguito. Forse la colpa delle ondate di occupazioni occidentali in Medio Oriente che hanno disgustato gli arabi dall'ideale parlamentare che poi, al di lˆ dell'episodio nipponico, l'Europa rappresentava.
Non si pu˜ proprio dir cos“. L'Occidente non pu˜ essere accusato. Semplicemente, questi Paesi non erano in grado di metter su governi democratici e costituzionali. Un governo rappresentativo, di stile occidentale molto difficile da far funzionare.
Ma l'Europa ci riuscita. Non poi tanto. Molti Paesi occidentali hanno avuto e hanno le loro difficoltˆ. In Germania e in Italia il regime parlamentare fall“ miseramente nel periodo fra le due guerre. In Francia ha vissuto momenti di serio pericolo. é fiorito in Gran Bretagna, nei Paesi scandinavi, in Olanda e in Svizzera. Negli altri Paesi europei, stata una vera battaglia con sorti alterne mantenere al potere dei governi parlamentari costituzionali. é un sistema politico che richiede un certo livello sociale, culturale, economico, che non avevano nŽ gli ottomani nŽ i persiani. In ambedue i Paesi regimi parlamentari cominciarono con grandi speranze e impeto, e presto affondarono. Divennero dittature molto peggiori di quelle che c'erano state fino ad allora. é stato calcolato che i Giovani Turchi in tre anni fecero giustiziare pi condannati dei sultani che avevano regnato nei trent'anni precedenti. Questa una cifra impressionistica pi che esatta, ma pu˜ dare un'idea.
Dunque, le idee democratiche fallirono. S“, le idee costituzionali, che in Turchia e in Persia costituirono la grande speranza dell'inizio del Novecento, svanirono in ambedue i Paesi. Ma con la fine della prima guerra mondiale, ecco che interviene un ulteriore cambiamento drammatico: l'Impero ottomano viene distrutto. I persiani sopravvivono in una situazione di grande debolezza, dominati dai due grandi Imperi vicini: quello russo e quello britannico. E si presentano sulla scena per governare direttamente o indirettamente il Medio Oriente le due grandi potenze coloniali, gli inglesi e i francesi. Naturalmente istituiscono Stati a loro immagine e somiglianza. Quindi i britannici creano monarchie costituzionali, e i francesi repubbliche instabili. La Francia si insedia in Siria e Libano. Gli inglesi in Iraq, Giordania, Egitto. E naturalmente i francesi erano anche in Nord Africa.
PerchŽ, comunque, l'idea di democrazia non viene minimamente importata dai nuovi signori della zona, benchŽ sia parte del loro retaggio basilare? Non per loro volontˆ, ma perchŽ con la loro dominazione l'idea di democrazia diventa presso gli arabi cattiva, in quanto correlata alla cattiveria dei colonialisti. Se lo fanno gli inglesi e i francesi, non pu˜ essere una cosa buona.
Dunque, l'ideologia dominante si avvia a diventare quella islamica.
No, non ancora. Due nuove ideologie si fanno avanti nel dominio della regione: il nazionalismo e il socialismo. Prendiamo il nazionalismo. Un fenomeno che si afferma anche in Europa. Non lo stesso. Qui il nazionalismo sovrasta e anzi sostituisce il patriottismo europeo. L'idea europeo-occidentale quella di Patria, una porzione di terra con cui ci si identifica e a cui si resta fedeli. Ma in Medio Oriente "Patria" voleva dire davvero poco. Un Paese era un posto come un altro. Non esisteva la fedeltˆ alle mura, al castello, al comune, la lealtˆ andava alla comunitˆ, definita religiosamente e traslata nel moderno termine di nazione. Nazionalismo, dunque, non patriottismo. Un nazionalismo pronto quindi a traversare i confini e a diventare panarabismo. Qui c' ancora un altro elemento da prendere in considerazione. Mentre la Francia e l'Inghilterra, che si spartivano le terre islamiche ed erano considerate quindi negativamente, non avevano nessun problema di unificazione, la Germania e l'Italia, che in quanto opposte ai colonizzatori principali erano "buone", avevano avuto moltissimi problemi in questo campo. Una moltitudine di piccoli Stati in lotta per superare le divisioni e divenire un'unica nazione: questo piacque moltissimo.
Forse anche il fatto che l“ vigessero regimi dittatoriali era pi adatto all'ideologia religiosa piramidale dell'Islam. Certo era pi intelligibile. Il punto cui si giunge comunque, sia per motivi di alleanze (il nemico del mio nemico mio amico) sia per motivi di simpatia intellettuale, che sorge un grande, importante fenomeno di simpatia per il fascismo e il nazismo. Il fascismo italiano risulta meno attraente per la conquista italiana della Libia. Ma il nazismo fu un grande polo di attrazione. I nazisti ricavarono vantaggi tangibili dalla Siria occupata da Vichy, e nel'41 ebbe luogo un golpe pro asse in Iraq. Gli Alleati poterono contare solo, in generale, su un'astiosa neutralitˆ assicurata solo dalla presenza militare. Gli inglesi difesero l'Egitto dagli italiani e dai tedeschi, e gli americani liberarono il Nordafrica. Resero al Medio Oriente il servizio di non essere costretto a sperimentare la dominazione dell'Asse, mentre non ebbero veramente un aiuto dalla presenza in Medio Oriente, se si eccettua qualche supporto logistico e la piccola Brigata ebraica.
C'era una vera accettazione nelle leadership arabe dell'ideologiadi Hitler? Gli arabi non hanno mai abbracciato le teorie antisemite, ma erano invece attratti da ogni atteggiamento antiebraico. La propaganda tedesca, comunque, era antisemita, e gli arabi l'accettavano, ma non perchŽ fossero attivamente, ideologicamente antisemiti. La spinta alla lotta degli arabi contro gli ebrei riguarda la terra, non gli ebrei in quanto tali.
Anche dopo la caduta del nazismo, il nazionalismo resta vivissimo. Basta guardare Nasser. La sua enorme energia panaraba si accompagna di nuovo con l'idea della modernizzazione.
S“, della modernizzazione, ma non dell'occidentalizzazione. Il nazismo e il fascismo con la sconfitta, al solito, cadono in terribile discredito e non funzionano pi come modello. Le potenze dominanti dell'epoca sono la Russia comunista e, ancora, la Gran Bretagna. Agli occhi del Medio Oriente, ovviamente, il modello vincente quello russo. Solo i turchi non si sentirono attratti dal socialismo dei Soviet, perchŽ avevano sperimentato l'imperialismo russo: erano stati tenuti sotto frusta dai russi per trecento anni, e parte dell'Asia centrale restava sotto il dominio di Mosca. Invece gli arabi avevano sofferto la dominazione occidentale e quindi i russi erano un'attraente alternativa. Aggiungiamo a questo che nel 1945 Churchill aveva perso le elezioni a favore del Labour party, che in Inghilterra era espressione di una forma di socialismo, distante ma in qualche modo connesso a quello vittorioso in Unione Sovietica. E l'Urss aveva una grande fama militare. Si concretizz˜ cos“ una tensione messianica, salvifica, verso il socialismo. Esso avrebbe salvato il Medio Oriente. Giocava anche un altro importante elemento. A causa della miseria, si pens˜ che non ci fosse tempo ed energia per la democrazia, che tutte le forze andassero convogliate verso un rapido arricchimento, uno sviluppo forzato e rapido.
In che senso non c'era tempo per la democrazia? Si pensava che i Paesi in via di sviluppo non potevano sostenere l'irregolaritˆ, la competitivitˆ non pianificata del mercato. I Paesi occidentali che si erano gradualmente ritirati dalla zona avevano lasciato un ricordo di incertezza, di fragilitˆ e insieme di prepotenza. Gli arabi, giunti all'indipendenza, scelsero di dar vita a regimi socialisti imposti dall'alto. Nasser l'esempio pi eclatante. Naturalmente l'Urss spingeva con tutte le sue forze perchŽ questi regimi diventassero una chiave di dominazione della zona. Si formarono regimi nazionalisti con un vasto cotŽ militare. Si immaginarono vari tipi di socialismo, quello "scientifico", quello invece meno rigido e pi adatto alla civiltˆ araba, detto "socialismo arabo".
Intanto l'altra grande molla ideologica era il panarabismo. S“, e non dimentichiamo che nel frattempo cresce a dismisura il problema israeliano: lo sviluppo dello Stato d'Israele, secondo la chiave di lettura socialista nazionalista, il proseguimento dell'aggressione occidentale, lo stabilirsi di una testa di ponte delle potenze coloniali. Il problema dello stabilirsi nell'area dello Stato d'Israele evoca quello pi grande che stato il centro della nostra attenzione: la ricchezza, il potere, il perdere la gara della forza e della ricchezza.
Ma Israele non ha nessun peso diretto nella perdita di potere delle nazioni arabe.
Certo che no: ma il suo graduale e certo stupefacente istallarsi, arricchirsi, organizzare la societˆ e le sue infrastrutture a velocitˆ supersonica, i suoi successi militari a partire dalla guerra del '48, laddove i Paesi arabi avevano attaccato tutti insieme il nuovo venuto certi di spazzarlo via, coincisero invece via via con il fallimento delle nuove ideologie socialiste. Le economie dei Paesi arabi, invece di svilupparsi secondo i disegni previsti, si rivelarono penosamente insufficienti, inefficienti, corrotte, e presto le speranze lasciarono posto alla consueta domanda: di chi la colpa? Come dicevo, la stessa domanda accompagna la sconfitta militare: si potrebbe anche dire che non fu tanto Israele lo shock, quanto la sconfitta.
Come gioca il panarabismo rispetto allo shock?
Per molti arabi, appunto, uno dei problemi base restava il secolare disaccordo, il non essere riusciti a cancellare rivalitˆ e conflitti secolari. La mitica, lontana unitˆ araba aveva fornito, sempre secondo uno schema fantasioso, la potenza, la vittoria. Quindi si trattava di riaccordare i fratelli litigiosi al di lˆ di meschini campanilismi. Ma dopo Nasser, quando ormai era ben consolidata l'identitˆ dei singoli Stati arabi, nessuno era pi tanto disposto a rinunciare alla propria sovranitˆ in favore di un sogno. Dopo tutto, si pensava, anche gli Stati europei avevano una storia insieme di divisione ma anche di potenza: quindi la mancanza di unitˆ non significava per forza un destino subalterno e misero.
La messa sotto accusa dell'Occidente ha dunque prodotto un rifiuto della modernitˆ?
La democrazia israeliana un rifuto della democrazia? Non proprio e non ovunque. Non stata questa l'unica risposta. Oltre all'antagonismo contro l'Europa e l'America, di nuovo nel mondo arabo si diffonde, con la caduta del cosiddetto socialismo realizzato, un'ennesima delusione con cui fare i conti. In generale si pu˜ dire che l'Occidente non smette mai di influire sul Medio Oriente in termini di oggetti materiali: telefoni, pizze, carri armati e cannoni, televisori e giornali sono oggetti occidentali, cos“ come l'abbigliamento dei giovani, specialmente dei maschi. Anche nella societˆ le infrastrutture, gli svaghi, sono iniziati e sviluppati in base al modello europeo. E l'idea di democrazia, per quanto in modo complicato, imperfetto, rimasta retaggio di Paesi fortemente ostili all'Occidente, come l'Iran, dove esiste un Parlamento elettivo senza precedenti nella storia dell'Islam. La parola democrazia, con vari aggettivi, non ha mai un'accezione negativa. Ma il concetto che l'Occidente ha veramente trasmesso al Medio Oriente quello di rivoluzione.
Che tipo di rivoluzione? Di tutti i tipi: prima costituzionaliste poi semplicemente mirate alla rimozione dei governanti e alla loro sostituzione: la legge e la tradizione islamica consentono di deporre il tiranno quando non sia confacente alla legge del Corano. Tutti i vari avvicendamenti si autodefinirono rivoluzionari con un certa voluttˆ, come per una forma di legittimazione. E sul destriero tutto occidentale della rivoluzione giunse anche quella iraniana del '79, che oltretutto pu˜ essere definita la prima dell'etˆ elettronica. Khomeini era esule in Iraq, e l'Iraq ebbe enormi pressioni per spedirlo lontano dallo Sciˆ che voleva rovesciare. Bene: mentre in Iraq era praticamente neutralizzato per la mancanza di media e di teleselezione, quando raggiunse da esule scacciato Parigi, egli cominci˜ a fare uso della televisione, delle famose cassette registrate che faceva giungere a milioni ai suoi compatrioti, della teleselezione con cui, da Parigi, dirigeva il movimento fin dentro Teheran. E anche la rivoluzione di Khomeini quanto a esecuzioni sommarie, confische in massa, violenza, indottrinamento, devono molto di pi a Robespierre e Stalin che non a Maometto.
I rivoluzionari, tuttavia, non si accorsero di questa influenza occidentale pure cos“ evidente.
No, perchŽ per la massima parte erano giovani pieni di delusione e rabbia, entusiasti della loro rivoluzione, che avviene in un periodo in cui anche i giovani occidentali erano accecati dalle loro ideologie rivoluzionarie, e non vedevano o non volevano vedere gli orrori che li circondavano. Fare la rivoluzione islamica era per loro un modo, l'unico che sembrava realistico, per correggere gli errori del passato. Il loro intento, seguendo Khomeini, era la trasformazione delle leggi, del governo e della societˆ cos“ da riformare la comunitˆ che, pensavano, era stata indotta in errore da infedeli stranieri e da musulmani apostati. L'errore strategico insomma, per i rivoluzionari, era stato abbandonare le leggi e i princ“pi della fede e adottare leggi e valori secolari. Ogni ideologia straniera importata appariva come fuorviante, e tuttora tale appare. In sostanza si tratta di restaurare l'antico obbligo della jihad, la guerra santa che comincia in casa propria, prima di tutto contro gli pseudomusulmani, e, restaurata la societˆ islamica, si volge a riaffermare il grande ruolo dell'Islam nel mondo.
In quest'ambito, la democrazia non ha nessuna chance.
Come dicevo, non proprio cos“, anche se i regimi islamici non la considerano certo un fine ma semmai un mezzo per conquistare il potere. D'altra parte, per˜, le popolazioni che assaporano interludi di libertˆ, non li dimenticano pi. Ma le forze democratiche, oltre a essere quasi sempre all'opposizione in Medio Oriente, non possono contare sul grande vantaggio della presenza capillare di moschee, predicatori, organizzazioni assistenziali capillari come quelle, per esempio, di Hamas. Possono contare sulla televisione, che per˜ adeguatamente oscurata. L'altro grande protagonista della scena mediorientale, che riesce a controllare il quadro politico, l'esercito: siccome forte come i fondamentalisti, pu˜ anche, come per esempio in Turchia, difendere la democrazia. O fare il contrario, come in Sudan.
Esistono anche forze che desiderano semplicemente che la democrazia sia stabilita nel loro Paese. S“, e le forze democratiche odierne sono certo molto migliori di quelle che si sono adornate di aggettivi come "popolare" o che hanno cercato di contrabbandare come democrazia l'uso delle urne per far ascendere al potere forze invece pronte a stabilire regimi teocratici. Ma come dicevo, in risposta al collasso sovietico la superioritˆ delle democrazie si dimostrata in tanti modi, e secondo la mentalitˆ mediorentale soprattutto con la vittoria strategica dell'America alla fine della guerra fredda.
Tuttavia gli Stati Uniti non sono diventati certo un modello per i Paesi musulmani. Per il fondamentalismo certo che no: come abbiamo visto la cultura americana, precisamente per il suo tratto cristiano molto pi che per qualsiasi altra caratteristica, ritenuta un recipiente di comportamenti, valori, costumi dannosi e inaccettabili per l'Islam. Dal punto di vista politico, poi, il suo rapporto con Israele non mai risultato, come ovvio, gradito nŽ ai Paesi laici (oggi solo la Turchia pu˜ essere cos“ definita), nŽ a quelli confessionali. Khatami ha chiamato l'America il grande Satana, nel senso proprio della grande tentazione che ne emana e che trascina via i fedeli dalla retta via. D'altra parte non si pu˜ ignorare che l'America, e la politica di Clinton verso Arafat lo ha mostrato chiaramente, non era mai venuta a conflitto diretto con nessun Paese arabo (con l'eccezione naturalmente della Guerra del Golfo, che stato per˜ un intervento americano in un conflitto inter-arabo nel quale la maggior parte degli altri Paesi arabi si schierata con l'America). Non ha mai avuto mire di dominazione diretta, ha accolto sul suo suolo miriadi di immigrati di provenienza mediorientale, ha stabilito con quei Paesi rapporti differenziati e relazioni dirette e informali, alla maniera americana, appunto. Insomma, come si vede, l'unico mallevadore nell'area, e anche l'unico che distribuisce immensi finanziamenti. Alla lunga questo non potrˆ restare senza una influenza positiva, anche se non possibile fare alcuna previsione precisa sulla compatibilitˆ fra Paesi a ispirazione islamica e democrazia.
Ma non mi sembra, che, per esempio, l'ostacolo fra Arafat e la democrazia sia la religione. La religione pu˜ benissimo essere usata da ogni rais come scudo, e questo avviene sempre pi di frequente. Il caso di Saddam Hussein, che era il pi laico di tutti i rais, fin quasi alla blasfemia, parla chiaro: appena in guerra con i Paesi dell'Occidente, ha proclamato la jihad contro gli infedeli. E molti musulmani hanno risposto all'appello, anche se conoscevano bene il soggetto: il peggiore dei fratelli sempre pi caro del migliore degli estranei, tanto pi se lo scegli per rabbia, per frustrazione, perchŽ desideri una qualunque sfida, un missile che finalmente cada su Tel Aviv.
Che ne pensa dell'affermazione dei "nuovi storici" israeliani, secondo cui gli ebrei pianificarono senza pietˆ la cacciata degli arabi, e quindi sono molto pi responsabili dei leader arabi che invitarono i palestinesi a lasciare la zona occupata dagli ebrei? Io ero qui nel 1950 e ho potuto verificare di persona: ci furono aree come quella di Lod e Ramle che, essendo di valore strategico, furono effettivamente sgomberate. Altrove se ne andarono perchŽ glielo ordinarono i loro capi, come al Nord. In altri casi gli arabi furono semplicemente presi dal panico, come spesso succede in guerra. Guardiamo cosa successo in Francia nel 1940: sopraggiunge il panico e si fugge.
Insomma, si vive qui la tragedia dei profughi e poi quella dei rifugiati. Lo stesso accadde dopo la guerra del '48 agli ebrei che vivevano nei Paesi arabi. Fuggirono, furono cacciati. S“, e vennero immediatamente risistemati perchŽ esisteva Israele. é ci˜ che successo in genere ai profughi nel Novecento. Lo scambio fra India e Pakistan era almeno di quindici milioni di persone: sono state riallocate senza le Nazioni unite, e senza grandi impegni di spesa, anche se il loro problema era dieci volte pi grande. I tedeschi vennero cacciati dalla Polonia e dalla Cecoslovacchia, e i polacchi dalla Polonia orientale. Abbiamo spostamenti, mi pare, di 12-15 milioni di tedeschi, di dieci milioni di polacchi.
Vuol dire che il problema dei rifugiati non di per sŽ capitale?
No, ma voglio dire che i palestinesi, al contrario di tutti gli altri, non sono mai stati risistemati. Ora in Germania si discute se dare la cittadinanza alla prima generazione di immigrati che sia nata sul posto, mentre in Inghilterra e Francia il diritto di cittadinanza a chi nato su suolo nazionale vige da tempo. Nei Paesi arabi, invece, siamo alla quarta generazione di cittadini palestinesi cui viene negata la cittadinanza. Solo la Giordania si comportata diversamente. Quelli che fuggirono in Siria, in Libano, in Iraq, sono stati tenuti ai margini. Ho visto un documento iracheno, che invitava ansiosamente arabi non iracheni a venire a fornire lavoro qualificato in Iraq, promettendo in cambio benefici e cittadinanza. A tutti, fuorchŽ ai palestinesi. é evidente la motivazione politica.
Ma a parte il problema dei profughi, che previsto come parte della discussione finale nell'accordo di Oslo, che cosa si frappone fra la pace e il Medio Oriente? Non c' nessuna ragione di fondo per cui la pace non debba essere raggiunta. Dal punto di vista razionale, intendo. Mi sembra per˜ arduo attribuire alle due parti grande razionalitˆ. Da parte israeliana esiste certamente una parte irrazionale, e altrettanto si pu˜ dire per gli arabi. Per essere pi chiaro, l'irrazionalitˆ talvolta rende grandi servizi alle parti in causa: se Israele non avesse avuto le guerre probabilmente sarebbe giˆ arrivata alla guerra civile fra religiosi e laici. Quanto agli arabi e ai palestinesi in particolare, continuare a focalizzarsi su Israele come nemici fornisce loro un'ideologia, uno scopo, che dalla Lega Araba (che altrimenti non esisterebbe) alle varie societˆ, soprattutto quella palestinese, serve come indispensabile collante.
Insomma avremo un giorno la pace?
Le ragioni sono ancora l“: finchŽ le grandi potenze combattevano fra loro per il predominio nell'area, gli arabi ricevevano un supporto logistico e balistico che li teneva sempre potenzialmente in guerra. Adesso non c' pi nessuno a cui rivolgersi. La Russia un povero gigante senza forze, incapace di tenersi in piedi, che cerca una conferma della sua forza nelle parti pi turbolente del mondo, presso dittatori e rais. L'Unione europea, in particolare la Francia, cerca di mostrarsi come un'alternativa agli Stati Uniti, ma non sa che fare senza l'America, persino in Kosovo o in Bosnia.
Come funziona la presenza nell'area di Stati terroristi? E la diffusione di armi non convenzionali, da quelle biologiche e chimiche a quelle atomiche? Gli Stati come il Sudan, o la Libia, o l'Iraq, o anche come il pi potente Iran, possono rappresentare certamente un grande pericolo, ma i governi fondamentalisti non hanno soluzioni ai loro stessi problemi: offrono slogan, ideologie, ma non hanno soluzioni ai loro guai economici e quindi sociali, che peggiorano di giorno in giorno. L'Iran insieme a tutto il mondo arabo esporta pi o meno quanto la Finlandia da sola, escluso il petrolio naturalmente.
Ma c' appunto il petrolio.
Il petrolio stato per il mondo musulmano una strana avventura, molto pi simile a una disgrazia che a un beneficio. Esso ha fatto s“ che si costruissero societˆ senza tassazione, e quindi senza assemblee. E senza le assemblee, niente democrazia. Le Žlite se ne sono servite come una chiave di rapido arricchimento personale, di cui la gente non ha usufruito. L'ingresso nel mondo del mercato avvenuto senza controllo democratico. Al contrario, sono immensamente sviluppati e modernizzati i mezzi di controllo sociale. Nella societˆ tradizionale c'era sicuramente un regime piramidale, ma regolato da usi e costumi, da codici d'onore, da comportamenti stabilizzati. C'era l'autocrazia, ma non il dispotismo. Qui, mentre cresceva la ricchezza, aumentava l'autoritarismo, e la corruzione fiorita sul bordo dei pozzi di petrolio. Gli appetiti stranieri ne sono stati eccitati oltre misura, rendendo l'autoidentificazione nazionale incerta, lenta, non basata sul formarsi di una societˆ civile.
Il petrolio non stato amico di uno sviluppo democratico, dunque.
Ci sono segni di sviluppo, invece, dove di petrolio ce ne poco o nulla: in Giordania, in Egitto, in Tunisia, ma non andrei oltre. Per costruire una democrazia, la cosa pi importante, dicevo, la societˆ civile. La societˆ costruita secondo due lealtˆ, in senso hegeliano. In cima, l'obbedienza obbligatoria allo Stato, alle sue leggi, alle varie agenzie dell'autoritˆ. In basso, la fedeltˆ involontaria alla trib, alla regione, alla setta: insomma, il tribalismo. Questo pu˜ accadere persino in un regime pseudo-parlamentare, ma senza democrazia. In democrazia ci sono una serie di fedeltˆ volontarie. Ti unisci in associazioni, ti incontri per comuni interessi, ti iscrivi a un club, ti associ a un partito. Cos“, la societˆ civile un insieme di gruppi sportivi, partiti, associazioni di beneficenza, gruppi di studio. Senza societˆ civile non pu˜ esistere la democrazia. E per altro, un sistema democratico che risponda a criteri di integrazione tribale e non ideologica, di nuovo, non pu˜ funzionare.
Lei vuol dire che nel mondo arabo quando non c' niente fra il Parlamento e la hamula, la famiglia allargata, non si pu˜ parlare di democrazia. Proprio cos“. Ci sono segni che nell'antica Arabia preislamica esistessero degli equivalenti della boul o del senato romano, e del Sinedrio ebraico o del Witenagemot anglosassone, ma poi le istituzioni di raccordo fra Stato e cittadino sono lungamente sparite e si perso ogni senso di qualsiasi cosa che somigliasse alle istituzioni intermedie fra cittadino e Stato. Persino il famoso Divan dell'Impero ottomano, descritto da tanti visitatori europei come un consiglio democratico, di fatto rimandava in ogni campo, giudiziale, finanziario, militare, al sultano prima e poi al gran visir per la decisione definitiva.
Qual secondo lei nel mondo islamico il nodo pi difficile da sciogliere per la realizzazione della democrazia?
Quello delle donne, senza dubbio. Dopo tutto rappresentano la metˆ della popolazione. La loro emancipazione secondo me stata uno dei motori principali dell'avanzamento dell'Occidente. L'assenza del costume della poligamia e del concubinaggio nelle religioni occidentali le ha favorite molto. L'Islam li consente, e questo degrada la figura femminile in molte societˆ non occidentali. I visitatori orientali in Europa, erano un tempo stupefatti dalla monogamia. E Kemal Ataturk, appena ebbe fondato la Repubblica turca negli anni Venti, intraprese come prima battaglia quella della liberazione della donna dagli abiti e dalle leggi oppressive dell'Islam. Ha fatto un gran numero di discorsi per spiegare che questo era prioritario per agganciarsi al mondo moderno. Non solo si trattava di un quantitˆ di forze, di energie, di intelletti, di persone indispensabili al progresso del Paese, spiegava, ma di madri cui era affidata l'educazione di giovani che altrimenti sarebbero stati tirati su da persone limitate, infelici, ignoranti. E soprattutto, sarebbero stati educati a diventare despoti, autocrati e non persone capaci di competere e di misurarsi.
Altri grandi ostacoli? La presunzione di avere a priori ragione, che per esempio fa s“ che sia difficilissimo (per esempio nei tanti simposi cui io prendo parte), trovare un autentico interlocutore del dialogo fra le religioni. Manca il questionare, il mettersi in discussione. E da qui, per analogia, viene la mancanza di impegno nel campo scientifico. Molti mondi non occidentali sono ormai parte della koinŽ scientifica internazionale. Esponenti di quei mondi li trovi sui giornali specializzati, vengono attribuiti premi Nobel a giapponesi, cinesi, indiani. A parte Israele, invece, il Medio Oriente completamente assente, almeno in campo scientifico, dall'agone.
Quale causa psicologica vede lei, a parte i motivi storici? Tante, svariate. Ce ne una, per esempio, che chiamerei "trionfalismo", e che appunto riguarda (ed stato cos“ anche per i cristiani) l'idea di avere giˆ ogni veritˆ in tasca. Di conoscere la rivelazione, e cos“ via. é la tradizione musulmana e anche quella cristiana che dice: "Io ho ragione, tu hai torto, vai all'Inferno". Poi i cristiani sono cambiati. Dall'intransigenza deriva un altro elemento che impedisce il progresso: la paura da parte dei dissidenti o dei modernizzatori di essere puniti dagli integralisti. Gli intellettuali musulmani non hanno una vita facile. I cristiani si sono potuti allontanare dal trionfalismo perchŽ dopo tutto la loro storia stata per quattrocento anni, prima della loro affermazione, una storia di persecuzioni ed esecuzioni pubbliche. I musulmani invece hanno vinto subito.
Bernard Lewis insegna Storia del Vicino Oriente all'Università di Princeton negli Stati Uniti
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