«Si può essere liberali e schiavisti al tempo stesso?»: la domanda se la pone Domenico Losurdo nel suo Controstoria del liberalismo. La risposta è implicita nel titolo: sì. Pagina dopo pagina una cospicua mole di dati tratteggia una realtà tragica: a partire dalla Gloriosa Rivoluzione, il liberalismo si dipana da una sponda all’altra dell’Atlantico cercando di mantenersi in equilibrio fra le belle parole e un’incessante serie di crimini commessa senza pietà contro tutti coloro che non rientrano nella definizione liberale di «uomo»: schiavi, poveri, senza lavoro, neri, pellerossa, irlandesi (e cattolici in genere, aggiungiamo noi). Qualche florilegio, a partire, ovviamente, dal padre del liberalismo e della tolleranza: John Locke. A suo parere il padrone esercita a buon diritto sullo schiavo «un dominio assoluto», un «potere legislativo di vita e di morte», un «potere arbitrario» che riveste la vita stessa. Ai suoi occhi «non è propriamente capace di vita intellettuale e morale “la maggior parte dell’umanità, che è dedita al lavoro e resa schiava dalle necessità della sua condizione mediocre e la cui vita si consuma soltanto nel provvedere ai propri bisogni”». Quanto ai bambini, i figli dei poveri vanno separati dai genitori e avviati al lavoro a partire dall’età di tre anni. Su questo concorda, all’incirca centocinquanta anni dopo, l’utilitarista Jeremy Bentham che, sempre a proposito di bambini poveri, scrive: «Potete anche sbatterli in una casa di ispezione e poi farne quello che volete. Potreste permettere, senza rammarico, ai genitori di dare una sbirciatina di dietro la tenda del posto del maestro». Scrive Losurdo: «La tentazione eugenetica attraversa in profondità la tradizione liberale»; e infatti Bentham suggerisce che, nelle apposite case di ispezione, «un gruppo di bambini sin dalla loro nascita, consentirebbe un buon numero di esperimenti». Sul continente e sull’altra sponda dell’oceano la musica non cambia.
In Francia, uno dei protagonisti della Rivoluzione, l’apostolo del terzo Stato Sieyès, parlando di quello che sarà chiamato il «popolo lavoratore», retoricamente si
domanda: «I disgraziati votati ai lavori faticosi, che ricevono appena di che sostentare i loro corpi…, questa folla immensa di strumenti bipedi, senza libertà, senza moralità, senza facoltà intellettuali… sono questi che voi chiamate uomini?». Sul suolo americano, Jefferson, pur di limitare la presenza degli schiavi, suggerisce di acquistare a modico prezzo «e forse persino ottenere gratis i neonati neri, collocarli “sotto la tutela dello Stato”, sottoporli al lavoro quanto prima e così recuperare in larga parte le spese necessarie per la “deportazione” [degli schiavi] a Santo Domingo».
La lettura del bel libro suggerisce due interrogativi: aveva torto Pio IX a condannare il liberalismo? È ipotizzabile che all’origine della «liberale tirannide» - per utilizzare la definizione del cattolico Solaro della Margherita - ci sia quell’empirismo che nega la possibilità per l’uomo di conoscere la verità? È pensabile che la violenza disumana propria del pensiero liberale sia radicata nella violenta mutilazione della natura umana privata della sua essenziale dimensione metafisica? A giudizio di chi scrive le caratteristiche positive del liberalismo moderno, rispettoso della persona e della dignità di ogni uomo, non sono dovute all’abbandono della tradizione giacobina per abbracciare quella anglo-americana, ritenuta tollerante, ma al ritorno puro e semplice al pensiero cattolico.
Domenico Losurdo Controstoria del liberalismo, Laterza, 376 pagine, 24,00 euro