Ogni analisi del profilo di Karol Wojtyla, sia pastorale, sia teologica, sia inerente la sua funzione di leader di una grande potenza che si muove sullo scacchiere internazionale non può non partire da una constatazione: Giovanni Paolo II è il Papa che dispiega pienamente la potenza della Chiesa. Con lui la Chiesa sembra uscire dalla crisi che aveva segnato il pontificato di Paolo VI, per affermarsi come potenza trascendente e globale, come sfida, unica sfida, a quella rivoluzione capitalistica che chiamiamo globalizzazione. Paolo VI era stato il Papa di una crisi drammatica e sofferta. I lunghi anni del suo pontificato sono stati segnati dalla tensione della ricerca della Chiesa e della parola di Dio nella modernità. Era entrata in crisi col successore di Giovanni XXIII la grande stagione conciliare, quella della Chiesa del disgelo, del dialogo e degli uomini di buona volontà cioè della rinnovata fiducia nell'Alleanza. Con l'irruzione, forte come mai, sulla scena del mondo, di una contestazione radicale all'ordine capitalistico, era riemerso pienamente dall'oscurità il sogno di cambiare il mondo e di farlo in questo tempo e su questa Terra. Proprio l'apertura conciliare sembrava aver fertilizzato il terreno su cui nasceva e si espandeva una domanda che la superava e la secolarizzava. Persino il grande tema del dialogo fra cristiani e marxisti passava la mano ed era travolto dalla contestazione dell'operaio comune di serie e dello studente di massa, che mettono in discussione l'ordine capitalistico e lottano su questa Terra contro quello che il Concilio aveva individuato come il più grande peccato dell'umanità cioè lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Durante il pontificato di Paolo VI, insomma, la società sembra prendere in parola quel messaggio di apertura della religione, quella connessione tra politica (intesa come capacità di trasformare il mondo) e fede, producendo una crisi nella quale quel Pontefice si interrogava con umiltà e con angoscia. Con Giovanni Paolo II la Chiesa vive una sorta di controffensiva: l'idea della fede viene riproposta quasi in una sfida con la temperie culturale che aveva scosso la Chiesa negli anni precedenti. Karol Wojtyla ripropone la ripresa di un primato fondato sulla separazione fra il nostro tempo e il tempo della parola e del messaggio evangelico, per affermare l'assoluto primato del secondo sul primo.
Nell'affermazione della rinnovata potenza della Chiesa, l'ordine trascendente tende a essere presentato come la sola prospettiva di fuoriuscita da questo mondo e la figura del Papa è, prima di tutto, un'espressione di questa potenza. Una potenza della fede che dà forza a un'importante presenza temporale. È solo alla luce di questo primato che si possono capire i diversi aspetti dell'attuale pontificato. Intanto la sua dimensione mondiale e planetaria. Per tutta una fase, Giovanni Paolo II sembra indicare come avversario prioritario della Chiesa il comunismo. Un comunismo che il Papa polacco ha avvertito come momento di contestazione dell'ordine capitalistico, ma che nelle sue parole precipita e viene ricondotto tutto all'interno del socialismo reale come sua unica e possibile espressione. Wojtyla individua e riconosce quella forza che aveva scosso così profondamente la Chiesa nel pontificato precedente, ma la riduce e la riconduce tutta nella brutale concretezza di quegli Stati e di quei socialismi dei Paesi dell'Est che hanno iniziato il loro declino. Dal soglio pontificale manda a dire al mondo: il comunismo non è nulla fuori da quel potere temporale così come si è realizzato. Il comunismo è il sistema dei Paesi dell'Est e questo sistema è insieme contro la religione e contro la libertà. Solo il Papa, solo la Chiesa può parlare fuori da questo potere temporale. Così il pontificato di Wojtyla scuote quelle società e quelle strutture, contribuisce alla loro distruzione e concorre in qualche misura al ripristino di un dominio del mercato su scala planetaria. Ma nello stesso momento in cui il Papa polacco si batte contro il comunismo, e quindi concorre alla unificazione del mondo sotto il primato del mercato, ne diventa paradossalmente il principale oppositore. Dopo il crollo dei socialismi dell'Est, "reale" è solo il capitalismo e il capitalismo riacquista per intero il segno del "male", del peccato di fronte a cui c'è bisogno di un trascendimento, di una opposizione grande e universale. Questo trascendimento non parla la lingua della politica, ma quella della religione e fra le religioni propone le parole del cristianesimo e del cattolicesimo. Il senso grande e terribile del pontificato di Karol Wojtyla diventa così il ripristino del dualismo fra il mondo reale dominato dal capitalismo, e dunque dallo sfruttamento e dall'alienazione, e il suo trascendimento che non può che essere in un ordine extraterrestre, cioè nel regno di Dio. Solo il regno di Dio rende liberi e uguali. Questa è la forza e la debolezza del messaggio inviato dal pontificato del Papa polacco. Gli altri, anche se importanti, sono comunque secondari.
In questo ordine primario di contrapposizione al capitalismo globale si iscrive un altro importante messaggio del pontificato: la lotta alla povertà e alla fame nel mondo, la denuncia degli elementi di ingiustizia. Essi sono un elemento forte in sé, hanno costituito un carattere distintivo di questo pontificato e hanno fatto sì che la Chiesa potesse essere dopo il crollo dei Paesi dell'Est la più rilevante potenza mondiale capace di parlare la lingua della critica all'ordine capitalistico, una istituzione dotata di una sua universalità in un mondo in cui si era spezzata, inesorabilmente assorbita dalla logica statuale, ogni propensione internazionalistica del movimento operaio. Questa lotta è certamente tutta iscritta in una prospettiva di trascendenza religiosa, e tuttavia costituisce una parola che vive qui e ora, il cui peso non può essere ridotto perché, comunque, ritenuta tutta interna a una filosofia che la rende servile rispetto al disegno del primato della religione e di Dio. La critica alle ingiustizie del capitalismo, la lotta che Karol Wojtyla ha intrapreso contro la fame e le discriminazioni planetarie, hanno una loro forza di propagazione e di affermazione che va al di là dell'ordine religioso che le comprende. La parola di questo Pontefice rimane per i diseredati del mondo una parola contro l'ingiustizia, contro il primato del mercato, l'ossessione del profitto, l'inseguimento del consumo. Il Papa denuncia e mentre denuncia con tutto il peso della sua persona e del suo ruolo interloquisce, interviene, pensa che la sua parola possa essere ascoltata da chi governa, possa avere quindi una funzione politica. Da questa convinzione deriva la scelta attenta degli interlocutori, dei popoli a cui si rivolge, degli Stati che visita. Ma questa lotta contro la povertà, la miseria e i mali del mondo, è comunque interna alla convinzione che essi non sono al fine risolvibili se non nella trascendenza di Dio cioè in una prospettiva fortemente e completamente religiosa. E infatti Karol Wojtyla non misura la lotta alle ingiustizie sulla base di successi o di insuccessi terreni e temporali della sua parola o della sua denuncia. Egli è sempre guidato dalla bussola della trascendenza, il suo interesse rimane tutto nel messaggio, nella sua propagazione, nella possibilità di far lievitare sulla Terra la parola di Dio. In una riaffermazione forte del primato dell'ordine religioso che appare lontana sia alla Chiesa del dialogo di Giovanni XXIII che a quella della crisi e della ricerca di Paolo VI.
Ne deriva una forma di integralismo non immediatamente evidente, ma presente in un pontificato che per altri versi appare caratterizzato da una straordinaria apertura al mondo e ai suoi drammatici problemi. Un'apertura che è apparsa evidente in alcuni atti simbolici di grande rilevanza: nella solennità con cui questo Papa ha chiesto scusa a popoli di altre confessioni a partire dal popolo ebreo, al suo ingresso nella Moschea. Ma quell'apertura ha più il segno della tolleranza che non quello intenso del dialogo, e rimane venata da un integralismo che si manifesta in modo più evidente quando questo pontificato affronta il rapporto fra il fenomeno religioso e una sfera decisionale più propriamente dello Stato. È evidente che Wojtyla non considera la laicità dello Stato né una ricchezza, né un arricchimento della dialettica fra potere temporale e fenomeno religioso. Essa appare tendenzialmente come qualcosa a cui resistere, qualcosa di ingombrante sulla via della parola di Dio e del percorso della fede. È questa venatura di integralismo anche se non totalmente attribuibile al Pontefice, a spiegare una curvatura della curia romana, una tentazione ad affrontare direttamente e a risolvere questioni inerenti la laicità dello Stato italiano. Una inclinazione che ha destato il sospetto di voler fare dell'Italia il laboratorio di una nuova stagione di influenza del potere ecclesiale sul potere politico. Questa vena integralista si manifesta ancora con maggiore evidenza sul terreno della persona, delle sue libertà e dei suoi diritti e si estrinseca pienamente sulla questione della vita. I diritti della persona che uno Stato laico può e deve garantire sono in questo quadro un ingombro, mentre la pulsione integralistica si dispiega senza remore sulle donne che sono portatrici della maternità, cioè sulle origini della vita. Scelta che viene negata in nome del principio integralistico della sua fondazione divina.
Oggi rispetto agli anni del pontificato di Karol Wojtyla c'è una novità: la nascita di una critica alla globalizzazione interna alla società, una critica che ha caratteri radicali e planetari e di cui la parte finale di questo pontificato sembra non avvedersi. Stanno nascendo nel cuore della modernizzazione capitalistica i suoi nuovi avversari. Sono insieme gli eredi della vecchia classe operaia e il nuovo popolo di Seattle. Il motivo di quel silenzio è evidente. Con Wojtyla la Chiesa ha assunto un ruolo di supplenza totale rispetto alla critica del mercato e della globalizzazione. Contrariamente alla Chiesa conciliare nel suo orizzonte non è contemplato il dialogo con le culture anticapitalistiche di fondazione secolare a partire da quelle marxiane e quindi non è cercata la connessione fra critica della società e fede, fra politica e fede. La fede e il trascendente, isolati in una sfera tanto potente quanto distaccata, non entrano in comunicazione con quanti pure propongono una critica radicale in nome dei poveri del mondo, alla rivoluzione capitalistica e al dominio del mercato.
Ma proprio dalla rinascita dei movimenti antiglobalizzazione emerge un altro profilo di questo pontificato, un profilo sul quale c'è ancora da riflettere: il suo essere in un'era della transizione capitalistica paradossalmente anch'esso un pontificato di transizione.
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