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Le nuove battaglie del riformismo islamico

LIBERAL BIMESTRALE
di Amel Grami
Liberal n. 7 - Agosto/Settembre 2001

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I suggerimenti di un'intellettuale musulmana
Il lettore attento degli ultimi discorsi del Concilio Vaticano II può constatare che essi sono imperniati sul diritto alla libertà religiosa ovunque il riconoscimento della differenza incontri maggiori difficoltà. A tal proposito ci è sembrato opportuno rilevare gli sforzi compiuti da Giovanni Paolo II per instaurare, nonostante l'opposizione della corrente conservatrice, nuovi rapporti con le altre religioni. È da notare che, con l'andar degli anni, la posizione del Papa è progredita. Il suo interesse per questo problema si è manifestato non solo sotto forma d'incoraggiamento al dialogo interreligioso e di insegnamento conciliare concernente le altre religioni, ma anche attraverso i suoi molteplici messaggi e le sue molteplici dichiarazioni. Il Concilio Vaticano II ha sempre ricordato che il primo e più importante tra i diritti dell'uomo è la libertà religiosa. Quest'ultima non può essere ridotta alla sola sfera privata, dal momento che ogni credente ha bisogno di manifestare la propria fede, che è per lui la sua stessa ragion d'essere. È evidente che "schernire determinate credenze religiose, screditare questa o quella forma di pratica religiosa e dei valori di cui è latore un notevole numero di persone equivale a ledere gravemente gli individui che li professano, costituisce una forma di esclusione contraria al rispetto dei valori umani e destabilizza fortemente la società" (discorso al nuovo ambasciatore di Francia, 10 giugno 2000). Allo stesso modo, la dichiarazione Dignitatis Humanae sottolinea che la libertà religiosa trova il suo fondamento nella dignità stessa della persona, e mostra infine come essa abbia le sue radici proprio nella rivelazione cristiana. Un'impressione assai netta risulta tuttavia dai discorsi del Papa: il dialogo è instaurato soltanto tra coloro che credono. Aprirsi a coloro che non credono, infatti, non rischierebbe di allontanarci da ciò che rappresenta la nostra identità religiosa? In tal modo gli atei, gli gnostici, i rinnegati, gli indecisi che appartengono a una categoria intermedia tra "credenti e non credenti" e gli indifferenti sono esclusi. Provenendo dal mondo monoteista, il silenzio del Papa sui non credenti è comprensibile. Questa panoramica generale sulle posizioni del Papa a proposito della libertà religiosa ci permette di dedurre che essa è un argomento che turba e che la lotta per tale diritto si scontra con numerosi problemi. Ed è proprio questa constatazione che sprona a cercare di cogliere gli atteggiamenti dei pensatori musulmani e di evocare gli sforzi che alcuni di essi compiono per difendere il diritto, per ciascun individuo, di credere in una religione e parimenti il suo diritto di non credervi. Evidentemente la più importante fra le questioni che si pongono è la seguente: come difendere la libertà religiosa pur restando fedeli alla propria religione, alla propria fede, o persino alla propria identità? Su questo punto i pensatori musulmani si dividono. A giudizio di alcuni l'incontro può essere realizzato soltanto tra coloro che adorano un unico creatore, mentre altri pensano che la libertà religiosa è un diritto fondamentale di coloro che aderiscono all'Islam allo scopo di praticare i loro culti. In compenso gli apostati, abbandonando l'Islam, perdono il proprio diritto alla dignità e al rispetto. Quanto ai fondamentalisti, essi rifiutano ogni dialogo con i non-musulmani. Gli estremisti arrivano al punto di condannare per delitto di apostasia coloro che lavorano a favore del dialogo interreligioso. Così, per esempio, ogni rapporto con gli ebrei, nel contesto politico che sappiamo, è considerato una prova di tradimento della Umma. Bisogna notare che gli scritti degli islamici militanti su tale problema sono molto numerosi e caratterizzati da un atteggiamento ostile nei confronti dell'altro. Cionondimeno è il caso di sottolineare i notevoli sforzi compiuti da taluni pensatori che hanno posto l'accento sul legame che stringe la libertà religiosa al diritto alla differenza, e al diritto di coscienza.
È evidente che tali elementi sono indispensabili affinché ogni individuo possa svilupparsi determinando liberamente se stesso rispetto alle scelte dettate dalla sua coscienza. In quest'inizio di millennio, ci troviamo alle prese con numerosi mutamenti e con numerose forme di religiosità. Ma in realtà siamo di fronte alle crisi del mondo contemporaneo: una crisi della fede che spinge alcuni a lasciare la propria religione non per un'altra religione, bensì per nessuna religione, e una crisi dell'umanità, crisi la cui ragion d'essere va ravvisata nella diffusione del materialismo, che impoverisce la spiritualità delle persone. Secondo i pensatori che abbiamo citato per ultimi, essere musulmani implicherebbe il conformarsi ai principi del testo coranico - "Non vi sono obblighi in materia di religione" (La Vacca 2/256) - e fare tutto il possibile per aiutare l'altro. Incontrare l'altro non equivale a "sforzarsi di vivere in pace", a evitare il confronto e a riferirsi a ciò che abbiamo in comune, vale a dire al retaggio della comunità di Abramo, bensì richiede di essere capaci di vedere, di comprendere e di accettare l'altro nella sua differenza, poiché è la differenza che fornisce uno spessore concreto al nostro rapporto reciproco. Certo questo compito costringe a passare dall'"insegnamento del disprezzo" all'"insegnamento del rispetto", ma tale passaggio resta comunque insufficiente. Fa parte dei nostri doveri vincere la paura dell'altro, la paura della critica da parte della nostra comunità, la paura di perdere la fede e la paura di un mondo diverso. I pensatori in questione insistono sull'urgenza del dialogo interreligioso. A loro giudizio, tuttavia, tale dialogo non dev'essere un fronte comune del monoteismo contro l'ateismo. Non si tratta di condurre una lotta contro il sincretismo e l'indifferentismo, e di rinchiudersi all'interno della propria religione. "Dio stesso non ha imposto alle sue creature una sola e unica via, ma le ha poste di fronte alla dura prova della scelta, che non sempre può rivelarsi la migliore" (1). Ciò che importa è aprirci alla cura del mondo che ci circonda: assicurare la felicità non solo ai credenti, ma a tutti. Quando è fondata sull'amore dell'altro la fede permette al credente di adempiere meglio alla sua missione nella vita, una missione che consiste nel radicare la fede negli animi turbati. Secondo questa corrente riformatrice del pensiero islamico, il rispetto dell'altro va più lontano di un semplice comportamento tollerante, divenuto obbligatorio a causa di un mondo pluralista. Non si tratta però di un gesto di compassione, bensì di un gesto di comprensione. A tale proposito, fa parte dei nostri doveri essere attenti alla sofferenza dell'altro, condividere con lui i suoi momenti di angoscia, per trovare la sua propria verità. In questo modo rispettiamo la storia e l'identità di ciascuno. È importante aver fede nell'uomo, comprendere l'esperienza religiosa piuttosto complessa del prossimo, e dedurre che gli è stata presentata un'altra voce. Così, riconoscendo che siamo tutti in cammino verso la verità, possiamo lottare insieme per la nostra dignità e per i nostri valori universali. Infine va segnalato il fatto che l'incontro con l'altro dipende dalla nostra capacità d'instaurare il "silenzio interiore" per poter ascoltare l'altro e non considerare la sua scelta come una minaccia per l'identità specifica della nostra religione. È chiaro che, per incontrare l'altro, bisogna innanzi tutto saper essere se stessi, convinti della propria appartenenza religiosa e fieri della propria identità.
Possiamo certo aprirci alla verità dell'altro, scoprire la sua singolarità; ma a condizione di salvaguardare la nostra propria verità. Infatti il vero dialogo con il prossimo deve rinviare ciascuno alla sua propria identità. Così "la libertà religiosa non è soltanto un diritto concesso da Dio alle sue creature, ma è altresì una fonte di nutrimento che mantiene vivo l'ardore della fede" (2). Di questa veloce panoramica sulle idee della corrente riformatrice, possiamo infine tener presente che è soltanto dialogando con se stessi e imparando a comprendere l'altro che giungiamo a rafforzare la nostra scelta.
L'uomo avrà perpetuamente bisogno di acuire le proprie opinioni a contatto con quelle degli altri. È a tal prezzo che si guadagna la forza dell'identità, cioè di un fenomeno che emerge dalla dialettica tra individuo e società. Quest'identità è conservata, modificata o persino riformata dai rapporti sociali tra coloro che credono, coloro che non credono e coloro che esitano e cercano la propria voce.

Note
1) M. Talbi, Mohammed: je suis un don de miséricorde, in "Coscienza e libertà", N 40, 1990, 92; 2) A. Grami, Huriyatu al mu taqad fi al Islam?, Le Fének, Marocco, 1997, p. 152


Traduzione dal francese di Filippo Scarpelli
Amel Grami è professoressa del Dipartimento d'Arabo della facoltà di Lettere de La Manouba (Tunisi)



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