Intrigante, piuttosto fascinoso, a suo modo, e in parte «difficile». Un vero saggio. Anzi un paesaggio. Inteso come sintesi estrema di forma, genere e contenuto. Il paesaggio, per dirla con l’autore, è un’esperienza, non un oggetto autonomo, e studiarlo significa studiare un cultura, il suo modo di costruirsi lo spazio, di rapportarsi a se stessa, quel rapporto fra il noto e l’ignoto che abitualmente chiamiamo «mondo». Nel cinema, paesaggio significa non solo rapporto fra personaggi e spazio, fra uomo e mondo, ma anche relazione fra diversi livelli di sguardo; c’è l’osservatore, che è un personaggio, e la cinepresa, che osserva l’osservatore. Dun-que un gioco complesso di punti di vista all’interno del quale si annida uno sguardo ulteriore, quello dello spettatore, che organizza e struttura il suo rapporto con il film secondo codici e culture individuali. Bell’approc-cio al tema del libro. Che Sandro Bernardi sviluppa in una sorta di filosofia dell’immagine dilatando il senso del paesaggio oltre i confini tradizionali ed elaborando un percorso critico cui non mancano accenti e pensieri forti, a tratti polemici. Come quelli riferiti al «sublime postmoderno» cinematografico, che nell’euforia dell’incertezza e del sopravvento acritico - e pseudodialettico - dell’immagine digitale produce un autentico «assassinio della realtà».
Se il cinema contemporaneo, nel suo complesso, è superficiale, ibrido, frammentario e confuso, quello italiano resta, nella seconda metà del Novecento, un cinema di grandi paesaggi: che diventano personaggi, interlocutori, molte volte spietati antagonisti nei confronti degli stessi personaggi. Un processo reso possibile, nel dopoguerra, dall’intreccio di trasformazioni e conservazioni avvenute nel tessuto culturale e sociale; ed ereditato da una parte del cinema italiano - attraverso il neorealismo - come unificazione di arte e conoscenza, in un momento in cui estetica, etica e antropologia si avvicinano in modo straordinario. In una concezione del mondo che Antonioni riassumeva con il concetto di «mistero dell’immagine», inteso come limite «positivo» e conquista della conoscenza e dello sguardo, del vedere e del sapere, in contrasto con l’onnipotenza visiva del cinema classico. Conquista non solo filosofica, ma anche antropologico-culturale e nello stesso tempo estetica. Bernardi insiste molto sull’importanza funzionale dell’antropologia rispetto al concetto di «paesaggio». E ricorda le scarse fortune avute in Italia dall’antropologia culturale (stesso destino riservato alla psicoanalisi) a causa di quell’alleanza tra marxismo e idealismo stabilita fin dalla fine dell’Ottocen-to con Labriola e che ha poi caratterizzato tutta la cultura di sinistra, in pratica la cultura tout-court, così come è stata malamente interpretata e praticata. La proposta dell’autore diventa allora quella di leggere nel cinema successivo al neorealismo le tracce di quell’antropologia - quale elemento determinante nella lettura del paesaggio - mancante nella cultura ufficiale. E le indicazioni portano agli esempi illuminanti di narratori-osservatori come Viscon-ti, Rossellini, Pasolini, Fellini, soprattutto Antonioni (al quale viene dedicata in termini di studio assai colto l’intera parte finale del libro) con la sua idea di natura e dell’infinito rivisitata attraverso concetti moderni e scientifici.
Sandro Bernardi, Il paesaggio nel cinema italiano, Marsilio, 212 pagine, 19.50 euro