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Ritratto parlante del Cavalier Bernino

LIBERAL BIMESTRALE
di Marco Vallora
Anno n. 12 - Giugno - Luglio 2002

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FL12_th  
Questo omaggio sincero, vale come un risarcimento, un rimpianto, perché avrebbe dovuto esser più tempestivo: ma il libro è così goloso e ricco, che lo si teneva volentieri accanto a sé, crivellato di sottolineature e annotazioni. Che tristezza leggere una dedica ormai muta, ora che Maurizio Fagiolo dell’Arco, raro esempio di intelligenza e di passione imprestata alla filologia, è prematuramente scomparso: uno di quei lutti che aprono davvero una lacuna insanabile. Lo dimostra anche questa «biografia» assolutamente originale del Cavalier Bernino: ogni secolo ha i suoi. Insolita: non soltanto perché si parla più della vita delle opere che non della sua stessa romanzesca e divertente esistenza (era uomo bizzaro e dalle battute fulminanti, stoccate davvero mortali, anche d’innanzi ai Re) ma perché si scopre un ritratto «parlante» del Bernini (secondo la dizione addottata per certi suoi marmi palpitanti e veri di vita) lasciando risuonare i documenti d’epoca, scrupolosamente ricercati (ci sono anche novità e scoperte) e riesaminati con rigore filologico mai noioso. Parlano le cronache d’epoca, i contratti e i regesti, le pagine di diario e perfin le pasquinate. Talvolta - senza nemmeno bisogno di virgolette - il testo brillante e affabile si mette a strepitare in romanesco o in linguaggio desueto, come se avesse ingoiato un ventriloquo. Come se fossimo lì, ad ascoltarlo, il Cavaliere, nelle sue sfuriate leggendarie o nella sua sottile arte di tessitore del’immagine. Perché il Padrone del Mondo, come ben affiora da questo testo, questo tosco-napoletano che dominò l’epoca del barocco romano s’era designato quasi come un abile «impresario o meglio un ministro dell’immagine». Ma non c’è mai forzatura, o una lettura «moderna»: le parole sono rigorosamente le sue. Semmai un gioco di rifrazioni, di ficciones alla Borges, come ammette lo stesso Fagiolo: «perché soltanto dalla accurata sceneggiatura della verità può nascere la finzione». Filtrando letteralmente le opere attraverso le parole d’epoca. «Ogni opera è registrata non con gli occhi della storia dell’arte, ma con la voce della cronaca». Un’atten-zione quasi vernacolare, «auricolare» al pastiche della vita, secondo la linea che passa dal padre-poeta romanesco Dell’ Arco a Gadda e Pasolini, da lui tanto amati.
Si parte così, cinematograficamente, dalla povera lapide sotto cui viene sotterrato, in Santa Maria Maggiore a Roma, una fossa scavata umilmente nella terra: «quasi un tombino». Autoritario anche dall’aldilà, Giovan Lorenzo (e non più Gian Lorenzo: parlano i documenti) oltre a rivoluzionare scandalosamente la progenitura, privilegiando l’unico figlio, modesto, che ha voluto seguirlo nell’arte della scultura, ha imposto ai familiari un umile funerale terragno: superfluo spendere per la memoria. Il grande artefice che ha progettato e lucrato sullo sfarzo funerario dei potenti di tutto il mondo sprofonda in provocatoria modestia. Anche se «con il cavaliere sembra finire nel buio d’una fossa un secolo tanto ottimista e così aperto verso il futuro», che ormai avanza verso la razionalità illuminista e le grazie leziose dell’Arcadia. E intorno a questa abilissima retrocarrellata funebre, mentre rivali e allievi e Cardinal Nepoti (breve il papato, ars longa) bisbigliano e tramano - proprio come nei misteriosi pannelli laterali dell’Estasi di Santa Teresa - ecco che miracolosamente Lazzaro risorge. E con lui tutt’un’epoca fastosa e violenta, quella del Barocco. E nel silenzio della preghiera s’intravvede anche, vestita di nero come un ritratto fiammingo, la Regina Cristina di Svezia, l’amica di Cartesio e Pascal, che a Roma è giunta anni prima, passando attraverso lo sfarzo «effimero» creatogli proprio dal Bernini.

Maurizio Fagiolo dell’Arco, L’Immagine al Potere. Vita di Giovan Lorenzo Bernini, Laterza, 397 pagine, 23.24 euro
 

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