archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Il sogno di vincere sul filo di lana

LIBERAL BIMESTRALE
di Darwin Pastorini
Anno n. 12 - Giugno - Luglio 2002

Torna al sommario
FL12_th  
Non ho mai nascosto la mia passione calcistica. Sono juventino dal 1961, cioè da quando la mia famiglia lasciò il Brasile per ritornare in Italia. La mia prima squadra, negli anni a San Paolo, fu il Palmeiras, maglia verde, come la giovinezza e la speranza. Ricordo il mio primo idolo, Josè Altafini, che i brasiliani chiamavano «Mazzola» per la sua straordinaria somiglianza con il mitico Valentino, capitano del Grande Torino. Nel 1958, la Seleçao - grazie anche alle prodezze di «Mazzola» - conquistò la sua prima Rimet: volteggiava leggero, lungo la fascia destra, Mané Garrincha, l’angelo dalle gambe storte e mostrava già meraviglie un giovane asso, Pelé. Arriviamo a Torino e scelgo la Juve: fascino della maglia bianco e nera e di nomi che, immediatamente, agiscono nella mia fantasia: Omar Sivori e John Charles, il piccolo ribelle e il gigante buono, due personaggi che sembravano usciti da una fiaba. Festeggio il mio primo scudetto nel 1967: la Juve operaia di Heriberto Herrera, paraguayano dalla mutria severa, sorpassa, proprio all’ultima giornata, l’Inter lucente del Mago Helenio Herrera. I bianconeri superano al «Comunale» la Lazio, mentre i nerazzurri - in maniera a dir poco rocambolesca - crollano a Mantova, in virtù di una rete di Di Giacomo e di una papera di Giuliano Sarti. Ecco: vincere sul filo di lana è il sogno di qualsiasi vero tifoso...
Così è stata bella, bellissima, commovente, struggente l’ultima di campionato. La Juve che trionfa a Udine, l’Inter che viene messa in ginocchio dalla Lazio e la Roma, addirittura, che conquista il secondo posto battendo il Torino al «Delle Alpi». È, per la società bianconera, lo scudetto numero ventisei, tra i più emozionanti e sofferti. Ho visto la partita a Stream, con il mio amico attore Luigi Di Fiore, tra i protagonisti più amati della soap-opera Un posto al sole e ultrà interista. Dovevate vederlo, dopo i due gol iniziali dell’Inter: urlava, ballava, mi prendeva in giro. E io a dirgli: «Luigi, calma. Il calcio non è una scienza esatta, è irrazionale e i laziali, guardali, stanno rispondendo colpo su colpo». E così è stato: 4-2 per i biancazzurri, con le lacrime di Ronaldo diventate l’icona della caduta. Questo è il fascino del pallone: non esiste niente di scontato, tutto può essere capovolto nel giro di un semplice, banale minuto. Per questo Eupalla non smetterà mai di conquistarci, di ammaliarci, di stupirci, di farci ritornare, perennemente, fanciulli, di quando inseguivamo, con corse senza fine, quella sfera che racchiudeva infiniti stupori e il segreto della nostra innocenza.
Ha trionfato il mio amico Marcello Lippi, un allenatore, bella la definizione del collega Vittorio Oreggia di Tuttosport, «anche di cervelli». Lippi è ritornato per vincere: e lo ha fatto con abilità strategica e psicologica, tenendo unito lo spogliatoio e azzeccando le ultime, decisive mosse. Cuper, invece, per la quarta volta consecutiva nella sua storia professionale, è scivolato a un passo dal traguardo, come certi sfortunati eroi epici. Determinan-te è stata la rinascita di Del Piero, fra i pochi assi capaci di divertirci con colpi d’autore ed estro atavico. È lui l’erede di Roberto Baggio. Così come mi piace citare l’uruguayano Marcelo Zalayeta: gol in Coppa Italia e partite di campionato da giovane apprendista campione. La Juventus è tornata regina, per il mio orgoglio e per la mia felicità. La Juventus degli studenti del liceo classico e degli operai della Fiat Mirafiori, la Juventus narrata da Soldati e Arpino, la Juventus della rovesciata proletaria di Petruzzu Anastasi e dei lanci filosofici di Michel Platini. La Juventus che, spesso, ci consola.
 

web agency Done Communication