Il mondo brucia e i bambini guardano l’incendio attizzato dal grande ritorno di motivazioni religiose sulla scena del conflitto. Le questioni dell’identità e dell’appartenenza, così importanti nella formazione di ogni individualità - chi sono io? Che cosa comporta l’appartenenza alla comunità dove sono nato senza alcuna possibilità di scelta? - ne risultano violentemente messe in discussione. E si tratta di domande alle quali nessun genitore può sottrarsi. È certamente per questo che da qualche anno, sulla scia dei primi e fortunati titoli di Fernando Savater (il primo in assoluto fu Etica per un figlio), fiorisce una pubblicistica destinata a rispondere alle domande imbarazzanti, e decisive, dei ragazzi. Ultimi arrivati in libreria, due piccoli saggi pubblicati da Bompiani: L’Islam spiegato ai nostri figli dello scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun e L’ebraismo spiegato ai miei figli di Elena Loewenthal.
Stessa copertina, stesso formato, stesso prezzo, e analoghi intenti, questi due piccoli libri sono tuttavia strutturati secondo sensibilità e modalità di racconto differenti. Quello di Ben Jelloun prende le mosse da un dialogo con la figlia di meno di dieci anni, davanti alle immagini terrorizzanti dell’11 settembre e delle torri gemelle in fiamme («…I musulmani sono cattivi, hanno ucciso molte persone, io non voglio essere musulmana») per spiegare ciò che distingue l’Islam dal fanatismo e dal terrorismo. È un libro pensato non necessariamente per genitori e ragazzi musulmani, ma per chiunque sia alla ricerca di risposte semplici a domande terribilmente complicate, indipendentemente dalla cultura di appartenenza. Questo non significa, naturalmente, che il libro non contenga un punto di vista forte e preciso: Ben Jelloun, infatti, svolge la sua lezione di tolleranza rispondendo a un atto di accusa. La sua è un’appassionata difesa di una cultura, di un’identità, di una fede, dal rischio concreto di crescere generazioni incapaci di distinguere e, dunque, esposte alla tentazione del fanatismo. Su questa strada non si nega alle domande più imbarazzanti, come quelle sulla poligamia («Non è giusto!», protesta la bambina. E lo scrittore risponde: «Hai ragione… Oggi la poligamia è in via di sparizione perché la donna sta acquisendo i suoi diritti…») o come quelle sulla Gihad (questo «richiamo alla guerra… non ha più senso perché l’Islam non smette di diffondersi pacificamente e nessuno lo minaccia veramente»). Più intimo, poetico ed esplicitamente rivolto ai bambini che cercano una loro personalissima collocazione nella lunga, interminabile catena dei figli e dei nipoti di Sara e di Abramo, il libro di Elena Loewenthal non si propone di coniugare l’appartenza religiosa con la ragione, ma di rispondere ad alcune fondamentali «angosce»: essenzialmente a quella che mette in questione l’identità ebraica dall’inizio dei tempi, la minaccia al diritto di esistere e la percezione dell’ostilità del mondo. «La storia ebraica è in fondo null’altro che la tenace risposta all’imperativo - siate!… Il dovere di esistere è quindi, bambini miei, il fondamento della coscienza di Israele…». In meno di cento pagine, questi due piccoli libri raccontano due fiabe grandi e terribili, che includono la Shoah e le Crociate, la Bibbia e il Corano; e fortunatamente non si tratta di decaloghi e dottrine, ma di convinte scommesse sul fragile perno della tolleranza, così duramente messo alla prova dalla storia dei nostri giorni, e sulla capacità di arricchire il nucleo originario dell’appartenenza. Senza rinnegarla.
Tahar Ben Jelloun, L’Islam spiegato ai nostri figli, Bompiani, 99 pagine, 6,20 euro; Elena Loewenthal, L’ebraismo spiegato ai miei figli, Bompiani, 93 pagine, 6,20 euro