Amava dire Enzo Ferrari che le sue macchine non potevano nascere che in Emilia: «una terra di rivoltosi, di gente non sempre tranquilla. Sangue e cervello sono qui ben uniti, per fare i tipi d’uomini ostinati, capaci e ardimentosi; le qualità che ci vogliono per costruire macchine da corsa». E come il grande modenese, ostinato era anche Ferruccio Lamborghini, nato in territorio ferrarese nell’aprile 1916 e più giovane di diciotto anni rispetto a un Ferrari del gennaio 1898: due personaggi accomunati da una passione per i motori che seguì vie diverse, ma che li portò a incontrarsi e a lanciarsi il guanto di sfida. Siamo nel 1962 e Ferrari, che venti anni prima aveva fondato la scuderia diventata poi una fabbrica di velocissime fuoriserie, è all’apice della fama dopo una lunga serie di vittorie, che ancora nel 1961 hanno visto campione del mondo l’americano Phil Hill, al volante di una rossa. Così a Maranello arrivano da tutto il mondo le prenotazioni per una vettura con il marchio del ca-vallino rampante; mentre davanti all’ufficio del costruttore fanno la fila clienti come lo Scià di Persia, l’Aga Khan e il re del Belgio. Ma siamo anche in pieno boom di un’Italia che ha visto la rapida crescita delle attività industriali, mentre l’agricoltura è passata dall’aratro trainato dai buoi a una intensa meccanizzazione. E fra i trattori che rombano nelle campagne sono diffusi quelli di un’azienda emiliana in espansione, ornati da un toro in atto di caricare e con il nome del loro creatore. Quello stesso Lamborghini che, orgoglioso del successo, nell’autunno del 1962 arrivò in fabbrica con una Ferrari nuova di zecca, già allora un vistoso status symbol. Si racconta che, per la rottura della frizione sulla sua berlinetta, l’industriale ferrarese andasse a Maranello, chiedendo di parlare a Enzo Ferrari. Incontro che, dopo una buona ora di anticamera, ebbe luogo e che lo portò a dire al costruttore: «Se io facessi le automobili, le frizioni le farei robuste come quelle dei trattori». A un Ferrari che lo ritenne solo adatto ai trattori, il furente Ferruccio lanciò così la sfida: «Un giorno farò anch’io le automobili, allora vedrà». Nacque da qui il percorso che portò alla presentazione della prima dodici cilindri con il marchio del toro già al salone di Torino, nel novembre 1963. Con la produzione di veloci fuoriserie che, come nel caso della leggendaria Miura, iniziarono a sottrarre i migliori clienti alla stessa fabbrica di Maranello, avversata anche da una serie di sconfitte sportive a opera delle emergenti scuderie inglesi. Aspetti che nel luglio 1969 indussero Enzo Ferrari a cedere alla Fiat la proprietà della sua azienda, pur conservando il timone della sezione corse.
Le vicende di questi creatori di grandi automobili vengono ripercorse in due libri usciti quasi in parallelo, di piacevole lettura ma con tagli diversi. Quello su Ferruccio Lamborghini (Florido Borzicchi, L’uomo che inventò la Miura, edizioni Bietti, 240 pagine, 12,91 euro) indaga sugli umori caratteriali e sull’avventura imprenditoriale del personaggio. Mentre il lavoro su Ferrari (Pierangelo Sapegno, Un amore lungo la via Emilia, edizioni Limina, 130 pagine, 12,91 euro) è soprattutto una galleria dei tanti uomini che, a iniziare dai piloti, hanno dato anche la vita per il mito delle rosse.