Osservi la sua faccia da dandy e il pensiero raggiunge le pellicole di Luchino Visconti percorrendo un immaginifico Viale del tramonto per poi abbandonarsi a un languido ballo cheek to cheek. Ti metti ad ascoltare la sua vellutata voce da crooner e percepisci romantici confronti col Frank Sinatra di It Was A Very Good Year e l’Elvis Presley ipoglicemico di Love Me Tender. Bryan Ferry, nato nel 1945 nella contea inglese di Durham, a poca distanza da Newcastle, da trent’anni dialoga di pop e rock con impeccabile savoir faire. Nel ’72, dopo aver studiato Pop Art sotto la guida di Richard Hamilton, ripone il pennello per darsi alla musica: la sua opera d’arte si chiama Roxy Music, band del tutto anomala per quegli anni legati al Progressive dei Genesis e di Emerson, Lake & Palmer; una tempesta perfetta di rock’n’roll, elettronica sperimentale, suggestioni brechtiane e soffusi decadentismi. I critici, disorientati e affascinati, inseriscono il gruppo nel filone esclusivo dell’Art Rock, il medesimo di David Bowie e di Lou Reed, Sparks e T. Rex. Monsieur Ferry orchestra i Roxy e contemporaneamente si concentra da solista sugli ellepì These Foolish Things (’73), Another Time, Another Place (’74) e Let’s Stick Together (’76), gioielli traboccanti di brani altrui come Sympathy For The Devil (Rolling Stones), A Hard Rain’s A Gonna Fall (Bob Dylan) e Smoke Gets In Your Eyes (Platters) rivisitati in smoking e guanti bianchi. «Faccio cover utilizzando un procedimento che è per molti versi simile a quello della Pop Art», ebbe modo di spiegare. «Prendiamo ad esempio le Brillo Boxes di Andy Warhol, i generi alimentari ricreati da Claes Oldenburg o la caffettiera con le spillette di Jasper Johns: artisti che afferravano la pre-esistenza dell’oggetto quotidiano per poi ricrearlo assecondando il proprio gusto. Io ho fatto altrettanto: ho scelto canzoni scritte da altri e le ho riarmonizzate fino a sentirle un po’ mie». Citando idealmente il titolo di un brano dei Roxy Music, Ferry adotta la meticolosa tecnica del «re-make, re-model»: cioè rifare, rimodellare, seguendo passo dopo passo l’umore e la tempra delle versioni originali. Poi, quando nell’82 l’album Avalon fa calare il sipario sull’avventura roxyana, il cantante in doppiopetto seguita a dispensare rifacimenti da porre finalmente a confronto con brani propri, melliflui e incantatori, come Slave To Love, Is Your Love Strong Enough?, Zamba, Your Painted Smile e Mamouna.
Frantic, titolo «polanskiano» incollato sul nuovo cd, è la prova tangibile che Bryan Ferry non si è seduto placidamente sugli allori dopo As Time Goes By di tre anni fa, una raccolta fin de siécle di composizioni anni Trenta griffate Cole Porter, Rodgers & Hart, Kurt Weill e reinterpretate con piglio da scettico blù. Au contraire, quest’album non solo svela un maiuscolo interprete «elettrico» che prende per il bavero It’s All Over Now, Baby Blue di Bob Dylan e un imprevedibile folksinger che si inchina ossequioso ai piedi di Goodnight Irene (firmata Leadbelly), ma esprime la quintessenza del proverbiale crooner: che narra di Marilyn Monroe, icona della Pop Art, fra gli effluvi melodici di Goddess Of Love, impartisce lezioni d’antico romanticismo con A Fool For Love, cita «James Bond, Jackie O, Johnnie Ray and Garbo» nelle spirali rockeggianti di Cruel, riscopre il decadentismo patinato dei Roxy Music pensando al regista Alain Resnais (Hiroshima…) e a Citizen Kane di Orson Welles (San Simeon), trasforma il battito elettronico in una suadente carezza (I Thought). A conti fatti, Bryan Ferry continua a percorrere il Sunset Boulevard dei suoi aristocratici sogni musicali. Proustianamente. Alla ricerca del tempo perduto.
Frantic, Virgin, 20,60 euro