Di Carlo Betocchi, uno dei più grandi poeti del nostro Novecento, si è ricordata - dopo un ingiusto oblio - Firenze, intitolando a lui un premio di poesia e riunendo amici scrittori e pittori per rendere omaggio all’opera sua a Palazzo Vecchio. Carlo Betocchi nasce a Torino nel 1899 ma si trasferisce a Firenze negli anni successivi. Si è diplomato come perito agrario. Nel ’17, con la storica generazione dei nati nel ’99, fu inviato al fronte e fu coinvolto nella rotta di Caporetto (c’è un libretto, uscito nel ’59 e poi nel ’67, intitolato appunto L’anno di Caporetto, che è scritto con grande maestria dando concretamente la possibilità di vedere in tutti i suoi aspetti il dramma, soprattutto delle popolazioni oltre che dell’esercito, in quella rotta disperata). Nel 1919-1920 Betocchi va volontario in Libia. Quando torna comincia il suo lavoro di geomera nelle costruzioni stradali: lavora in varie parti d’Italia. Fa delle comparizioni a Firenze via via, ma a Firenze si stabilisce definitivamente nel ’52. Esistono ancora le strade costruite da Betocchi su e giù per l’Italia. Ho una casa a Pienza e se m’affaccio al panorama che da lì si gode, vedo ancora la strada costruita da Betocchi che va fino all’incrocio sulla Cassia e precisamente a Gallina. Sullo sfondo l’Amiata. L’Amiata che fu caro a Montale, che è caro a Luzi e che Betocchi in vecchiaia rimirò quando veniva per brevi vacanze estive proprio a Pienza. Comincia l’avventura letteraria: con Lisi e Bargellini, suoi amici di sempre, fondò nel ’23 il Calendario dei pensieri e delle pratiche solari, collaborando poi, a partire dal 1930, alla gloriosa rivista Il Frontespizio con stretti contatti con Papini e Giuliotti. La prima raccolta di versi Realtà vince il sogno è del ’32: Betocchi perciò - un po’ come successe a Ungaretti - inizia a poetare in un’età abbastanza adulta: aveva 33 anni. Da allora i libri si susseguno e nello «Specchio» di Mondadori, uno dopo l’altro, abbiamo i suoi libri maggiori: L’estate di San Martino del ’61, Un passo, un altro passo del ’67, Prime e ultimissime del ’74. Betocchi muore a Firenze nel 1986. Poeta di «passo», come lo definisce Bo, guidato dalla pazienza, in un «continuo autoritratto cristiano» come dice Contini. De Robertis recensisce subito il primo libro di poesie di Betocchi e si dà a ricercare derivazioni metriche e musicali (nomina Parini, nomina Carducci), s’accorge di quel misto di «franchezza e di raro» che ha il suo nuovo modo popolaresco, che sa «cogliere a volo un’aria di canto. È un idillio scontento con solo le apparenze della felicità».
Il tono della sua lirica è benissimo definito da Betocchi nella poesia 1946: «…ma se penso a mia madre / che lavava i panni, e a questi giovani / che dirottano sbandati, cuore di padre, / consiglio d’uomo mi suggeriscono / una somma di sforzi, di pietà, d’amore, / e scelgo una tristezza intimamente popolare». E si può meditare anche su questa frase di Betocchi detta in un’intervista del ’79: «Non sono un intellettuale. La mia poesia nasce dall’allegria e anche quando parla di dolore nasce dall’allegria».