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Il capitalismo morale

LIBERAL BIMESTRALE
di Marco Tronchetti Provera

Anno II n. 7 - Agosto/Settembre 2001

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Dottrina della Chiesa e pensiero liberale dopo la svolta della Sollecitudo Rei Socialis
La dottrina sociale della Chiesa ha percorso, nell'ultimo secolo, alcune tappe fondamentali, dalla Rerum Novarum di Leone XIII, alla Populorum Progressio di Paolo VI, alla più recente Sollecitudo Rei Socialis di Giovanni Paolo II, scritta appunto per commemorare il ventennale dell'Enciclica del suo predecessore. Il fatto che la Chiesa abbia voluto utilizzare per ben tre volte uno strumento così solenne come l'Enciclica papale, non rende agevole un commento che prescinda dalla presa in considerazione, oltre che del messaggio sociale, anche di quello teologico e morale. Questi testi, infatti, pur rivolgendosi innanzitutto ai credenti per indirizzarne, secondo dottrina, il comportamento concreto nella società, hanno una portata assai più vasta e si rivolgono all'insieme dei responsabili politici ed economici. La Sollecitudo Rei Socialis compie da questo punto di vista un salto qualitativo, non ponendo al centro dell'analisi il problema del rapporto fra ricchezza e povertà, ma quello dello sviluppo, dei suoi squilibri, delle diseguaglianze che comporta e delle relative implicazioni morali. Questa evoluzione è molto importante perché, per lungo tempo, e questo a prescindere dalle convizioni religiose di ciascuno, il rapporto fra la dottrina e la coscienza di coloro che dedicano la propria vita alla produzione o all'accumulazione di ricchezza è stato difficile. È vero che la parabola dei talenti potrebbe ancora oggi essere considerata un manuale del moderno banchiere, ma è anche vero che si è voluto insistere, sin dall'educazione dei giovani, sulla scarsa possibilità che ha il ricco, oggi si direbbe più facilmente il capitalista, di entrare in Paradiso. A questa visione si è voluto contrapporre un pensiero, di origine calvinista, secondo cui la ricchezza può essere considerata un segno della grazia. Di tutto ciò il dibattito odierno si sta fortunatamente liberando, anche se dobbiamo essere consapevoli di quali scorie rimangono ancora nella nostra memoria individuale e collettiva. Scorie che rispecchiano la problematica sociale di un mondo in cui, con l'eccezione dei mercanti, la ricchezza era un concetto statico; il suo problema sociale non riguardava tanto i modi dell'accumulazione quanto l'uso che se ne faceva.
Nello svolgere la sua analisi l'Enciclica vuole, idealmente, contrapporsi sia al "capitalismo liberista" che al "collettivismo marxista". Nel frattempo, il testo è del 1987, il comunismo è crollato rovinosamente. Il lettore odierno si trova quindi a fare i conti esclusivamente con i problemi legati al funzionamento del sistema che ha trionfato. La critica che il testo papale fa del sistema economico e sociale in cui viviamo è, a prima vista, spietata e si ha l'impressione che l'oggetto dell'analisi sia un meccanismo cieco in cui le esigenze dell'accumulazione, o "la logica del profitto", prevalgono su qualsiasi altra esigenza di dignità e di libertà della persona umana. La cosa deve fare riflettere. Il moderno pensiero economico su cui si fonda l'economia di mercato quale la conosciamo, è, all'origine, il prodotto di pensatori illuministi, soprattutto in Gran Bretagna e in Francia, che erano per formazione e per vocazione innanzitutto dei filosofi morali. La seconda grande opera di Adamo Smith si intitola La teoria dei sentimenti morali; la sua opera principale invece tratta della ricchezza delle "nazioni" e non certo solo di quella degli individui. In nessun passo della sua opera "la mano invisibile" è cosa diversa da un mero strumento per massimizzare il benessere. Il suo pensiero economico sarebbe incomprensibile se si facesse astrazione dalla nozione di "contratto sociale" che è il principale prodotto politico di quell'illuminismo a cui lo stesso Smith appartiene. Gli stessi testi dei padri fondatori degli Stati Uniti, che rappresentando la forma più compiuta del pensiero politico dell'epoca, non considerano la libertà uno strumento per il perseguimento del solo benessere, ma addirittura della "felicità", che è un concetto molto più pervasivo e denso di implicazioni morali, non solo individuali, ma collettive. Del resto questa analisi del funzionamento del mercato come meccanismo destinato a un benessere collettivo e non solo individuale, è stata un elemento trainante della scienza economica lungo tutto il Diaciannovesimo e il Ventesimo secolo da Smith a Keynes. È interessante, proprio a questo proposito, la lettura del recente libro che Giorgio Ruffolo ha dedicato alle biografie di dodici grandi economisti. Del resto, basterebbbe domandarsi se le uguaglianze e le sofferenze create dallo sviluppo siano maggiori oggi o all'epoca in cui scriveva Adamo Smith. La risposta mi sembra evidente. Se tuttavia questa percezione riduttiva del liberalismo economico è così diffusa, non solo nel pensiero del Pontefice, ma, dobbiamo ammetterlo, anche in buona parte dell'opinione pubblica, è doveroso chiedersi se una responsabilità non ricada anche sui più recenti pensatori liberali. È evidente che per buona parte del Ventesimo secolo il liberalismo economico è stato sulla difensiva, in Europa, di fronte all'aggressiva vitalità del pensiero marxista, nelle sue versioni comunista e socialdemocratica. L'appannarsi del pensiero liberale può essere spiegato in parte con questa situazione, in parte con una dichiarata volontà di molti economisti di sradicare dalla scienza economica "gli elementi morali", nel proposito, a mio avviso vano, di dare a essa i fondamenti di una scienza esatta. Il risultato è un panorama del pensiero liberista non proprio esaltante. Nel tentativo, in sé giustificato, di demolire molte delle eccessive rigidità introdotte nel funzionamento dell'economia occidentale nella seconda metà del secolo scorso, si è spesso sviluppata una visione del mondo eccessivamente semplicistica e riduttiva che fa dell'homo economicus una caricatura anche rispetto a ciò che potevano pensare i più cinici individualisti del pensiero positivista. Per tutti valga la celebre affermazione, attribuita dalla signora Thatcher, secondo cui "non esiste la società, ma solo una somma di individui". Molte di queste idee, che sono diventate dominanti a partire dagli anni Ottanta, si sono rivelate estremamente utili, per esempio nella gestione della politica monetaria. Tuttavia non hanno la capacità di mobilitare e indirizzare le coscienze. Impresa peraltro ardua in contesti sociali quali quelli che hanno caratterizzato il mondo occidentale negli ultimi decenni dove la caduta delle ideologie ha lasciato spazio al mero sviluppo di pensieri basati per lo più su egoismi particolari. Il capitalismo moderno, come si è sviluppato in Occidente nel corso del secolo scorso e in particolare nell'ultimo dopoguerra, si è notevolmente arricchito di correttivi e di contrappesi, in parte determinati dal pensiero cattolico, tutti destinati a evitare gli eccessi dell'accumulazione e a proteggere i più deboli. Di fronte alla tumultuosa accelerazione dell'evoluzione tecnologica e dell'internazionalizzazione dell'economia, alcuni di questi correttivi si sono rivelati fonte di inutili rigidità. È giusto ammettere che finora il tentativo di sviluppare un sistema concettuale capace di conciliare la rapidità del cambiamento con la massimizzazione dei benefici collettivi dello sviluppo non è riuscito pienamente. A fronte di questo obiettivo impoverimento della dimensione etica del pensiero liberale, si nota invece, nella lettura dell'Enciclica papale, la quasi totale assenza di specifiche argomentazioni economiche, nonché di indicazioni quanto agli strumenti istituzionali e politici che dovrebbero essere posti in essere. È da notare che l'Enciclica, pur procedendo a un'analisi spietata del capitalismo, ne critica molti effetti, ma non si addentra mai nella discussione dei presupposti concettuali. Ancora più, e in maniera molto esplicita, rifiuta categoricamente la definizione della dottrina della Chiesa come "terza via" fra capitalismo e comunismo. In questo senso riafferma, e con grande forza, la propria funzione esclusivamente morale. In un testo così rigoroso e argomentato, questa contraddizione fra la densità dell'analisi sociale e morale e la carenza dell'analisi economica, non può essere casuale ed è certamente voluta.
Sarebbe sbagliato chiedere alla Chiesa di abbandonare il terreno puramente morale. Bisogna però evitare che la sua posizione si presti a pericolose strumentalizzazioni. Il dibattito potrebbe infatti svilupparsi fra due piani per definizione incomunicabili. Quello di una moralità dedotta dalla fede, il cui compito essenziale è quello di denunciare con drammatica forza le ingiustizie e le miserie del mondo, e quello dell'economia concreta, per cui l'equa distribuzione dei frutti dello sviluppo può essere solo un processo graduale, che presuppone comunque l'esistenza dell'economia di mercato, condizione perché lo sviluppo possa avere luogo. Per la morale è evidente che la sofferenza di un solo uomo vale la sofferenza dell'umanità intera. Da questo punto di vista, è difficile negare l'esattezza della crudele analisi dell'Enciclica, per esempio per quanto riguarda i rapporti tra Nord e Sud. A essa però si risponderà che il drammatico impoverimento riguarda non tanto i Paesi che hanno agganciato il treno della globalizzazione, ma piuttosto quelli che ne sono stati esclusi. Si risponderà anche che l'economia di mercato non è altro che un sistema di regole in continuo arricchimento e sperimentazione. Del resto, nel momento stesso in cui mette lo sviluppo al centro della sua dottrina sociale, la Chiesa è necessariamente cosciente di avere aperto una finestra su un processo per sua natura dinamico, impossibile da cristallizzare in una formula e in cui l'equilibrio fra le esigenze dell'accumulazione e quelle della redistribuzione o dell'uguaglianza può solo essere trovato per approssimazioni successive. Per progredire, è essenziale evitare le caricature e le semplificazioni. Da un lato il rifiuto dell'immagine di un unico sistema capitalista fonte automatica di disuguaglianze, per far posto a un'analisi più articolata dei vari capitalismi esistenti in continua evoluzione e concorrenza tra loro. Dall'altro, non guardare al testo dell'Enciclica in modo isolato, e quindi necessariamente riduttivo. È bene a questo proposito ricordare che anche il pensiero cattolico ha fatto molta strada dai tempi della demonizzazione medievale dell'attività finanziaria, con contributi alla moderna scienza economica che sono stati spesso significativi. Oltre a questo riferimento allo sviluppo, che mi sembra il messaggio centrale dell'Enciclica, mi è anche utile, per concludere, ricordare altri tre spunti stimolanti del testo papale. Il primo riguarda la vigorosa difesa della democrazia e della libertà come precondizione dello sviluppo. La cosa è importante anche perché lo spazio che ci separa dal Sillabo di Pio IX non è poi così grande. Questa sottolineatura è particolarmente rilevante per approfondire l'analisi dello sviluppo dei Paesi emergenti, e fa pensare ad alcune delle più interessanti elaborazioni del recente pensiero economico espresso da questi stessi Paesi, come per esempio dal premio Nobel indiano Amartya Sen. È soprattutto importante, quando si affronta il problema dello sviluppo dei Paesi emergenti non riflettere soltanto sull'impatto delle politiche dei Paesi più sviluppati, ma anche su quello dei fattori endogeni di natura politica, culturale e sociale. Altrimenti risulta assolutamente incomprensibile uno dei fenomeni più rilevanti degli ultimi decenni, quello della straordinaria differenziazione nei gradi e nei modi di sviluppo proprio all'interno di quello che un tempo si definiva in maniera indistinta "il terzo mondo". Il secondo elemento riguarda l'affermazione, anch'essa espressa con grande efficacia, che la disperazione conduce facilmente alla violenza. Sembra un'ovvietà, ma chi è nutrito di razionalismo cede troppo spesso alla tentazione di dimenticarla. Il terzo elemento infine, riguarda la definizione dello sviluppo come condizione per la pace. Da un lato ciò ricorda una delle grandi massime del pensiero liberale: "Dove passano le merci non passano gli eserciti". Soprattutto richiama tutte le nazioni, non solo a un'esigenza di solidarietà, ma anche a un'esigenza di collaborazione. In particolare, si sottolinea la necessità di una solidarietà e di una maggiore cooperazione regionale fra i Paesi emergenti. Più in generale si tratta di un messaggio importante in un momento in cui pare venga posta minore attenzione alle istituzioni internazionali da parte dei Paesi più avanzati. Sposando lo sviluppo, la Chiesa ha quindi aperto un dibattito anche al suo interno. È importante che lo continui e lo arricchisca, chiarendo bene la sua funzione di guida morale e non politica. Perché il suo dibattito con la società civile - e in particolare con chi ha la responsabilità di gestire l'economia di mercato - sia produttivo, è tuttavia necessario un ulteriore sforzo di riflessione da parte dei pensatori liberali. Sarebbe profondamente sbagliato lasciare che dell'economia di mercato ci si limitasse a contestare l'immoralità, lasciandole attaccata addosso l'accusa, altrettanto grave, di amoralità. Il pensiero liberale dovrebbe, con coraggio e con orgoglio, rivendicare le proprie origini etiche e soprattutto la capacità che ha concretamente dimostrato nei secoli di applicare in primo luogo a se stesso il metodo del razionalismo critico. È infatti questo metodo, e non la riduzione del liberismo a ideologia, che ha finora garantito la straordinaria vitalità del sistema economico in cui viviamo e la sua capacità di correggersi dall'interno.

Marco Tronchetti Provera è presidente e amministratore delegato della Pirelli s.p.a.



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