archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Anatomia di un dolore con lieto fine

LIBERAL BIMESTRALE
di Marina Pia Ammirati
Anno n. 12 - Giugno - Luglio 2002

Torna al sommario
FL12_th  
Dieci anni fa era stata la crudezza della lingua, la lingua materna recuperata pian piano con la morte violenta della madre, a proporre all’attenzione dei lettori e della critica il primo romanzo di Elena Ferrante, L’amore molesto. Oggi il nuovo (e secondo) romanzo della scrittrice napoletana si impone forse per la crudezza della storia, o meglio per il verso crudo di una storia normale. Del resto cosa fa grande uno scrittore se non la capacità di dare «espressione» alla banalità della vita? E la Ferrante si propone brava e solida scrittrice perché capace di rappresentare il verso nascosto della vita banale usando, senza metafore o edulcorazioni, la lingua più forte e sostanziosa e scavando così a fondo nelle parole da riuscire a rappresentare la carne viva degli eventi. La Ferrante è un raro caso di scrittrice appartata e solitaria di cui non conosciamo il volto, la vita, i gusti musicali o vacanzieri, il raro caso di chi usa da dieci anni uno pseudonimo anche con il successo più vasto.
I giorni dell’abbandono, pubblicato come il primo libro da e/o, è un romanzo che ti lascia spesso con il fiato sospeso e questo succede per due ragioni sostanziali: per la durezza della storia e per la durezza delle parole. Cominciamo dagli eventi. L’io narrante, una donna di 38 anni sposata con due figli, apre il suo racconto dichiarando subito qual è la situazione: «Un pomeriggio d’aprile, subito dopo il pranzo, mio marito mi annunciò che voleva lasciarmi». Iniziano così «i giorni dell’abbandono» commentati minutamente dalla protagonista. E assistiamo al precipitare di un’esistenza verso il fondo della degradazione, la negazione di sé, l’abbrutimento fisico e mentale fino al giorno della svolta quando cioè tutto il dolore provato dalla donna (moglie e madre) abbandonata, sembra svoltare verso la tragedia. È il 4 agosto, il tempo e i giorni dell’abbandono sono passati velocemente ma hanno scavato nel cervello della protagonista al punto da procurare un vuoto: Olga, l’ex giovane bella e intelligente moglie di Mario, è ora una brutta signora, angustiata da mille manie e incapace di agire. Sono le pagine più terribili e claustrofobiche del romanzo, una sensazione di cupo dolore e di tragedia imminente tiene fermo il lettore sulle parole, precise forti e oscene. Cosa può accadere a una donna che mima la pazzia in un giorno d’estate chiusa in casa, senza telefoni, senza vicini, con un cane morente per avvelenamento e due bambini di cui uno con la febbre alta? Potrebbe accadere di tutto se non che d’improvviso qualcosa risolve la situazione, e ci sentiamo sollevati che la storia non ci sbatta addosso la violenza di un finale da telegiornale con vittime e carnefici, e che anzi la degradazione messa in scena fino a quel momento si trasformi lentamente in una nuova vita, quieta e normale. Una grande scrittrice ha anche il coraggio di scrivere un lieto fine.

Elena Ferrante, I giorni dell’abbandono, e/o, 213 pagine, 14 euro
 

web agency Done Communication