Dieci anni fa era stata la crudezza della lingua, la lingua materna recuperata pian piano con la morte violenta della madre, a proporre all’attenzione dei lettori e della critica il primo romanzo di Elena Ferrante, L’amore molesto. Oggi il nuovo (e secondo) romanzo della scrittrice napoletana si impone forse per la crudezza della storia, o meglio per il verso crudo di una storia normale. Del resto cosa fa grande uno scrittore se non la capacità di dare «espressione» alla banalità della vita? E la Ferrante si propone brava e solida scrittrice perché capace di rappresentare il verso nascosto della vita banale usando, senza metafore o edulcorazioni, la lingua più forte e sostanziosa e scavando così a fondo nelle parole da riuscire a rappresentare la carne viva degli eventi. La Ferrante è un raro caso di scrittrice appartata e solitaria di cui non conosciamo il volto, la vita, i gusti musicali o vacanzieri, il raro caso di chi usa da dieci anni uno pseudonimo anche con il successo più vasto.
I giorni dell’abbandono, pubblicato come il primo libro da e/o, è un romanzo che ti lascia spesso con il fiato sospeso e questo succede per due ragioni sostanziali: per la durezza della storia e per la durezza delle parole. Cominciamo dagli eventi. L’io narrante, una donna di 38 anni sposata con due figli, apre il suo racconto dichiarando subito qual è la situazione: «Un pomeriggio d’aprile, subito dopo il pranzo, mio marito mi annunciò che voleva lasciarmi». Iniziano così «i giorni dell’abbandono» commentati minutamente dalla protagonista. E assistiamo al precipitare di un’esistenza verso il fondo della degradazione, la negazione di sé, l’abbrutimento fisico e mentale fino al giorno della svolta quando cioè tutto il dolore provato dalla donna (moglie e madre) abbandonata, sembra svoltare verso la tragedia. È il 4 agosto, il tempo e i giorni dell’abbandono sono passati velocemente ma hanno scavato nel cervello della protagonista al punto da procurare un vuoto: Olga, l’ex giovane bella e intelligente moglie di Mario, è ora una brutta signora, angustiata da mille manie e incapace di agire. Sono le pagine più terribili e claustrofobiche del romanzo, una sensazione di cupo dolore e di tragedia imminente tiene fermo il lettore sulle parole, precise forti e oscene. Cosa può accadere a una donna che mima la pazzia in un giorno d’estate chiusa in casa, senza telefoni, senza vicini, con un cane morente per avvelenamento e due bambini di cui uno con la febbre alta? Potrebbe accadere di tutto se non che d’improvviso qualcosa risolve la situazione, e ci sentiamo sollevati che la storia non ci sbatta addosso la violenza di un finale da telegiornale con vittime e carnefici, e che anzi la degradazione messa in scena fino a quel momento si trasformi lentamente in una nuova vita, quieta e normale. Una grande scrittrice ha anche il coraggio di scrivere un lieto fine.
Elena Ferrante, I giorni dell’abbandono, e/o, 213 pagine, 14 euro