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La rivoluzione non è del proletariato

LIBERAL BIMESTRALE
di Emanuele Severino
Anno n. 12 - Giugno - Luglio 2002

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Dopo il cosiddetto crollo del socialismo sono rimasti ben pochi a studiare e approfondire con serietà il pensiero di Carlo Marx. Che Marx oggi non sia più di moda è il più eloquente discorso sull’intelligenza delle mode - compresa quella che in passato obbligava gli sprovveduti di piccolo o grosso calibro ad avere continuamente in bocca il nome di quel grande. Fuori dalla corrente (2002) e L’ascia e lo scalpello (2002) sono i due ultimi della trentina di volumi pubblicati da Gianfranco La Grassa, già docente di Economia all’Università di Venezia, di formazione althusseriana, allievo di Charles Bettelheim alla Ephe di Parigi. Comunista disincantato rispetto ai movimenti politici della «sinistra», ma anche a quanti sono legati alla lettera di Marx, La Grassa è uno dei pochi di cui parlavo sopra. Nell’«introduzione» di Costanzo Preve al primo dei due summenzionati scritti si parla dell’«incredibile e vergognosa sottovalutazione del valore e dell’originalità del pensiero di La Grassa».
Avanzo qui un paio di osservazioni sul suo discorso. La prima è che il pensiero fondamentale di Marx ha un carattere fondamentalmente filosofico. Se non si è d’accordo con questa affermazione e si fa leva sul Marx scienziato - mi sembra che questo sia appunto il caso di La Grassa - bisogna mostrare per quali ragioni la scienza di Marx deve liberarsi della sua filosofia. Cioè bisogna filosofare. Può darsi che la lacuna sia dovuta alla mia disonformazione, ma ritengo che, proprio per la serietà delle sue indagini, La Grassa dovrebbe affrontare più da vicino questo problema. Anche perché, per lui, quelle che in Marx sono «verità» diventano «ipotesi» scientifiche (diventa ipotesi perfino la fondamentale tesi marxiana che la proprietà o meno dei mezzi di produzione determina tutti gli altri rapporti sociali) - sì che il «comunismo» auspicabile diventa, nel discorso di La Grassa, una semplice «fede», un’«opzione morale» che oggi ha scarsissime probabilità non diciamo di affermarsi, ma di sopravvivere. Ma che la «verità» debba ormai essere intesa come «ipotesi» è un tema troppo decisivo perché non se ne approfondisca il senso e le implicazioni.
Seconda osservazione. Per La Grassa la «rivoluzione» autenticamente comunista, se potrà ancora esserci, non dovrà essere intesa come l’hanno intesa non pochi movimenti di sinistra, cioè come distruzione del capitalismo operata dall’esterno: «deve avvenire dall’interno, altrimenti esso è comunque sempre vincente, qualsiasi sia la gravità delle crisi, non certo soltanto economiche, che lo scuotono». Ed è la tesi rigorosamente marxiana. Il problema è, per La Grassa, che, dopo le speranze della sinistra nel «proletariato», non si è in grado di scorgere, o addirittura non esiste un altro soggetto della rivoluzione che sia interno al capitalismo. Vorrei invitare La Grassa a considerare la mia tesi che la tecnica è appunto quel soggetto, ossia è l’autentico fattore, interno al capitalismo, capace di spingere il capitalismo alla negazione di se stesso. Un discorso, questo, che certo non ha nulla a che vedere con qualsiasi «fede», scienza, filosofia comunista o marxista.

Gianfranco La Grassa, Fuori dalla corrente. Decostruzione-ricostruzione di una teoria critica del capitalismo, Edizioni Unicopoli, 312 pagine, 18 euro; L’ascia e lo scalpello. Supplemento ai Ciompi XIII, Francesco Rossi Editore, 160 pagine, 10 euro

 

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