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Montanelli politico attraverso il giornalismo

LIBERAL BIMESTRALE
di Renzo Foa
Anno n. 12 - Giugno - Luglio 2002

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FL12_th  
Soltanto un giornalista è un titolo suggestivo, ma insufficiente. Un paradosso tipico del personaggio. A rileggerla tutta insieme - trascritta con fedeltà e con affetto da Tiziana Abate - la vita di Indro Montanelli è infatti molto di più. Forse è banale definirla quella di un testimone, scontato ricordarla come quella di un «borghese» dichiarato e perfino ovvio considerarla come quella di un intellettuale senza casa. Si può forse pensare a quella di un uomo politico, di quegli uomini politici, così anomali e così rari nella storia italiana, che non si sono fatti sentire attraverso i partiti e non hanno affidato le loro idee al linguaggio e ai canali dell’ufficialità, ma che hanno trovato altre forme per esprimersi. Se c’è un aspetto che colpisce in queste pagine di testimonianza postuma, è proprio questo. È l’attraversamento di una parte importante del secolo scorso in un rapporto, tutto particolare, di contiguità politica con il potere, con le sue evoluzioni, le sue rotture e i suoi cambiamenti. È un modo di far politica essenzialmente attraverso il giornalismo e i generi letterari che lo hanno caratterizzato in Italia. In fondo i grandi réportages di guerra, gli elzeviri di pagina culturale, gli editoriali e i corsivi di prima (i famosi controcorrente) e il dialogo con i lettori (nella celebre stanza) hanno finito con l’avere - con la fondazione del Giornale, la breve avventura della Voce e la mancata direzione del Corriere - un peso sull’opinione pubblica che può essere considerato analogo anche a quello di un partito organizzato. Il partito a cui Montanelli ha dato voce con la sua penna ha avuto due caratteristiche principali: di essere di governo e, contemporaneamente, di critica esplicita allo stesso governo. Ma ha avuto anche un grande vantaggio: quello di poter cambiare le idee conservando sempre la stessa identità. Questi - al di là della proverbiale efficacia della sua scrittura - sono stati i requisiti che lo hanno reso, ma solo in tarda età, un personaggio amato da tutti, nonostante che nell’arco della sua vita fosse stato al centro di grandi odi ideologici e politici.
Poi in queste pagine - dove il racconto è felicemente prigioniero del minimalismo, cioè degli episodi - colpiscono anche moltissime testimonianze su singoli fatti. Ce n’è una, che risale all’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale, nel giugno del ’40, dove si capisce cosa possa essere la percezione della realtà in chi comanda, in particolare cosa fu in quell’Europa la sottovalutazione di quella che da lì a cinque anni sarebbe stata riconosciuta come la maggiore potenza del globo: «…Gio-vanni Ansaldo mi raccontò che Ciano lo aveva chiamato in preda alla disperazione: “Mussolini non sa cos’è l’America”». Ce n’è un’altra, quella sul suo licenziamento dal Corriere di Piero Ottone nel 1973, quando direttore ed editore lo misero alla porta, mentre il Cdr «dichiarò che la questione non lo riguardava… in tempi in cui il trasferimento d’un praticante dava la stura a scioperi a catena». È un episodio noto, ma riproposto ora offre un piccolo e convincente schizzo su quello che fu l’incontro tra il potere e la cultura del Sessantotto (con qualche possibile lezione anche su ciò che ne è rimasto).
Ps. A proposito di Montanelli che riuscì a restare se stesso cambiando idea, testimonio con una lettera che mi mandò il 7 dicembre del ’91, quando dirigevo l’Unità. Mi scrisse: «Tra i tanti accordi che dovremmo prendere tra noi, c’è anche quello di fissare qualche punto di disaccordo. Altrimenti finiremo sbranati, io dai miei e tu dai tuoi». Cosa che puntualmente si verificò.

Indro Montanelli, Soltanto un giornalista - testimonianza resa a Tiziana Abate, Rizzoli, 358 pagine, 18 euro
 

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