Secondo la vulgata, le ricette liberali sarebbero ancora quelle «di certi economisti settecenteschi», come dire che il liberalismo è lettera morta. Peccato che quella scuola che secondo Sergio Ricossa «fornisce al liberismo il supporto filosofico più solido che esso abbia mai avuto», cioè la Scuola Austriaca, nasca nell’Ottocento - e da allora abbia visto uno sviluppo entusiasmante. Che continua tutt’ora: soprattutto negli Usa, dove tale tradizione di pensiero prosegue il proprio cammino grazie alla semina feconda del suo più geniale esponente, Ludwig von Mises. È dal seminario newyorkese di Mises che è uscita tutta una generazione di studiosi, fra cui Mario Rizzo e Jerry O’Driscoll, autori di questo L’economia del tempo e dell’ignoranza finalmente arrivato nelle librerie italiane, grazie al coraggio dell’editore Rubbettino.
Il libro di Rizzo e O’Driscoll, come ricorda opportunamente Lorenzo Infantino nella sua colta prefazione, è assieme una sintesi, un’esposizione sistematica dei principi della teoria austriaca (così era stato inizialmente concepito dai due autori), e un tentativo di innestare elementi nuovi sul tronco robusto di quella tradizione. Si tratta di un lavoro estremamente controverso: è ben vero che Karen Vaughn ha scritto che, dopo la pubblicazione di tale opera, «sarebbe impossibile pensare alla teoria economica austriaca come a qualcosa che non sia l’economia del tempo e dell’ignoranza». Ma è altrettanto vero che altri studiosi hanno maturato una diversa opinione. In particolare, un economista di valore come Charles Baird ne scrisse una recensione assai dura sulla Review of Austrian Economics. Vale la pena di considerare il nucleo della critica di Baird: il libro di O’Driscoll e Rizzo, scriveva questi, è ottimo in quella parte in cui ricostruisce il nocciolo della teoria austriaca e prende posizione rispetto a temi centrali per l’applicazione pratica di tale teoria. Ovvero quando gli autori vanno a focalizzare l’attenzione, ad esempio, sulla spinosa questione dell’inquinamento, piuttosto che sulle leggi anti-trust (i libertari contestano aspramente la legittimità di tali provvedimenti, che si fondano sul feticismo della concorrenza perfetta). Tuttavia, sostiene Baird, L’economia del tempo e dell’ignoranza si rivela un testo debole, se non pericoloso, quando tenta una commistione fra la teoria austriaca e Henri Bergson. O’Driscoll e Rizzo, secondo Baird, «abbandonano» in qualche modo quella prasseologia che è il metodo tipico degli economisti austriaci (sono gli «assiomi dell’azione» di Ludwig von Mises) per abbracciare altre prospettive, più ambigue. Tentativo tra l’altro rivendicato dallo stesso Rizzo, prossimo alle coordinate epistemologiche di Imre Lakatos anziché al rigoroso apriorismo di Mises.
Critiche ingenerose o azzeccate? Senz’altro testimonianza della vivacità di un ambiente intellettuale che non si è fermato al Settecento. La traduzione dell’Economia del tempo e dell’ignoranza è quindi da salutare con gioia: anzitutto perché porta un’eco di questi dibattiti persino al provincialissimo pubblico italiano. Eppoi perché smantella quei miti dell’economia neo-classica (l’equilibrio e lo stesso concetto di «efficienza», da Rizzo già fortemente criticato in un saggio del ’79) ancora tanto di moda dalle nostre parti. Abbattere certi totem è il primo passo, spiega Infantino, per passare dal meschino homo oeconomicus degli utilitaristi all’homo agens di Mises.
Gerald P. O’Driscoll e Mario Rizzo, L’economia del tempo e dell’ignoranza, Rubbettino, 440 pagine, 25 euro