Nel gennaio 1999 la vittoria dei cristiano-democratici alle elezioni regionali in Assia (anche se dire «regionale» è riduttivo, trattandosi di un Land tedesco) aveva dimostrato che era prevalsa nel partito la linea che accentuava, oltre alla lotta contro la disoccupazione, i temi della sicurezza e dell’immigrazione. E poiché l’alfiere di questa linea era il primo ministro bavarese e leader della Csu Edmund Stoiber, era chiaro che si trattava in primo luogo di una sua vittoria politica. Esattamente tre anni dopo, la Cdu-Csu lo sceglie come candidato da contrapporre all’attuale Cancelliere Schröder alle elezioni del 22 settembre 2002, decretando così anche il successo di un preciso modello politico, targato Baviera. Se infatti, pur essendo diventata un punto di riferimento importante per l’intera Germania, la politica economica di Stoiber non è direttamente applicabile in tutti gli altri Länder, la sua politica sociale è attuabile fin da subito in tutto il Paese. Sul piano strettamente politico, egli ha raccolto l’insegnamento di Franz Josef Strauß: non lasciare spazio a nessun partito a destra dei cristiano-democratici. In concreto, ciò significa dare risposte valide alle esigenze che provengono dall’area politico-culturale della destra. È la quadratura del cerchio, che lascia ovviamente fuori i neonazisti ma che può, in linea di principio, includere movimenti di destra democratici e rispettabili come quello fondato dal giudice Schill ad Amburgo (e in questo senso la candidatura di Stoiber ha già prodotto un risultato: Schill non presenterà una lista autonoma). Sviluppando questa linea, la Cdu-Csu dell’era Stoiber potrebbe generare un proficuo intreccio in cui si fondono la parte migliore della tradizione conservatrice tedesca e la grande tradizione cristiano-liberale. È una prospettiva che potrebbe giocare un ruolo non secondario nell’ormai prossima tornata elettorale tedesca, ma anche nella dialettica politica europea, come dimostra il recente caso olandese dell’ingresso nel governo a guida democristiana del partito di Fortyun o, in precedenza, il caso della Fpö di Haider in Austria.
Se in tutta la Germania si guarda dunque con interesse alla ricetta-Stoiber, è anche perché grazie a essa la Baviera è diventata una delle regioni più forti d’Europa, riuscendo a coniugare le nuovissime tecnologie e le antiche tradizioni in una sintesi alla cui base c’è un vasto e solido progetto culturale, una visione del mondo che, pur aprendosi senza pregiudizi agli stimoli culturali esterni e alle esigenze materiali della globalizzazione, considera un fattore primario e irrinunciabile la conservazione della propria identità. Negli ultimi dieci anni il governo Stoiber ha dato un impulso allo sviluppo delle nuove tecnologie (soprattutto biotecnologie e informatica) che non ha uguali in Europa, tanto che l’area a Nordest di Monaco è, non ancora nei numeri ma certamente nella qualità, paragonabile alla Silicon Valley, senza tuttavia perdere quel radicamento nella tradizione che rappresenta l’unica via possibile per dare senso al futuro. Questa cura delle radici costituisce quel supplemento culturale, talvolta impercettibile e sempre difficile da acquisire, che fa la differenza qualitativa tra le varie aree avanzate dell’Occidente e che ha trasformato la Baviera in uno dei principali motori dell’economia europea. In una Ger-mania socialdemocratica, poi, che fatica a rispettare il patto di stabilità europeo e che non riesce a controllare il debito pubblico, il Land di Stoiber è addirittura una locomotiva.
Lo dimostrano le cifre: il tasso di disoccupazione è al 5,3% contro il 9,6% a livello nazionale; la crescita economica è del 4,5% contro l’1% nazionale previsto per il 2002; il Pil è all’1,6 contro lo 0,6 nazionale; l’export è in forte attivo rispetto al calo percentuale del dato nazionale; Monaco è la sede di otto delle trenta società che formano il Dax, il principale indice della Borsa di Francoforte.
E di tutto ciò Stoiber è il grande artefice politico. Sessant’anni, alto, snello, austero e raffinato, pragmatico e riflessivo, ama la vita sociale e lo sport. Se non avesse fatto politica, gli sarebbe piaciuto, confessa, diventare presidente della squadra di calcio del Bayern. Incarna la realtà attuale della Baviera, lontana dai consunti stereotipi con cui i suoi abitanti vengono troppo spesso considerati: semplici bevitori di birra, contadini chiusi nelle loro piccole comunità rurali e nei loro riti tradizionali, gente dedita al lavoro ma senza particolari spinte intellettuali, persone molto religiose ma senza slanci di generosità, fortemente legate alle proprie comunità ma senza una vera e propria concezione della società. Osservata senza pregiudizi, questa realtà dissolve tutti i vuoti concetti che venivano e vengono ancora usati per definirla: localismo ostile al cosmopolitismo, conservatorismo che rifiuta qualsiasi progressismo, tradizionalismo quasi bigotto che impedisce l’apertura mentale, ecc. Semplificazioni che non tengono più. E Stoiber ha avuto il merito di demolire tutti questi clichés, proponendo uno stile nuovo che rivoluziona anche l’immagine che i tedeschi hanno di se stessi. Raccoglie i migliori insegnamenti dei suoi grandi predecessori, da Adenauer a Strauß e Kohl, ma possiede una personalità fortemente autonoma che gli conferisce una caratura politica e personale molto apprezzata anche negli ambienti internazionali. Gli abitanti degli altri Länder lo guardano con un misto di ammirazione e diffidenza (molti dicono: è pur sempre bayrisch), ma ne sono affascinati e finiranno per votarlo con entusiasmo. Stoiber infatti non è un ripiego: nessuno lo voterà turandosi il naso, non solo perché non è stato coinvolto in nessuno dei veri o presunti scandali politici che hanno colpito i democristiani tedeschi (il caso Kirch passa sì per Monaco, senza però toccare il Ministerpräsident), ma anche perché può esibire gli straordinari risultati del suo quasi decennale governo della Baviera. In questa intervista concessa a liberal (una delle rare interviste che egli ha finora rilasciato in Italia), il Presidente Stoiber illustra i temi principali del suo programma elettorale alla luce delle scelte politiche sperimentate in Baviera.
Presidente Stoiber, dal 1993 lei governa la Baviera con grande successo. Tra pochi mesi avrà l’occasione di diventare il primo Cancelliere cristiano-democratico dopo Helmuth Kohl. Si sente pronto a diventarne l’erede politico?
Prima delle elezioni abbiamo davanti ancora molte settimane, nelle quali vogliamo convincere i cittadini di tutta la Germania della validità del nostro programma politico. Stiamo ricevendo buoni risultati nei sondaggi, che ci permettono di essere fiduciosi, ma le elezioni non sono ancora vinte. Le persone ci ascoltano con attenzione, perché si rendono conto che, semplicemente, la Germania non può più continuare a essere governata come ha fatto il governo attualmente in carica. La mano ferma del Cancelliere Gerhard Schröder ha fatto precipitare la Germania a un livello bassissimo nel confronto internazionale. Per quanto riguarda la crescita economica, siamo diventati il fanalino di coda in Europa. I tedeschi, questo nostro Paese, non hanno meritato e non meritano un governo così inefficiente e negativo.
Quali sono dunque gli elementi di novità che a Suo giudizio sono decisivi per il futuro della Germania?
Ogni epoca deve fare i conti con le sue sfide e ha le sue risposte. Se noi oggi facessimo ancora la stessa politica che facevamo venti o trent’anni fa, non saremmo più, già oggi, un partito popolare. «Essere conservatori significa stare alla testa del progresso», ha detto una volta il nostro ex-presidente della Csu Franz Josef Strauß. Ecco: soltanto se riusciamo a dare alle persone le risposte alle loro domande di oggi, verremo presi sul serio come forza politica capace di dare forma alla nostra epoca. Condurre una politica conservatrice significa, allora, assumere le esperienze valide, positivamente confermate, e dare a esse il necessario completamento attraverso nuove soluzioni concettuali e pratiche. Per esempio, non possiamo permetterci soltanto di attendere passivamente la ripresa economica degli Stati Uniti e sperare che questa ci traini con sé. Dobbiamo metterci di nuovo in movimento con le nostre proprie forze. I tedeschi sono pronti a farlo; noi ce ne accorgiamo.
La Baviera è una mescolanza quasi perfetta fra tradizione e modernità, e rappresenta un modello particolarmente interessante per la nuova Europa dell’allargamento a Est, del federalismo, delle regioni e delle culture. Una volta, riprendendo un’espressione di Franz Josef Strauß, lei ha detto: «La Baviera ha bisogno di un po’ di sfarzo». In cosa consiste questo «sfarzo» e come vede lei il futuro del modello-Baviera?
Quel qualcosa in più che la Baviera da sempre possiede, consiste in tre fattori: la sua affascinante gente, il suo meraviglioso paesaggio e la sua natura incontaminata. Ciò di cui noi, come Unione cristiano-sociale, andiamo molto orgogliosi, è di essere riusciti a sviluppare la Baviera trasformandola, dopo la seconda guerra mondiale, da Paese sostanzialmente agricolo a Paese dell’High-Tech, senza tuttavia farle perdere il suo volto e la sua anima. Ecco, lo «sfarzo» consiste nel fatto che oggi la Baviera è ancora il Paese amabile e attraente di una volta e, al tempo stesso, uno spazio economico moderno e di grande successo. La Csu, ripeto, è molto orgogliosa di quanto è riuscita a fare in Baviera. Tuttavia il modello-Baviera non può essere trasferito pari pari all’intera Germania o addirittura all’Europa. La forza della Germania e dell’Europa consiste proprio nell’avere una variopinta molteplicità di regioni e di differenti mentalità. È stato soprattutto merito delle regioni borghesi d’Europa, di essere riuscite a conservare e a coltivare questa loro autonomia, mentre i socialisti hanno sempre riposto maggiore attenzione all’egualitarismo e quindi poca attenzione all’identità locale. Da questo punto di vista, nell’odierna azione di allargamento a Est dell’Unione europea tre sono le cose che ritengo fondamentali: in primo luogo quella di conservare questa nostra pluralità; poi il fatto che i problemi della politica in senso ampio debbano essere decisi il più ravvicinatamente possibile dalle persone; e infine il fatto che nell’Unione europea le grandi nazioni non debbano mettere in minoranza i partners più piccoli. E proprio su quest’ultimo punto la politica estera dell’attuale governo tedesco ha, per usare un’espressione tipica tedesca, mandato in frantumi molta porcellana.
Per quanto riguarda il modello economico-sociale, intende rilanciare la tradizione dell’economia sociale di mercato, che è stata la grande invenzione dei cristiano-democratici tedeschi?
Lei, giustamente, fa riferimento alla questione sociale e a quella economica unendole in un unico concetto. È infatti assolutamente incontestabile, che noi siamo in grado di fare opere di bene sociale nella misura in cui, su un altro piano, riusciamo a essere forti e produttivi economicamente. Tutto il resto sarebbe un modo di vivere che finirà per gravare sulle generazioni future e, quindi, una forma di vita altamente, come dire, non-sociale. Pertanto, sulla base di questa considerazione, il mio principio è: la migliore politica sociale è una politica che crea posti di lavoro. E in questo campo l’attuale governo della Repubblica federale tedesca ha chiaramente fallito. La fitta rete sociale che c’è in Germania è una delle maggiori e più importanti conquiste che il nostro Paese abbia fatto. Abbiamo una pace sociale che è stata rilevante, addirittura decisiva, per il nostro balzo economico negli anni dopo la seconda guerra mondiale. Oggi però siamo arrivati a una situazione in cui ci troviamo dalla parte sbagliata. Se i ceti medi vengono danneggiati rispetto alle grandi società di capitale, e se i lavoratori devono sopportare un peso fiscale sempre maggiore, allora è chiaro che c’è qualcosa che non va. Se, per esempio, la scelta di non fare niente attuata oggi dal governo federale nella politica sanitaria porta alla situazione che i pazienti già definiscono di una medicina di seconda classe, lei capisce che allora la pace sociale incomincia a vacillare.
Quali sono i temi principali che lei ha scelto come cavalli di battaglia della sua campagna elettorale?
Il punto focale assoluto è costituito dai posti di lavoro. Abbiamo bisogno di lavoro e di benessere per tutti. Ma riusciremo a procurare tutto ciò soltanto se avremo successo nell’opera di ricostruzione dei Länder tedeschi orientali, e questo è il secondo punto della mia campagna elettorale. Noi creeremo anche una Germania più umana, e penso in primo luogo alle famiglie. Infine, affronteremo la questione cruciale della politica della sicurezza. E dicendo ciò non penso soltanto alla politica della sicurezza interna, perché dopo l’11 settembre per noi tutti è diventato drammaticamente e dolorosamente chiaro che la sicurezza delle persone dipende non solo dalla politica interna di ciascuno Stato ma anche dalla politica estera.
Lei ha posto con forza la questione della Leitkultur, di ciò che potremmo chiamare la cultura-guida o di riferimento, sottraendo questo problema agli opposti estremismi del multiculturalismo e del razzismo, che sono due lati di una stessa medaglia. È una questione decisiva anche per gli altri Paesi europei: qual è la sua proposta per difendere la Leitkultur europea?
Ogni società ha bisogno di un punto fisso, di una sorta di punto d’ancoraggio. Altrimenti finisce per perdere se stessa e per sgretolarsi. Su questo problema, in Germania c’è stata una polemica molto meschina e capziosa intorno ai concetti. Io non voglio lasciarmi coinvolgere in una polemica sui concetti. Ciò di cui si tratta concretamente, però, è che ogni società ha bisogno di avere un common sense, per sapere come essa debba regolare la vita in comune delle persone che la compongono. Bisogna essere chiari su questo punto: sarebbe totalmente distante dalla realtà, se si lasciasse sorgere l’impressione che tutte le culture che si trovano in uno spazio ristretto possano vivere l’una accanto all’altra seguendo ciascuna le proprie regole. In Europa noi abbiamo una tradizione cristiano-occidentale alla cui edificazione hanno contribuito - e devono contribuire - anche le nostre Costituzioni e i nostri sistemi giuridici. Chi vive nei nostri Paesi deve integrarsi con noi, imparando la nostra lingua e rispettando il nostro ordinamento di valori.
A questo proposito, la Convenzione europea dovrà menzionare esplicitamente le radici cristiane, o meglio, ebraico-cristiane, dell’Europa?
Se permette, preferisco non entrare nel merito della Convenzione europea, sebbene io non abbia alcun dubbio sul fatto che la Convenzione saprà affrontare questo tema in modo pienamente responsabile.
Come dovrà configurarsi la struttura socioculturale dell’Europa, per sostenere non solo le sfide economiche della globalizzazione ma anche l’attacco culturale del fondamentalismo islamico?
Le risponderò molto brevemente. Anzitutto voglio distinguere ancora una volta e con molta chiarezza che la nostra civiltà non è minacciata dall’Islam, ma lo è, e molto, dai fondamentalisti islamici. Questa è una differenza di notevole importanza. Infatti, io ritengo che sia necessario rafforzare il dialogo con l’Islam, e cercare di mettere in luce e affermare i valori che abbiamo in comune con esso. Mentre, all’opposto, sono convinto che l’estremismo islamico sia un pericolo che dev’essere combattuto con estrema coerenza da tutti i nostri apparati di sicurezza.
Forse in Europa c’è ancora qualcuno che teme una Germania forte. Invece l’Europa dovrebbe sperare che la Germania diventi forza trainante sia economicamente sia culturalmente. E a essa l’Italia dovrebbe guardare con maggiore attenzione, per creare quel rapporto privilegiato che potrebbe costituire il perno per una rinascita liberale del nostro Paese. Qual è la sua posizione al riguardo?
Qui lei ha perfettamente ragione, ma non lo dico per amor di patria. Nella misura in cui la Germania può avere solo benefici e avanzare nuovamente, se riusciremo nella difficile impresa di costruzione politica, economica e sociale nei cosiddetti nuovi Länder orientali della Repubblica federale tedesca, allo stesso modo anche l’Europa potrà solo avere benefici e balzare in avanti, se la Germania non sarà più, come ricordavo prima, il fanalino di coda della crescita economica europea. Solo se la Germania ridiventerà forte sul piano economico, la moneta unica europea si rafforzerà. Ormai, da quando abbiamo l’euro siamo tutti seduti, dal punto di vista economico, nella stessa barca. E pertanto nessun Paese europeo può avere il benché minimo interesse che un altro Stato membro dell’Unione europea si indebolisca. Le dirò che attualmente, nel corso dei miei numerosi colloqui a livello internazionale non ho affatto l’impressione che la Germania sia avvertita come eccessivamente forte, ma piuttosto il contrario, che sia cioè considerata troppo debole. Per quanto riguarda poi le relazioni tra Germania e Italia, io vedo un brillante futuro. Fin dall’inizio del mio incarico di presidente della Baviera ho sempre curato con molta attenzione i rapporti con l’Italia. Oggi l’Italia è uno dei principali partner commerciali nell’economia della Baviera. Anche dal punto di vista della mentalità siamo molto vicini: non a caso in Germania si dice che Monaco, per il suo intuito e il suo stile di vita, sia «la città più settentrionale dell’Italia». Detto questo, nessuno deve avere il benché minimo dubbio sui futuri buoni rapporti con l’Italia.