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Solo la globalizzazione ci salva dall’Apocalisse

LIBERAL BIMESTRALE
di Giancarlo Galli
Anno n. 12 - Giugno - Luglio 2002

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FL12_th  
È una stagione socio-economico-politica, quella che stiamo attraversando, dominata dall’Etica. Quasi un’ossessione. Miseramente crollato il modello comunista (sebbene molti, troppi, paiono essersi disinvoltamente scordati dei misfatti dei nipotini di Carlo Marx, allorché giunti al potere, dall’Urss alla Cina e dintorni, Terzo Mondo incluso, produssero non ricchezza e giustizia ma sistematico impoverimento), ecco scatenarsi una raffica di critiche, spesso radicali quanto ingenerose, nei confronti del liberalismo: ovvero gli Usa, la globalizzazione, le logiche dei mercati e del profitto. Giungendo, con totale negazione della realtà (ad esempio: nonostante tutto, la vita media aumenta, mentre le sacche di povertà assoluta si restringono), a prefigurare l’Apocalisse prossima ventura. C’è insomma chi insiste nel cavalcare la frusta equazione marxiana: i ricchi più ricchi, i poveri più poveri. Fortunatamente, qualche boccata di ossigeno non manca. È il caso dell’ultimo saggio di Paolo Del Debbio, che mira dritto sin dal sottotitolo: «Perché la globalizzazione ci fa bene». Stimolante, in quanto il professor Del Debbio insegna «etica sociale» allo Iulm di Milano, ed è sensibilissimo ai risvolti umani dell’economia. Intesa come strumento per il progresso, anziché fine a se stessa alla maniera dei tecnocrati.
Di Del Debbio colpisce l’abilità (supportata da cifre e analisi) nello sparigliare le carte. Coloro che insistono nell’identificare la «modernità» con la sinistra politica, i movimenti di piazza chiassosi quanto inconcludenti, la «conservazione» con la destra globalista e liberista, hanno da riflettere. Siamo infatti di fronte all’esatto contrario. Seguono le dimostrazioni: si provi a immaginare uno scenario in cui, accogliendo le tesi degli anti global, nazioni o insieme di nazioni, si rinchiudessero in se stesse, imboccando coll’apparente nobile pretesto della difesa delle «identità», la via dell’autarchia. Con quali ricadute sui Paesi sottosviluppati, è facile intendere. «Bloccare il cuore pulsante della globalizzazione» sarebbe letale, sostiene Del Debbio. Affermazione da sottoscrivere al pari del corollario: assicurare, nel contempo, «una rete di protezione», anch’essa globale. Ineccepibile, ma con più d’un interrogativo. Se la globalizzazione appartiene in primaria misura alla sfera dell’economia & finanza, all’agire dei «mercanti» che si muovono al di sopra delle ideologie (ecco l’interesse e la pulsione individuale che non contrastano, anzi, col Bene comune caro ai cattolici), il fissare i paletti dell’acrobatico slalom fra sviluppo (economico) e giustizia (social-redistributiva), spetta ai politici. Dove stanno però i politici, specie in Europa? I risultati fallimentari delle socialdemocrazie del Vecchio Continente, culminati nel disastro elettorale di Lionel Jospin in Francia; quelle stesse «sinistre» che hanno cercato di portare sul banco degli imputati per «lesa socialità» Aznar in Spagna e Berlusconi in Italia, testimoniano della congenita incapacità della cultura dominante (sbilanciata a sinistra), d’intercettare i Tempi Nuovi. Mandando alle stampe il suo saggio, Paolo Del Debbio non poteva sapere degli eventi di Francia e fra non molto, forse in Germania. Tuttavia, con profetica intuizione, invoca l’America: chiedendole di ergersi a gendarme buono della globalizzazione. A evitare il caos di una moderna «Babilonia». (Presagio di Del Debbio).

Paolo Del Debbio, Global: perché la globalizzazione ci fa bene, Mondadori, 208 pagine, 16 euro
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