Se qualcuno, vedendo in edicola, il numero di MicroMega dedicato alla primavera dei movimenti e le vedettes dell’intellighenzia gramsciazionista e panchopardista che vi hanno collaborato, pensasse di imbattersi in qualche analisi seria del nuovo Sessantotto e della protesta di piazza, rimarrebbe fortemente deluso. Il fascicolone, infatti, fa pensare a certe ritualità da congressi del Pcus: tutti prendono la parola per dire le stesse cose, giocando al rialzo allo scopo di distinguersi nella condanna degli stessi nemici. L’irrisolto conflitto di interessi, le rogatorie, il falso in bilancio, le collusioni con la mafia: «il catalogo è questo», ai collaboratori si chiedono soltanto le classiche variazioni su tema. C’è, però, una differenza sostanziale rispetto ai riti comunisti d’antan: allora non bastava qualche sparata antimperialista per venire promossi sul campo; oggi, invece, basta un po’ di antiberlusconismo «duro e puro» per diventare un intellettuale, un political analyst, un sociologo. Diventano così opinion maker gente come Agnoletto, Dacia Maraini e persino Fiorella Mannoia (questa volta non invitata); mentre a persone come Marghe-rita Hack o don Gallo, si fa credere che la competenza acquisita nella scienza o nelle opere di carità sia un bonus spendibile in qualsiasi altro campo. E tuttavia non bisogna gettare la spugna. Se il parto della mente di Agnoletto - per il quale l’obiettivo degli assassini di Marco Biagi era lo stesso del governo e di Confindustria - è disperante (ci si consola col vecchio adagio toscano «la madre de’ grulli è sempre gravida»), altri casi, forse, lo sono meno. Si potrebbe, ad esempio, ricordare a Dacia Maraini che il suddetto Biagi era un consulente del governo non un ideologo della Margherita e che, a insultarlo pubblicamente, erano stati solo Cofferati & C.; si potrebbe, altresì, spiegare alla Hack - che, abbandonando i telescopi, s’è messa a contendere alla Levi Montalcini il ruolo di scienziata maître à penser - che il tanto colpevolizzato D’Alema, al tempo della Bicamerale, doveva ricercare un qualche accordo col Cavaliere giacché le regole del gioco, in una democrazia liberale, si fanno col consenso di tutti i giocatori.
Si dirà che non è giusto prendersela con i dilettanti allo sbaraglio ma bisogna confrontarsi con gli scienziati dell’economia e della politica. Sennonché, anche su questo versante, lo spettacolo è di desolazione. Un economista del calibro di Paolo Sylos Labini fa un esame del berlusconismo così fazioso che, al confronto, la sociologia elettorale dell’imbecilgente di Dario Fo diventa un paragrafo della weberiana Economia e Società. «L’Italia - ripete rispolverando un logoro topos gobettiano - presenta ancora aspetti di grave arretratezza civile», e ciò consente ai «lestofanti», forti dello strumento televisivo, di mettere le mani sulla cosa pubblica - complice «un’opposizione atrocemente fiacca». Lo studioso di Marx non prende neppure in considerazione l’idea che dietro il Polo e l’Ulivo ci siano corposi ceti e classi sociali che perseguono interessi diversi e (divenuti, in seguito alla crisi) incompatibili. Analisi del Welfare State come quelle del politologo Maurizio Ferrera o dell’economista Giulio Tremonti - per fare solo qualche nome - sembrano non sfiorarlo. Forse, per lui, sono titoli concorsuali e non strumenti concettuali per comprendere le scelte degli elettori. Ne deriva che i conflitti oggettivi tra lavoro protetto (dalla Trimurti sindacale) e lavoro precario e sommerso, i problemi di ordine pubblico, la difficile pratica del multiculturalismo, la rovina definitiva della scuola prodotta dall’Ulivo, le privatizzazioni inaugurate dal centrosinistra - che fanno pagare salati i servizi pubblici, senza alleggerire i carichi fiscali la cui pesantezza era giustificata dal basso prezzo dei primi -, la stessa faziosità della televisione di Stato, non hanno avuto nulla a che fare con la vittoria del Polo. Berlusconi «la honte de l’Europe»: citando il giudizio dell’«imparziale» Liberation, Sylos Labini, poteva limitarsi a dire, col Principe De Curtis , «e ho detto tutto!».