Nel suo libro Riformisti per forza, Nicola Rossi, economista e deputato dell’Ulivo, individua con grande onestà intellettuale le ragioni che hanno determinato la sconfitta del centrosinistra nelle ultime elezioni politiche. Dal 1992 al 2001, egli dice, le retribuzioni lorde pro capite, cioè le remunerazioni dei lavoratori dipendenti al netto dei contributi sociali di competenza dei datori di lavoro, sono rimaste invariate in termini reali, e quindi non si sono avvantaggiate degli aumenti della produttività. In altre parole, se la torta è cresciuta, i lavoratori italiani non se ne sono accorti (diversamente da quanto è accaduto ai loro colleghi francesi e tedeschi). E non basta. Nello stesso periodo è cresciuta anche l’area della povertà relativa: essa si è contratta, sia pure leggermente, fra il 1997 e il 1998, passando dal 12 all’11,8%, per poi risalire all’11,9% nel 1999 e superare il 12% nel 2000. Ed è cresciuta anche l’intensità della povertà relativa (in altre parole, quanto i poveri sono poveri). Quanto alla povertà assoluta (quella che misura la difficoltà delle famiglie nel procurarsi beni e servizi essenziali, e che quindi non dipende dal livello medio di benessere della collettività), essa è rimasta sostanzialmente stabile (intorno al 4%) nel periodo 1997-2000.
D’altro canto, la dinamica della produttività è risultata in larga parte del periodo di governo del centrosinistra estremamente rallentata, e addirittura nulla nel 1999. Né la cosa deve stupire, perché la spesa per la ricerca e per lo sviluppo - tanto quella pubblica, quanto quella privata - che della produttività è una determinante primaria, pur attestandosi su valori molto bassi rispetto ai parametri internazionali (pari a meno della metà di quelli osservati in Francia o in Germania), si è ridotta ulteriormente per gran parte del periodo. Di qui la conclusione di Rossi: «C’era dunque qualche fondamento negli argomenti della campagna elettorale. Certo, la realtà era ed è ben diversa da quella descritta dai documenti elettorali, ma, al tempo stesso, è innegabile che tanto sul fronte dell’efficienza quanto su quello dell’equità un problema esistesse». Ben detto. Ma queste parole pesano come pietre e fanno a pezzi la pretesa - tanto grottesca quanto propalata a gran voce - del centrosinistra, di aver governato bene ma di non aver saputo valorizzare i propri risultati positivi. (Allo stesso modo queste parole mettono in viva luce il ruolo retrogrado e di mera «cinghia di trasmissione» che il sindacato guidato dal dottor Cofferati - oggi così bellicoso contro ogni innovazione - ha avuto negli anni di governo dell’Ulivo).
A tutto ciò vanno aggiunte (anche se Rossi non lo dice) le tanto vantate «riforme» del centrosinistra: da quella sanitaria, di ispirazione sovietica (come la definì De Mita), a quella (catastrofica) della scuola di base, a quella, sciaguratissima, dell’Univer-sità (sulla quale il ministro Moratti non è ancora intervenuto, e farebbe assai male se non lo facesse in futuro). È proprio dal fallimento del governo di centro-sinistra che sorge la «legittimità democratica» (come la chiama Rossi) della vittoria del centro-destra. Con buona pace dei vari «girotondisti».
Nicola Rossi, Riformisti per forza, Il Mulino, 168 pagine, 10,50 euro