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Salvatore Giuliano: la vera storia

LIBERAL BIMESTRALE
di Mauro Canali
Anno n. 12 - Giugno - Luglio 2002

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Il bel libro di Francesco Renda è importante per molti motivi: non ci troviamo di fronte all’ennesima rappresentazione più o meno romanzata del bandito Giuliano, ma al tentativo di restituirci l’ambiente e i conflitti da cui scaturì la figura del bandito, cercando nel contempo di chiudere i conti con le storie e i luoghi comuni fioritigli attorno, che hanno reso fino a oggi problematica qualsiasi ricostruzione oggettiva della sua vicenda. Renda intende programmaticamente giungere a quella che definisce, con una bella espressione «la sostanza vera» della sua storia e fa i conti con il mito di Salvatore Giuliano, smontando i mille pezzi di cui è costituito per vedere in fondo cosa rimane di esso a un esame rigorosamente oggettivo dei fatti. È ciò che di misterioso ancora rimane della sua biografia sono gli ultimi anni, quelli che vanno dal 1946 alla sua morte, poiché in effetti poco o nulla si sa delle nuove alleanze politiche e sociali che strinse quando, nel 1946, venne esaurendosi il suo impegno con il movimento separatista. Tuttavia giustamente Renda osserva che l’analisi degli eventi, in mancanza di documentazione, si può fare attraverso l’esame delle conseguenze dell’agire dei protagonisti piccoli e grandi della storia. Questo consente allo studioso siciliano di cogliere in Giuliano una sua convergenza operativa con la grande proprietà latifondista che se ne serve per cercare di contenere la spinta alla modernizzazione dei rapporti sociali nelle campagne che la guerra e l’occupazione delle terre aveva favorito. La strage di Portella della Ginestra viene a collocarsi in tale contesto.
Lungo la strada intanto non esita a fare i conti con alcuni miti di contorno della storia siciliana contemporanea che tuttavia non sono secondari a una migliore comprensione del personaggio, e coraggiosamente ne valuta l’inconsistenza. Osserviamo che così operando anche Renda rischia di venir classificato tra gli adepti del «revisionismo storiografico». Quando, ad esempio, rigetta la vecchia ipotesi cara a una certa storiografia dietrologica e ideologicamente antiamericana che le truppe alleate prepararono lo sbarco in Sicilia con un accordo con la mafia siciliana e che il prezzo che essi pagarono fu il ritorno incontrastato sull’isola del potere mafioso. Un altro mito che crolla sotto le riflessioni di Renda è l’ipotesi, sorretta anch’essa per decenni da schiere di storici anche egemoni negli studi della Sicilia contemporanea, di una organicità del progetto politico separatista ai piani degli americani. Renda definisce ciò una pura invenzione osservando che furono gli americani a respingere il progetto di un governo separatista presentato loro da Finoc-chiaro Aprile e, con la conferenza di Mosca dell’ottobre del 1943, ad affrettarsi a riconsegnare la regione siciliana all’amministrazione italiana. Il terzo nodo storiografico con cui Renda fa i conti è il sospetto che circolò lungamente e fu ripreso anche da studiosi seri, che dietro la strage di Portella della Ginestra ci fosse la mano dei servizi segreti americani. Anche in questo caso la constatazione che nulla di documentato in tutto questo periodo è venuto nel frattempo a sostanziare tale sospetto è per Renda sufficiente a liquidare tale ipotesi; lo studioso tuttavia aggiunge che collocare la strage di Portella nel quadro della tensione internazionale Urss-Usa significherebbe depistare la ricerca della verità, che per Renda conduce alle responsabilità del potere dei grandi agrari, ai quali Giuliano si era ormai legato. Siamo, come è facile concludere, a una vera riabilitazione del ruolo svolto dagli americani in Sicilia nei delicatissimi anni Quaranta.

Francesco Renda, Salvatore Giuliano. Una biografia storica, Sellerio, 140 pagine, 7 euro
 

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