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Tutti liberali nessun liberale?

LIBERAL BIMESTRALE
di Renzo Foa
Anno V n. 33 - Dicembre 2005 - Gennaio 2006

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Nella storia dell’Italia repubblicana, i liberali sono sempre stati una minoranza elettorale (il loro massimo raccolto fu del 7%, nel ’63 in reazione alla nascita del centro-sinistra di Moro e Nenni). Sul piano culturale, invece, assistiamo ad un singolare fenomeno di contaminazione: con la fine del secolo delle ideologie e, soprattutto, del vecchio sistema dei partiti, c’è una diffusa e disinvolta appropriazione della qualifica, anche da parte di chi viene da storie molto diverse, quando non opposte. Potrebbe essere una rivincita di Einaudi e di Malagodi, ma certamente non lo è. Per capirlo basta assumere il richiamo di Egidio Sterpa a considerare le qualità di «un sistema di valori autenticamente liberali». Cioè «Stato di diritto, metodo del dubbio nell’affrontare i problemi, limitazione della presenza pubblica ai soli campi in cui è indispensabile e insostituibile». E allora dove troviamo in modo organico e coerente questo combinato di requisiti? Se seguiamo la linea di demarcazione bipolare, certamente non nel centrosinistra e, se possiamo rintracciarlo nel centro-destra, esso appare comunque sempre e ancora minoritario. Il filo della riflessione di Sterpa, politico di lungo corso e protagonista di un’intensa e brillante attività culturale, sta in questo paradosso: nel rilancio che la cultura liberale ha avuto nella stagione seguita al 1989 e nella sua difficoltà di diventare una componente determinante dell’azione politica e di governo, anche nell’esperienza della Casa delle libertà. Se lo dovesse diventare - questa la proposta centrale del libro - la transizione potrebbe completarsi con un bipolarismo compiuto tra una forza socialdemocratica e una, appunto, liberale. 
Non è un problema secondario, per chi si interroga sui limiti e sulle possibilità dei processi politici in un Paese dove tutto - condivido l’osservazione di Sterpa - «è impiastricciato, sia a destra che a sinistra» e dove a dividere è soprattutto il nominalismo. Anzi, aggiungerei che quello dell’identità dello schieramento moderato resta il problema dei problemi, nonostante i passi in avanti degli ultimi mesi. Ma per restare al titolo - Qualcosa di liberale - c’è una novità rispetto al passato e consiste proprio nei frammenti di liberalismo che hanno ritrovato cittadinanza in primo luogo nella cultura, poi nella società e, infine, anche se in modo incompiuto nella politica. È vero, sono ancora frammenti disaggregati. Ma letto questo libro - e annotate con curiosità le pagine dedicate a Croce, a Einaudi, a Malagodi, ad Abbagnano, a Valitutti, a Sogno e agli altri protagonisti di un ceppo culturale decisivo per l’Occidente - c’è una domanda da rivolgere a Sterpa: quei valori liberali, che egli ha così ben definito, sono più forti oggi o dieci, vent’anni fa? Non sono più diffusi oggi di quanto non lo fossero nella Prima repubblica? Non sono un punto di riferimento sempre più impegnativo anche per coloro che hanno il pudore di non definirsi liberali, ma che cercano di assumerli in questa stagione politica? 
Oggi c’è una forte nostalgia per le identità passate, per la democristianità, per il filone socialista, per le «terze vie» in cui si è snodato l’italo-comunismo. Ma l’unico sistema di valori che sembra utile al presente e al futuro resta in realtà solo quello liberale, grazie all’incontro fra la sua tradizione italiana e gli impulsi che, nell’ultimo quarto di secolo, sono stati dati da alcune rotture rivoluzionarie, dal reganismo al thatcherismo, fino al ruolo che il pensiero di Giovanni Paolo II è riuscito ad attribuire alla Chiesa. Qui sta la novità di una stagione del liberalismo, di cui Sterpa è non solo uno degli interpreti storici, ma anche un attivo «rianimatore». Un liberalismo la cui influenza è certamente superiore alla sua visibilità e che è sempre più un filone pesante della cultura politica italiana. Senza essere ottimisti, un po’ più di qualcosa.

Egidio Sterpa Qualcosa di liberale, Greco&Greco editori, 236 pagine, 10,50 euro
 

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