Ha il cognome più lungo della medievistica italiana, ed è una delle Grandi Signore degli studi relativi alla filosofia medievale a livello europeo (quindi mondiale). Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri - nuora, moglie e madre d’illustri studiosi, ed essa stessa studiosa di straordinario livello - non è soltanto una cattedratica insigne. È anche una scrittrice raffinata, di quelle che sanno affascinare e commuovere. Dinanzi a molto suoi libri, al di là delle questioni teoriche sul «genere letterario», ci si sorprende a domandarci se quel che stiamo leggendo sia un dotto studio o un avvincente romanzo. Sono davvero pochi - quanto meno in Italia - quelli che come lei sanno sposare rigore di metodo, ineccepibile aggiornamento, autentica intelligenza e alta qualità di scrittura. Forse Umberto Eco (non a caso un grande amico) e Alessandro Barbero.
I piccoli libri, i manualetti d’avviamento allo studio sono per gli studiosi che accettano di cimentarsi a redigerli - i più nascondono la paura di misurarsi con un genere tanto impegnativo e compromettente dietro il disprezzo per la manualistica - un autentico banco di prova. Esigono, a volerli ben fare, competenza e capacità di sintesi non comuni. Questo piccolo libro è incantevole. È davvero difficile parlar d’estetica e riuscire ad avvincere il lettore. Maria-teresa però ha fascino e classe da vendere. Apri queste poche nitide pagine già rassegnato a venir sommerso da ondate d’Ildegarda di Bingen, d’Agostino, di Aristotele, di Guglielmo di Saint-Thierry, di Tommaso d’Aquino. E non t’inganni: ci sono tutti, allineati e coperti, dottamente chiamati in causa. E naturalmente ci sono anche i beniamini dell’autrice, i causeurs d’amour: Tristano e Isotta, Lancillotto e Ginevra. Soprattutto Eloisa e Abelardo, i prediletti. Ma c’è ben di più. Perché, parlando di estetica medievale, si dovrebbe cominciar dai severi (e un po’ noiosi) trattatisti? Parliamo invece di lei: di Madonna Bellezza in persona, anzi in arazzo. Il primo capitolo è dedicato a un serrato esame iconologico-filosofico dei sei arazzi della tappezzeria della «Dama e l’Unicorno», al Musée de Cluny di Parigi. La Bella Dama e la Bella Fiera, insieme sul prezioso giardino dei cinque sensi: inno all’amore o elogio della castità? Bellezza pura, comunque. È questo il Medioevo. È questa la nostra dolce, cara, bella Europa. E l’esame continua, suadente ma serrato. La bellezza nell’architettura, nella musica, nella parola (torna alla mente Pavel Evdokimov), nella filosofia, nell’arte: fino alle nuove estetiche «medievali», dal romanticismo a oggi, prova che per noi postmoderni Bellezza e Medioevo continuano a esser tutt’uno.
Ma la lezione ultima che se ne trae è severa. Il Medioevo seppe esprimere un concetto di bellezza come equilibrio e universalità perché possedeva una solida e coerente Weltanschauung. La bellezza è unità e totalità. Non si può né avvertire, né comprendere, né esprimere il Bello fuori di noi se non come riflesso di un Bello che è in noi. Dio - il Dio di Agostino e di Dante - è ordine e bellezza. Un ordine bello, una bellezza ordinatrice. In un mondo di molte voci e di nessuna possibilità di gerarchizzarne il valore, un mondo di molteplici verità e dove la Verità non ha luogo, è ancora possibile parlare di Bellezza? O ci si dovrà limitare a registrare quello che ci piace, nel variare dei gusti e delle mode? Ma il problema resta. Perché ci sono infinite cose che possiamo chiamare belle, ma solo poche fra le opere umane - penso alla cattedrale di Chartres, alla Primavera del Botticelli, alla Zauberflöte di Mozart - sono pura Bellezza? Che cos’è che davvero distingue una qualunque cosa bella da un Dono di Dio?
Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri, L’estetica medievale, Il Mulino, 138 pagine, 2,50 euro