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Padre Pio: più santo del suo festival

LIBERAL BIMESTRALE
di Mattia Feltri
Anno n. 12 - Giugno - Luglio 2002

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FL12_th  
A uno verrebbe quasi quasi voglia di essere blasfemo, e di dirlo che a occhi che si potrebbero definire atei (con tutto quello che questa parola si porta dietro, con tutte le contraddizioni che contiene, con tutti i rischi che si corrono a pronunciarla), ecco, di dirlo che a occhi così San Giovanni Rotondo appare come una Graceland del culto. La tentazione è forte, fortissima. Fortissi-mamente si vorrebbe dire che stanno trasformando un uomo - un santo, dal 16 giugno prossimo - nella versione ascetica di Elvis Presley. Coi pellegrinaggi, le immaginette, i rosari, le medaglie, le magliette, i banchetti, gli alberghi che sorgono copiosi tutt’attorno al paese, le mille biografie, le fiction persino, le trasmissioni televisive, i miracolati che si denudano l’anima e si commuovono in diretta tivù, tutte queste confessioni catodiche che si ha la tentazione di definire carràmbate. E poi la chiesa babilonica, Renzo Piano che la progetta, il crocefisso di Arnaldo Pomodoro, gli ottomila (forse diecimila) posti all’interno, e i trentamila (forse quarantamila) posti sul piazzale, e i maxischermi che saranno installati per l’occasione grandiosa del 16 giugno, come per una semifinale mondiale del pallone.
E insomma il fenomeno fenomenale di un popolo che si muove compatto, tenuto assieme dall’amore incondizionato e incrollabile per un uomo che nacque povero e morì con le mani piagate e sanguinanti, che visse nella ostilità vasta dell’oligarchia ufficiale del culto, una reincarnazione così perfetta del Cristo da risultare per forza sospetta, troppo immediata e troppo calzante per non suscitare l’irritazione dei depositari della dottrina, oppure addirittura la sprezzante ironia presuntuosa dei non credenti. E tutto questo rafforzato, appunto, da un popolo che ha scavalcato tutto, qualsiasi ostracismo, e infine ha vinto, e avrà il suo santo, e potrà sventolare i suoi vessilli di speranza, di speranza concreta, di speranza radicata nelle esperienze di chi conobbe Padre Pio, e ne fa testimonianza ancora vivente, ancora vicina, pulsante, che si può toccare con mano, con quella necessità prepotentemente soddisfatta che fu di San Tommaso. Eppure un popolo che compulsato da fuori sembra chiassoso, autoreferenziale, indisposto al dubbio, incollato a una fede straordinariamente terrena, e straordinariamente proiettata all’aldilà, verrebbe voglia di dire incollato al proprio pregiudizio di comodo.
Ci sono molte cose che verrebbe voglia di dire con slancio illuministico. Con quel desiderio compiaciuto di tirarsi fuori dalle cose che non si spiegano, che non ubbidiscono alle regole della sperimentazione, non ripetibili nel laboratorio dell’intelletto. Verrebbe voglia di usare toni sdegnosi e divertiti elencando il vippume che nobilita il popolo dei devoti, il comico Carlo Campanini, una specie di primo apostolo, Maria José di Savoia, Alberto Sordi, Erminio Macario, Beniamino Gigli, Gina Lollobrigida, Katia Ricciarelli, Sandra Milo, Franco Zeffirelli, Lino Banfi, Peppino Di Capri, Bruno Lauzi, Anna Kanakis, Orietta Berti, Memo Remigi, Alberto di Monaco, Pippo Franco, Beppe Signori, Alberto Castagna. E i tantissimi personaggi dello spettacolo e della politica, come dicono spesso i frati di San Giovanni Rotondo, che raggiungono il convento in anonimato. E ancora, Giulio Andreotti, Rosa Russo Jervolino, Antonio Di Pietro. Verrebbe voglia di liberarsi dell’ingombro di questo popolo adorante e incolonnato dietro alla mistica del miracolo, dell’evento eccezionale e divino che si fa quotidiano, dell’inspiegabile che dovrebbe testimoniare l’esistenza di Dio, e quindi la salvezza possibile, e quindi la risposta unica e ferrea al dramma della vita, insomma di tutto questo verrebbe voglia di liberarsi con un cenno della mano e una smorfia di derisione. E lo si vorrebbe fare, da un lato, tirando in ballo, come abbiamo fatto prima, il barnum che si muove attorno a Padre Pio, e che davvero c’è se Monsignor Cosmo Francesco Ruppi, arcivescovo di Lecce e presidente della Conferenza episcopale pugliese, si è sentito in obbligo di dire che il rischio è di «mercificare». Che il rischio è di erigere monumenti di bronzo senza erigere monumenti spirituali «dentro». Dentro di noi. Dentro di loro. Tirando in ballo l’ipotesi che un moto dell’anima, una fede profonda e commovente, siano per forza più impuri se così tambureggianti, così in technicolor, così infarciti di mondanità, di opulenza, così violentemente iconografici, così ostentatamente monumentali, i monumenti di bronzo, le cattedrali che simboleggiano la grandezza di una fede con la grandezza della pietra. In definitiva, così poco intimi, così poco introspettivi, così poco meditativi. Forse perché siamo impolverati da quella convinzione che la fede, per chi ce l’ha, non debba essere invece anzitutto gioiosa ed esuberante.
E da un altro lato verrebbe voglia di liberarsi di tutto ciò rifugiandosi in una soluzione aprioristica, quella del «non credere», quella della catalogazione immediata e facile: superstizione, suggestione, faciloneria. E anche in questo caso si sarebbe supportati da certi fumi dell’isteria, o almeno dagli eccessi di zelo, quelli di chi vede le statue di Padre Pio sanguinare, come è di recente successo a Messina, e soprattutto di chi non vuole rassegnarsi alla burla di una ragazzetto del posto, pena il dover rinunciare al proprio stupendo, strepitoso, straziante miracolo casalingo. E centomila casi simili. E i centomila accattoni che smerciano le immaginette, in un mercimonio della solidarietà e del cristianesimo che puzzano tantissimo di ricatto aberrante. Ecco, sì, verrebbe voglia di dire: tenetevelo questo Padre Pio consolatorio, questo Padre Pio fatto a vostro consumo, modellabile sulle vostre utopie sovrannaturali, buono per il canovaccio triste dell’essere supremo che si fa uomo, o che passa attraverso gli uomini, per tendere la sua mano caritatevole e onnipotente ai reietti della terra. Tenetevelo. Tenetevi questa immagine che vi siete costruiti, tenetevi - bestemmia! - questa Vanna Marchi della buona novella.
Però poi non è così. Però poi bisogna anche sbattere la testa, se si ha il coraggio di ribaltare tutto, se si ha il coraggio semplicemente di non capire (anziché di cancellare) l’incomprensibile, contro il muro degli eventi. Lo si deve fare perché qualsiasi uomo sia stato Padre Pio, è un uomo che ogni giorno muove alla propria tomba, e alla propria testimonianza, trentamila pellegrini. Trentamila ogni giorno, dicono i frati di San Giovanni Rotondo, che arrivano per pregare e per incontrare il loro grandissimo Dio, per il tramite del loro prossimo santo. Chi muove questo popolo? Soltanto il pregiudizio? Soltanto l’esaltazione? Soltanto la disperazione così facilmente (facilmente?) tramutabile in speranza? Soltanto il desiderio incontrollabile di trovare un’oasi nel deserto sabbioso della vita? E bisogna, ancora, ben sbattere la testa contro le conversioni a migliaia, contro le guarigioni di cui la scienza ha comunque dovuto prendere atto, e di cui non ha potuto spiegare la genesi e l’evoluzione. Questi soffi di vita che hanno rimesso in piedi i meschini e gli ammorbati nello spazio di una notte. Questi miracoli. E così non si può essere veramente e onestamente laici (sempre che questa parola, laico, abbia mai avuto un senso, e lo abbia ancora), non si può esserlo compiutamente se non si è in grado di riconoscere il limite drammatico della propria laicità. Non si può riutilizzare quel termine scandaloso e orrendo - ateo - se non si è in grado di riconoscere il limite drammatico del proprio ateismo. Semplicemente perché è troppo facile per un laico, per un ateo, crogiolarsi nella propria razionalità ed escludere automaticamente, come favola per infanti, l’irrazionale. Allo stesso modo per cui potrebbe essere troppo facile affidarsi all’inspiegabile, al miracolo, in modo del tutto acritico, e lì scoprire Dio.
Sarebbe delittuoso commettere lo stesso errore. Sarebbe delittuoso escludere che la fede possa essere invece un percorso difficile, per chi ha avuto la voglia e la forza di intraprenderlo, mettendo in discussione il naturale attaccamento empirico alle cose di tutti i giorni, e sapendo affrontare con sbigottimento - e non con superiore disprezzo - ciò che non ha causa ed effetto. La grandezza di Padre Pio, al di là di qualche deriva pagliaccesca, al di là di qualche eccesso sgradevole, è stata quella di rimettere gli uomini davanti alla loro incompiutezza tristissima. Davanti alla loro piccineria così mestamente insozzata di superbia. È stata quella di permettere a molti di incontrare un Dio, il Dio della salvezza.
È stata quella di dare un senso anche a chi Dio continua a non incontrarlo, di dare un senso anche alla laicità, che è potentissima, non come un Dio, ma potentissima. La potenza di guardare il mondo senza avere la pretesa violenta di agguantare tutto e tutto giudicare.
 

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