L’opinione pubblica sembra credere che il clima sta cambiando a causa delle attività umane. La gente apprende dai gruppi ambientalisti, e dai grandi media, che questi cambiamenti saranno pericolosi e che dobbiamo fare qualcosa per impedirli. Tuttavia, all’interno della comunità scientifica le cose non sono così chiare, e non c’è un punto di vista univoco. L’evidenza scientifica esistente non va a sostegno della domanda di un intervento impellente e la visione oggi più comune riguardante la scienza del clima si basa su una nozione falsa di consenso scientifico. Tuttavia, se i media sono da biasimarsi per la facilità con cui diffondono informazioni infondate, non sono gli unici responsabili. Gli scienziati, o più precisamente la burocrazia scientifica, sono ancor più colpevoli. Nel dibattito sui cambiamenti del clima, pressioni politiche ed economiche hanno corrotto il cammino della scienza. Questo articolo vorrebbe illustrare il perché tutto ciò accade.
La scienza corrotta. La scienza è un processo di scoperta in cui vengono avanzate delle ipotesi, vengono testate attraverso la ricerca empirica e la raccolta di dati, e quindi riviste in modo da riflettere su quanto si è scoperto strada facendo. Chiamo «scienza corrotta» quella scienza che non procede dall’ipotesi alla raccolta di dati, al trarre le conclusioni, ma muove già dalle conclusioni, ritenute politicamente accettabili e desiderabili, all’inverso per raccogliere dei dati che possano conferire evidenza alle conclusioni ritenute desiderabili o accettabili. La scienza corrotta non solo mistifica il vero stato della conoscenza, ma anche dello stesso processo scientifico. La selettività del processo viene negata e le prospettive diverse e in disaccordo vengono escluse a causa della necessità di conclusioni «approvate». Ci sono pochi dubbi sul fatto che questa tendenza sia estremamente pericolosa, perché mina le basi del processo scientifico e l’abilità della scienza di dare risposte sui problemi del mondo che ci circonda. E nel momento in cui si riduce a uno strumento dell’agenda politica, il valore della scienza come istituzione diminuisce.
Il modello del futuro. La scienza del clima riguarda il futuro e cosa succederà lì, ed è da questo punto che comincia la mia discussione. Ogni stratega di successo, da un giocatore di scacchi ai più grandi leader del pianeta, usa scenari del tipo «e se» per cercare di prevedere le reazioni degli altri. In breve, noi cerchiamo di pianificare per eventi che si verificheranno in futuro. In più, scienziati e altri accademici provano a sviluppare modelli del futuro per fronteggiare gli eventi che si verificheranno. L’economia, per esempio, ha un grande valore analitico dove i suoi input sono conosciuti, o possono essere stimati con un certo margine di ragionevolezza. Ma cercare di indovinare una previsione socio-economica del futuro definitiva è ridicolo. Azzardare previsioni riguardo i trend futuri quando anche la direzione del cambiamento è sconosciuta può soltanto danneggiare la credibilità della disciplina, sul lungo periodo. Tuttavia, gli economisti preparano scenari del meglio e del peggio che possa accadere, ma sottolineando le loro premesse - alcune delle quali possono dimostrarsi errate - e riconoscendo le loro incertezze. Se facessero diversamente, le loro incertezze diventerebbero assunzioni, che sarebbero usate come base per modelli economici computerizzati, che produrrebbero risposte concise che sembrerebbero sprizzare autorità. Le assunzioni di base sarebbero inevitabilmente dimenticate e le risposte verrebbero inghiottite dal pubblico ma mancherebbero del necessario quantitativo di sale. Molti produttori di modelli climatici si ricordano di dar conto delle loro premesse e delle loro incertezze. Altri non sono così circospetti, ed è lì che nasce l’isteria del global warming (surriscaldamento terrestre). Il livello di incertezza nella scienza climatica è tale che essa è impossibilitata a prevedere anche soltanto la direzione, lasciate perdere l’entità, dei cambiamenti fisici. Gli scienziati ancora non sanno molto riguardo ai meccanismi di feedback del clima, e alle miriadi di variabili che li condizionano. Prendete l’esempio di una stagione delle piogge. I modelli computerizzati primitivi della metà degli anni Ottanta predissero metri e metri di inondazione coincidenti con ogni grado di innalzamento delle temperature. Il quadro era quello di una catastrofe climatica. Tuttavia, con ogni miglioramento nella tecnica dei modelli, queste predizioni si sono fatte più modeste: i metri sono diventati centimetri, i gradi decimi di grado e via dicendo. Questi modelli non sono più gli stessi di dieci anni fa, ma ormai il genio è uscito dalla bottiglia. Il global warming è una faccenda politica e brilla di luce propria, fuori e oltre la scienza. Il cambiamento «climato», come lo dovremmo chiamare, è diventato una valanga, sia nel processo politico che per la comunità scientifica.
Uno sguardo alle motivazioni. A dispetto delle carenze delle previsioni economiche - i trend economici incerti come quelli climatici - c’è una branca dell’economia che offre importanti spunti per un’analisi del dibattito sul clima. La teoria della Public Choice spiega gli incentivi con cui si confrontato scienziati, politici, gruppi di pressione e imprenditori. A dispetto del fatto che questi incentivi siano spesso ignorati dai legislatori e dagli economisti, la loro inclusione nell’analisi delle scelte pubbliche è stata giustificata dal lavoro, fra gli altri, dei Premi Nobel James Buchanan e George Stigler. La teoria della Public Choice fornisce spunti importanti per capire le azioni di tutti gli attori nel dibattito climatico. La visione convenzionale è che i pubblici ufficiali applicherebbero la loro professionalità ed esperienza nell’interesse pubblico e non nel loro; che il governo lavori con la fiducia del popolo, a vantaggio del popolo. I teorici della Public Choice spiegano che questa è una visione naive. Essi esaminano gli individui coinvolti nella creazione e nell’esecuzione delle politiche pubbliche e gli incentivi cui sono sottoposti. Ne risulta che la maggioranza delle persone, il più delle volte, trova impossibile agire a scapito dei propri interessi particolari. Ciò che viene sottolineato è che i burocrati, esattamente come ogni altra persona, rispondono a certi incentivi e solitamente fanno ciò che credono sia la cosa migliore per sé e per chi sta a loro più a cuore. Il modello del processo di decision-making, secondo la Public Choice, divide la società in quattro gruppi: votanti, politici, burocrati e gruppi d’interesse. Ciascun attore si presume che voglia qualcosa dal sistema: i votanti vogliono un governo migliore, i politici vogliono voti, i burocrati vogliono un lavoro sicuro e l’ampliamento del budget, i gruppi d’interesse vogliono reddito. Politici, burocrati e gruppi d’interesse hanno diversi vantaggi a scapito dei votanti. Essi sono professionisti che tipicamente sanno, rispetto alla loro materia d’interesse, più di quanto ne sappia l’elettore medio (in parte perché l’elettore rimane razionalmente ignorante della maggioranza delle questioni politiche - i benefici dell’ottenere queste informazioni sono visti come inferiori ai costi del ricercarle). Il problema del global warming coinvolge tutti questi attori, alle prese con un gioco di interessi competitivi. Come hanno scritto gli economisti Mitchell e Simmons, politici e figure pubbliche «trovano altamente razionale ingaggiarsi nell’occultamento, nella recita, nella creazione di miti, nella soppressione e nella distorsione dell’informazione, nello stimolare odio e invidia, e nel promuovere speranze eccessive» (Mitchell e Simmons, 1994).
Il dibattito sul clima: gli interessi in gioco. I vari gruppi che agiscono nel dibattito sul clima sono coinvolti in un processo politico guidato da incentivi perversi. Il cambiamento del clima potrebbe riguardare chiunque. Tuttavia, la maggioranza degli individui non è direttamente coinvolta nel dibattito, ed essi rimangono dunque razionalmente ignoranti sui fatti. Coloro che s’informano su queste questioni sono tendenzialmente fornitori di energia, rappresentanti di settori che sono indirettamente coinvolti (assicurazioni, banche, trasporti), persone il cui lavoro ha a che fare con la protezione ambientale, e gente con incentivi più sottili. In quest’ultima categoria includerei scienziati, burocrati della scienza e imprenditori politici: che vengono trattati in modo più compiacente, dai media, rispetto agli imprenditori privati. Ma non sempre i loro interessi sono più puri. Anche perché, diversamente, gli interessi degli imprenditori sono cristallini: le imprese che investono sul nucleare o l’energia solare vogliono che il cambiamento del clima sia preso come un dato di fatto, perché i loro affari aumenterebbero non appena i fornitori di energia basata sui combustibili fossili fossero costretti a diminuire le emissioni. Altri imprenditori hanno incentivi più complessi, ma la maggioranza di loro preferisce l’ipotesi che il cambiamento climatico non sia dovuto all’attività dell’uomo, perché soffrirebbero un’ipertrofia di regolamentazioni. Similmente, i gruppi di pressione «verdi» possono più agevolmente raggranellare fondi promuovendo illazioni sul cambiamento del clima. Nulla serve meglio a trovare denaro che il miraggio della crisi e la pubblicità che ne segue. Come disse l’ex segretario agli Interni degli Stati Uniti, Bruce Babbit, «l’obiettivo per gli ambientalisti è indurre la gente a spedire soldi per sostenere il movimento». Inoltre, brochure e pubblicità dei movimenti ambientalisti sottolineano sempre l’imminenza di una catastrofe ambientale, per sottolineare l’importanza di una continua vigilanza e, cioè, della loro esistenza. Dopotutto, se non c’è crisi ambientale, che bisogno avrebbe la gente di Greenpeace? Anche i politici hanno molto da guadagnare. Per evitare problemi di credibilità in patria, essi cercano sempre di diventare statisti nell’arena internazionale - un’arena in cui sono meno responsabilizzati per le proprie azioni. Possono firmare trattati dei quali i loro cittadini hanno sentito poco parlare e che non avranno effetto per anni, e quando saranno attuati i leader politici in questione saranno felicemente lontani dalla politica attiva. Molti credono erroneamente che il libero scambio globale sia un gioco a somma zero, e che chiedendo azioni urgenti contro il global warming in altri Paesi ne beneficeranno in patria dove quelle misure non saranno attuate. Per questo, al summit «Rio plus 5» delle Nazioni Unite, a New York, il primo ministro inglese Tony Blair e il cancelliere tedesco Helmut Kohl ammonivano gli Stati Uniti per i loro sperperi energetici. Quello che allora non dissero è che Germania e Regno Unito avrebbero raggiunto l’obiettivo di emissioni minori a causa di fattori che non si devono agli ambientalisti. Le minori emissioni di diossine in Inghilterra si debbono sostanzialmente alla liberalizzazione del mercato dell’energia, voluta da Margaret Thatcher, mentre le emissioni ridotte in Germania hanno la loro causa nel collasso industriale della Germania Est più che in qualsiasi presunta leadership ambientalista in Europa. Una categoria di persone che si pensa non abbia incentivi di altro tipo nel dibattito sul clima è rappresentata dagli scienziati. Gli accademici rimangono al di sopra di ogni sospetto, soprattutto in Europa. Perché? L’obiettività nelle scienze viene da un dibattito aperto, la credibilità dal confronto scientifico. Qualsiasi cosa danneggi questi processi contribuisce a minare la fiducia del pubblico nei pronunciamenti della scienza. Si potrebbe quindi presumere che gli scienziati siano relativamente immuni alla pressione delle scelte pubbliche, e potrebbero essere meno soggetti a certi incentivi di altri gruppi, ma si tratta sempre di esseri umani. Il cambiamento del clima coinvolge una miriade di discipline scientifiche ma è dominato da poche, la più importante delle quali è la creazione di modelli matematici. Non perché ciò sia più importante per la conoscenza di altre scienze, quanto piuttosto perché si tratta della disciplina che si occupa di provvedere alla visione del futuro che vogliono i media - e il sistema politico. A differenza del libero scambio internazionale, il finanziamento governativo della scienza nel breve periodo è spesso un gioco a somma zero. Determinare chi si piglia una fetta della torta è una decisione basata su diversi criteri, incluso il rilievo «politico» che una scienza può assumere. Non c’è nessun dubbio che la preparazione di modelli dinamici del cambiamento del clima sia più significativa per il gioco politico della paleobotanica, e perciò essa ha fatto la parte del leone nei fondi stanziati per il clima negli ultimi anni, rispetto alle spese di altre discipline, e alzando comunque il tetto della spesa. Gli scienziati devono essere a conoscenza di questo fatto. Se c’è meno bisogno della loro disciplina, ci saranno meno fondi per concretizzare i loro sforzi. Il Centro Hadley dell’Ufficio metereologico britannico esiste a causa del cambiamento di clima, se il cambiamento climatico all’improvviso scomparisse come elemento del dibattito politico, il Centro Hadley potrebbe addirittura chiudere, e i suoi venti milioni di dollari di budget annui verrebbero destinati ad altre ricerche. L’Istituto Max Planck in Germania e l’Università di East Aglia in Inghilterra sono gli altri due maggiori centri di ricerca d’Europa che hanno beneficiato così massicciamente del cambiamento di clima. Gli scienziati fortunati al punto da essere impegnati in ricerche correlate al cambiamento del clima (e ne siamo pieni), hanno ottenuto grandi benefici negli ultimi dieci anni. Per fare solo un esempio, in Inghilterra si spende per la ricerca climatica più di quanto si spenda per la ricerca sul cancro. Per farla breve: la «grossa scienza», incluso lo sviluppo e il funzionamento di grandi modelli computerizzati, esige grossi assegni. La competizione per i fondi è intensa. Pubblicità e rilevanza politica aiutano a ottenere fondi; la scienza climatica beneficia di entrambi. E oggi, proprio per il loro successo nel catturare quattrini per le proprie ricerche, parecchi scienziati dipendono dalle sorti del global warming. Come Matt Ridley ha scritto sul Sunday Telegraph: «Immagina di aver tirato avanti a fatica per trent’anni con la fisica atmosferica e all’improvviso spunta il problema del global warming. Poco dopo le Nazioni Unite ti pagano centinaia di sterline al giorno per girare per conferenze e andare al telegiornale della sera. Ammetterai mai che non c’è niente da temere dal global warming?» (Ridley, 1995). A dispetto dei pregiudizi, gli scienziati, come politici e imprenditori (e giornalisti), hanno un interesse ben preciso riguardo al modo in cui l’informazione sul cambiamento del clima viene presentata. In questa situazione, le procedure scientifiche formali e il confronto scientifico diventano molto più importanti, e ogni deviazione dall’ortodossia diventa sospetta.
I problemi del confronto scientifico. La questione del confronto scientifico è in se stessa molto importante, e mostra i pregiudizi insiti nella scienza moderna. Gli scienziati spesso biasimano i media per troppo allarmismo, ma di certo non sono solo i giornalisti ad apprezzare risultati «eccitanti». Anche i giornali scientifici godono dell’attenzione che la pubblicazione di risorse «eccitanti» può attrarre. Un articolo nel giornale scientifico Oikos spiegava come ricerche che sono importanti, ma non eccitanti o innovative, raramente riescono ad approdare su pubblicazioni importanti. Questi giornali difficilmente pubblicano articoli i cui risultati siano in larga misura «negativi». Per esempio, un ricercatore potrebbe analizzare il legame fra i pesticidi residui nelle mele e il cancro alla vescica, e concludere che in realtà non ci sono correlazione. Si potrebbe pensare che l’informazione scoperta dal ricercatore sarà utile per altri che lavorano nello stesso settore di ricerca. Ma i risultati non sono «eccitanti», e le possibilità che trovino spazio su un giornale famoso come Nature è remota. Per arrivare a queste (tristi) conclusioni, l’autore dello studio ha analizzato 1812 articoli scientifici pubblicati fra il 1989 e il 1995 presi a caso fra 40 pubblicazioni di biologia. Data la pressione che c’è sui ricercatori universitari per pubblicare - e su buoni giornali -, i pregiudizi contro la pubblicazione di risultati «negativi» hanno alcune implicazioni veramente preoccupanti. Per prima cosa, è come se le ipotesi che verranno testate debbano essere conservative, perché i risultati «positivi» sono meglio accolti in questi casi. Ipotesi più bizzarre, che magari confondono i contorni del quadro scientifico, non verrebbero accolte. In secondo luogo, i ricercatori finiscono per ricercare attentamente i dati che permettano loro di confermare una correlazione significativa. Se le possibilità di essere pubblicati aumentano mostrando un risultato «positivo», i ricercatori saranno tentati di sorvolare sui dati finché ne trovano uno che può sostenere la loro tesi - ignorando tutte le correlazioni negative che incontrano sulla loro strada. Intere carriere possono dipendere da cose del genere. Quindi non solo i media vogliono storie allarmistiche o che mostrino risultati positivi, ma lo stesso fanno i migliori giornali specializzati. Dire che una piattaforma di ghiaccio si è allargata, che le temperature erano più alte in passato, o che rimangono delle incertezze, non è abbastanza per attirare l’attenzione di qualcuno sulle tue ricerche. Nessuna sorpresa che le confutazioni universitarie del dogma l’uomo-ha-causato-il-cambiamento-del-clima siano così rare.
Consenso climatico? Due istituzioni che fanno riferimento alle Nazioni Unite, l’Organizzazione metereologica mondiale e l’Environmental Programme dell’Onu, si occupano di ricerca climatica. Nel 1988, quando il global warming stava velocemente diventando una questione di primaria importanza, queste due istituzioni crearono un Consultorio intergovernativo sul cambiamento del clima, come «meccanismo deputato a provvedere alle basi per lo sviluppo di una realistica ed effettiva strategia internazionalmente accettata per fare i conti con il cambiamento del clima». Sarebbe significativo segnalare come qui il cambiamento del clima sia un dato di fatto, con il quale si devono «fare i conti» attraverso un’azione internazionale. Con questa premessa, la macchina è partita, commissionando ricerche, organizzando incontri internazionali in luoghi esotici e pubblicando una serie di resoconti sullo stato della scienza climatica e diverse azioni di politica pubblica. Il tratto distintivo di questi resoconti, secondo Richard Lindzen, professore di metereologia al Massachusetts Institute of Technology, era il «parlare a vanvera avanzando argomenti che non dicono nulla, ma con cui nessuno può trovarsi in disaccordo» (Wilkie, 1995). Le cose cambiarono con il secondo resoconto del Consultorio nel 1995. Esso sosteneva come «l’evidenza suggerisce che c’è una consistente influenza umana sul clima globale». Quest’affermazione venne presa dai gruppi d’interesse e dalla stampa come la prova finale di un consenso generale sul cambiamento climatico. I leader ambientalisti dissero che era la prova definitiva e che c’era bisogno di un’azione urgente. Ma il «consenso scientifico» a supporto di questa tesi era un’invenzione della politica - e anche gli scienziati che avevano contribuito allo studio finirono per esporre delle riserve. La credibilità della fonte di un’informazione scientifica è importante. La maggioranza dei commentatori presume che i documenti scientifici siano basati sulla scienza, non sulla politica, e pertanto siano oggettivi. Il Consultorio è visto come una fonte scientifica, perché ogni cosa viene retta e dibattuta da una squadra di esperti. La sua reputazione si basa sull’approccio critico e sul rispetto di alcune severe prescrizioni burocratiche. Ma ecco come uno dei più importanti scienziati che contribuiscono al Consultorio, Keving Shine della Reading University, descriveva il processo della produzione della documentazione del Consultorio: «Noi produciamo una bozza, e quindi le persone che hanno a che fare con la proposta di politiche pubbliche la leggono parola per parola e cambiano il modo in cui viene presentata... Essi non modificano i dati, ma il modo in cui vengono proposti. È singolare che quando hanno la versione definitiva la presentano come un documento scientifico» (Winton, 1995). Insomma: la scienza è scientifica, ma quel che ci si costruisce attorno è tutto politica (Grubb, 1996). Il resoconto più importante approvato dai governi del mondo alla sessione plenaria del Consultorio a Madrid nel 1995, ma non pubblicato prima del luglio 1996, nella versione stampata è zeppo di «correzioni» allarmistiche che non erano presenti nell’originale. Nella versione pubblicata, rispetto a quella approvata nella plenaria, ogni riferimento riguardo alle incertezze sull’effettivo impatto dell’attività umana nei cambiamenti climatici e i «caveat» riguardo il trarre conclusioni azzardate dallo studio scompaiono. Nel novembre 1995, il resoconto non stabiliva che si fossero verificati dei cambiamenti climatici indotti dall’uomo; adesso, senza che alcun nuovo dato sia stato considerato, esso dice l’esatto contrario (Singer, 1996; Financial Times, 1996). Frasi come la seguente sono state cancellate dal documento: «Nessuno degli studi ha dimostrato una chiara evidenza che noi possiamo attribuire i cambiamenti osservati alla specifica causa dell’incremento delle emissioni gas-serra». Questa frase è stata rimpiazzata con: «Siccome gli osservati cambiamenti del clima dai venti ai cinquanta anni scorsi non possono essere spiegati totalmente dalla naturale variabilità del clima, una frazione di questi cambiamenti deve essere dovuta all’influenza dell’uomo». La bozza di conclusione del documento è stata cancellata allo stesso modo.
Alcuni scienziati si sono sentiti assolutamente oltraggiati da queste alterazioni. Frederick Seitz, già capo dell’Accademia americana delle Scienze, ha scritto: «In più di sessant’anni, come membro della comunità scientifica non sono mai stato testimone di una più oltraggiosa corruzione del processo del confronto scientifico degli eventi che hanno portato a questo documento». Va poi notato che questo documento si rifaceva in gran parte a studi non ancora pubblici. Per esempio, il sesto capitolo contiene ventidue riferimenti ad articoli non ancora pubblicati che quindi non erano ancora entrati nel dibattito scientifico al momento della pubblicazione del documento. Ne ho chiesto conto al coordinatore del gruppo di ricercatori del Consultorio, in un dibattito che ho avuto con lui nel dicembre del ‘96. La sua risposta è rivelatrice. Lui ha ammesso che questi articoli non erano ancora entrati nel dibattito scientifico, che i colleghi non avevano potuto prenderne atto, recensirli e criticarli, ma essi erano già a disposizione degli scienziati che avevano partecipato a quel dibattito. Il problema è che i partecipanti avrebbero dovuto conoscere quali questi lavori fossero - la maggioranza non lo sapeva - e quindi richiederli. Ogni commento approfondito su di essi era impossibile. La tempistica di cancellazioni e alterazioni suggerisce che ci si prese delle libertà con le procedure, soprattutto per ottenere il consenso desiderato. I politici, e la pletora di consulenti socio-economici, accolsero con favore quelle conclusioni e chiusero gli occhi sulle irregolarità. Invece si concentrarono nell’attacco ai lobbisti dell’industria, che sottolineavano questi cambiamenti. Il Consultorio è diventato una delle agenzie meno credibili che gravitano attorno alle Nazioni Unite. È interessante notare come i cambiamenti nel testo siano stati colti prima negli Usa che in Europa. Secondo la mia esperienza, credo sia perché in Europa permane il culto delle gerarchie, specialmente delle gerarchie professionali. Di conseguenza, il dibattito scientifico è molto meno aperto in Europa che in America. I burocrati del Consultorio e altri vecchi scienziati possono fare piazza pulita di ogni dubbio, è così che le gerarchie determinano le politiche pubbliche. Ecco perché, invece, l’analisi continua, la critica delle diverse questioni e un dibattito franco sono così importanti. Una delle cose più insultanti di queste recenti manifestazioni, che la teoria della Public Choice avrebbe potuto prevedere, è la formazione di alleanze unusuali, coalizioni fra parti i cui interessi più superficiali di breve termine coincidono. L’esempio più significativo in Europa è l’alleanza fra alcune organizzazioni non governative ecologiste e le compagnie d’assicurazione.
Nell’ultimo decennio il dibattito è stato incentrato sulle previsioni climatiche e su certa scienza climatica. L’offuscamento e la creazione di miti sono diventati attività redditizie. Il consenso ora è paragonato alla verità. La fonte di una pubblicazione scientifica è diventata più importante del suo contenuto, ed è stata usata come arma politica. Tuttavia, il dibattito continua.
© liberal - Institut of Economics Affairs
(Traduzione dall’inglese di Alberto Mingardi)