Soltanto una volta ho avuto la possibilità di incontrare il Beato Josemaría Escrivá; ne ebbi subito una impressione dolce ma fortissima! Ho coltivato invece una grande amicizia con il suo successore mons. Alvaro del Portillo che, a volte in modo serio e altre scherzoso, sottolineava spesso la così piena comprensione da parte mia dell’essenza spirituale dell’insegnamento del Beato e quindi dell’Opus Dei da lui fondato. Nelle iniziative apostoliche dell’Opus Dei, che ho avuto occasione di conoscere a fondo, ho sempre molto ammirato il lavoro che vi si svolge e soprattutto una sorta di modello di istruzione che io non esito a definire superiore, cui le autorità dello Stato dovrebbero portare molta attenzione, soprattutto nell’attuale crisi del sistema d’istruzione italiano. Non esito a paragonare questo sistema a quello propugnato da un grande intellettuale e santo come il cardinal John Henry Newman, nel suo splendido libro L’idea di università, in cui egli fra l’altro sostiene e dimostra che il fine specifico dell’università non può essere confessionale, ma deve essere quello di trasmettere cultura nel senso più ampio del termine, avendo fiducia nel fatto che una missione naturale come quella di trasmettere cultura, sia il terreno più fecondo per ogni innesto di carattere religioso e morale. L’esempio che l’Opus Dei ci offre con questo tipo di lavoro nell’ambito dell’istruzione, ma che poi si estende a tanti altri aspetti dell’attività umana, altro non fa che sottolineare il vero ruolo del laicato cattolico. Sembra oggi chiaro e da tutti compreso che il laico della Chiesa non è un cristiano di serie B, e che la vocazione laicale non vada intesa come la mancanza di una vocazione religiosa, ma sia una specifica vocazione nella Chiesa. Chi è il laico? Il laico veniva definito come colui che non è ordinato; non un suddiacono; non un diacono e non un prete, non un vescovo; e neppure è un religioso. Per lungo tempo, fino al Concilio Vaticano II, il laico è stato un membro della Chiesa «per sottrazione»: il laico era colui che… non era nella Chiesa altre cose! Per ribadire l’esistenza di queste radicate convinzioni, basta tornare a Newman. Questi aveva scritto sulla rivista The Rambler un articolo intitolato «Se sia lecito e opportuno consultare il laicato in materia di fede»; ebbene, un monsignore di Curia, certo Mons. Talbot, se ben ricordo, non esitò a denunziare l’autore all’autorità ecclesiastica per il contenuto di questo libro e affermò, il monsignore, che la funzione dei laici nella Chiesa era limitata a giocare a carte, fare figli e andare a caccia. La persona che prima del Concilio ha avuto l’intuizione dell’autonomia del ruolo del laico nella Chiesa e del fatto che l’essere laico è una specifica vocazione ecclesiale è stato Josemaría Escrivá. L’Opus Dei è infatti essenzialmente una istituzione laicale, tanto che il fondatore cercò e trovò i primi membri tra laici impegnati nelle professioni liberali e non andò a cercarli tra i preti! Dovendo trovare una sistemazione giuridica, all’inizio dovette acconciarsi a una formula giuridica inadatta a esprimere la vocazione dei membri dell’Opus Dei; infatti quando il Beato Escrivá andò, verso il 1946, dall’allora Sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Tardini, poi cardinale, a esporre queste sue idee, questi gli fece capire che le sue idee erano assai premature per i tempi che la Chiesa stava vivendo: «Chissà, fra cinquant’anni...», gli disse. Ma Escrivá cominciò a lavorare per ottenere la soluzione giuridica definitiva, che è oggi quella della Prelatura personale, già prevista nei documenti applicativi del Concilio Vaticano II. Ecco dunque l’intuizione. Il laico ha una sua vocazione specifica. Per dirla con parole mie, il laico è il sacerdote del tempo, è il sacerdote della storia, è il sacerdote della comunità temporale. La vocazione specifica del laico è quella del sacerdozio delle cose del tempo… nella ricerca, nella tecnica e poi, aggiungo, nella politica, che è l’espressione temporale della virtù della giustizia e della carità. O la politica viene considerata infatti una proiezione temporale della carità, cioè del servizio altissimo agli altri, o la politica non può assolutamente considerarsi una vocazione per il cristiano. Questa certezza di Escrivá di considerare il laico dotato di una propria missione nella Chiesa, fa comprendere come egli abbia sempre guardato a Tommaso Moro come a un personaggio ideale, a lui molto vicino. Thomas More è il primo, per così dire, che ha avuto una vocazione laica, non senza un suo tormento. Era figlio di un grande avvocato che aveva avuto quattro mogli. Tommaso fu mandato prima come paggio alla corte del cardinale Arcivescovo di Canterbury, poi andò a studiare a Oxford, nella Saint Mary Hall. Poi divenne avvocato e decise di sposarsi: considerava il matrimonio non come uno stato inferiore rispetto a quello religioso o quello sacerdotale, ma come una specifica vocazione. Fu grande avvocato, fu sceriffo di Londra, fu grande diplomatico, membro e poi speaker della Camera dei Comuni e poi Lord Cancelliere d’Inghilterra, la carica più alta del Regno. Fu un eccellente marito, fu un felice padre e fu soprattutto un amico esemplare; la definizione che di lui è stata data è quella di «nato per l’amicizia», born for frienship e di «uomo per tutte le stagioni», che da noi designa un voltagabbana, ma in Inghilterra significa un uomo che sapeva vivere da cristiano tutte le circostanze del suo tempo. Difese le prerogative della Corona perfino contro il Papa ma, quando venne il momento di rimanere fedele alla propria coscienza egli, che della propria coscienza aveva il culto, non esitò a disobbedire al Re, perché il Re non poteva imporre ai cittadini una verità religiosa! Egli fu laico e forse il primo Santo laico, tanto che - l’azzardo è mio - se fosse vissuto ai giorni nostri forse avrebbe addirittura fatto parte dell’Opus Dei… o almeno ne sarebbe stato amico, come io lo sono! Egli è stato il primo Santo con vocazione esclusivamente laica. E poiché mi sono accorto che l’unica categoria professionale che non aveva un Santo patrono era quella dei governanti e dei politici (e solo Dio sa quanto i governanti e i politici abbiano bisogno di un patrono!) nel 1984 iniziai, incoraggiato e aiutato dal Prelato dell’Opus Dei, a raccogliere firme per far nominare Tommaso Moro. Ottenni firme da persone di destra, di centro e di sinistra, in Italia e all’estero: migliaia, fino a raggiunger lo scopo, durante il giubileo dei politici. Tommaso Moro fu una figura straordinaria e si capisce bene perché egli tanto piacesse al Beato Escrivá: doveva vedere in lui l’antesignano della vocazione laicale come egli la intendeva, perché Thomas More visse pienamente la sua laicità, da avvocato, da diplomatico, da politico, da marito e da padre, fino in fondo. E senza sapere di dover diventare martire. Si comprende come il pensiero di Escrivá e la vita di Tommaso Moro si conciliano tra di loro e come vi sia stata questa non arbitraria congiunzione tra la spiritualità del fondatore dell’Opus Dei e la spiritualità «vissuta» da Thomas More.