Caro professore, mi permetta di esordire con una piccola confessione personale. Per anni sono stato docente di letteratura all’università ma la mia carriera di insegnante è iniziata in un liceo di Gerusalemme dove ho lavorato per due anni. Quel breve periodo, tuttavia, rappresenta ancora oggi la mia esperienza didattica più significativa. Anche i miei pochi studenti dell’epoca (più giovani di me di appena qualche anno) si ricordano ancora bene di me, forse meglio delle centinaia che li hanno poi seguiti all’università. E nonostante siano trascorsi oltre quarant’anni da allora mi rendo conto, dalle loro testimonianze, di aver rappresentato una figura importante ai loro occhi e i nostri incontri casuali sono improntati a un’intimità affettuosa che raramente provo nei confronti di altri miei ex studenti. Alcuni dei miei ex allievi del liceo hanno persino cercato di mantenere i contatti con me per qualche anno così come ho fatto io con alcuni miei insegnanti di storia, di letteratura e di studi biblici che avevano fatto breccia nel mio cuore e influenzato grandemente la mia formazione spirituale e ideologica, per molto tempo dopo il conseguimento della maturità. Ed ecco, caro professore, forse non ci crederà, ma negli ultimi anni, a causa del numero sempre più esiguo di studenti nelle facoltà umanistiche, della massificazione e spersonalizzazione delle istituzioni accademiche e della situazione peculiare di Israele in cui gli studenti arrivano all’università dopo un lungo servizio militare, ormai adulti, disincantati e chiusi in se stessi, mi capitava talvolta di trastullarmi all’idea di tornare a insegnare in un liceo di alto livello per riassaporare quella sincera intimità spirituale che si instaura fra insegnante e allievi. E se mi avessero potuto garantire la quantità di tempo libero di cui dispongo in qualità di docente universitario, così da potermi dedicare alla scrittura, forse avrei realizzato questo mio desiderio. Immagino che lei, caro professore, dirà che solo una persona anziana, da anni al di fuori del sistema scolastico moderno e inconsapevole di quanto la scuola superiore sia cambiata sia nella disciplina che nei metodi di insegnamento, può parlare in termini tanto romantici e nostalgici. Gli insegnanti di oggi devono lottare per difendere la loro immagine e la loro posizione contro forze che propongono ogni tipo di alternative moderne in loro vece. Tuttavia in questa breve lettera a lei destinata, professore, al di là dei toni romantici o nostalgici che personalmente cerco di evitare, tenterò di dare voce alla mia sensazione che anche nel mondo tecnologicamente avanzato in cui viviamo, globalizzato da un lato ma multiculturale dall’altro, e nel quale di giorno in giorno aumentano le possibiltà di accedere a luoghi che le precedenti generazioni nemmeno sognavano di raggiungere, a lei, l’insegnante di stampo classico che trascorre molte ore in piedi davanti a una classe, è ancora riservato un posto speciale. Infatti, al di là dell’insegnamento di nozioni e conoscenze volte a preparare i ragazzi a sostenere esami nelle varie discipline, l’insegnante ha ancora a sua disposizione un territorio particolare dal quale diffondere un messaggio dall’importante contenuto morale.
Cercherò di essere più chiaro e preciso. Concordiamo tutti che il mondo moderno «esplode» di conoscenze di ogni tipo e in ogni campo, e l’accesso a questa ricchezza culturale è sempre più facile e a portata di mano. Interi archivi di ottimi programmi televisivi su argomenti diversi sono a disposizione di chiunque e grazie a Internet siamo in grado di arrivare con disinvoltura a fonti di informazione che forniscono risposte riguardo a ogni domanda che ci assila. Riviste specializzate di ogni tipo e di ogni livello possono essere tradotte in tempo reale nella lingua madre del lettore, abbattendo così la barriera degli idiomi stranieri che in passato aveva impedito a molti di accedere al patrimonio letterario e culturale di altri popoli e civiltà. Eppure l’uomo moderno non appare felice e galvanizzato come in passato dall’attuale disponibilità di tante fonti del sapere ed è lontano dallo sfruttarne persino una piccola parte. Proprio la «democratizzazione» della cultura sembra avergli fatto perdere il senso di peculiarità e di unicità che contraddistingueva i colti del passato infondendo in loro anche orgoglio e gioia. Oggigiorno, pur ignorando molte cose, si ha la consapevolezza, almeno in teoria, di poterle apprendere con facilità e anche se in sostanza ciò non avviene, tale consapevolezza libera l’individuo dall’obbligo concreto di acquisire una cultura e di trasformarla in parte integrante della propria identità. Inoltre la quantità di nozioni da cui veniamo bombardati e che richiedono la nostra attenzione sovvertono in noi il senso di gerarchia del sapere, l’ordine di importanza di ciò che vale veramente la pena conoscere e ciò che non lo vale. Da questo punto di vista i quiz televisivi o radiofonici rappresentano un sintomo caratteristico di tale fenomeno. Negli studi televisivi si crea una sorta di pot pourri culturale in cui l’esperto di Shakespeare affronta su un piano di parità quello di calcio europeo oppure l’esperto entomologo o ornitologo quello della seconda guerra mondiale. Tutti ricevono il medesimo punteggio e lo sfoggio di conoscenze si trasforma in una sorta di gara di forza, non nei contenuti o nel significato, ma per il modo in cui viene esercitata la memoria. Non dico che stabilire una gerarchia del sapere, così come è stato fatto in passato in ambito culturale e scolastico, sia sempre giustificato. Il diffondersi dello spirito democratico concede oggi agli insegnanti maggiore libertà nella scelta degli argomenti che, a loro parere, vale la pena di affrontare. Tuttavia è ancora valido un principio che da sempre accompagna le attività della scuola tradizionale, e cioè la necessità di sottolineare e rendere chiari i vantaggi, l’importanza e il valore di determinati argomenti culturali e storici rispetto ad altri. Da ciò scaturisce anche l’esigenza che gli studenti non si applichino nello studio solo a fini pratici e di profitto individuale ma «assimilino» le conoscenze rendendole parte della propria identità personale. Un bravo insegnante, che non sia solo preparato nella sua materia, respinge innanzi tutto l’approccio post- modernista che, con democratica equanimità, considera ogni testo discutibile e la verità e il valore di patrimoni culturali e di opere importanti subordinati unicamente al punto di vista del lettore. Un bravo insegnante rifiuta anche il clamore con cui spesso i mass media trattano, in base a esigenze politiche o commerciali, fenomeni transitori e rilevanti solo all’apparenza.
Poiché credo che gli insegnanti di oggi, al di là del loro compito didattico, possano ancora rappresentare per i ragazzi, come in passato, una guida spirituale supportata dal sistema scolastico formale, un’autorità indispensabile alla formazione di un giovane e al raggiungimento della sua maturità, esaminiamo insieme la formula migliore per far sì che questo avvenga. La mia proposta è la seguente: l’insegnante diverrà un punto di riferimento per i suoi alunni se saprà creare un legame tra il patrimonio storico, culturale e artistico del passato e la realtà attuale tramite il dibattito e l’approfondimento di dilemmi morali. Come si è detto il patrimonio culturale del passato viene oggi illustrato da eccellenti programmi televisivi in modo professionale ed esauriente. Anche documentari storici appassionanti, con la partecipazione di esperti e talvolta anche di testimoni e di persone coinvolte in grandi eventi, permettono agli studenti di farsi un’idea viva e composita su quanto è successo. L’insegnante non deve, e nemmeno può, competere con tutto questo. È vero, egli è un agente del sapere ed è tenuto a trasmetterlo agli studenti ma possiede anche qualcosa che solo lui può dare. Non bisogna infatti dimenticare che una classe rappresenta una realtà fisica, una sorta di territorio autonomo nel quale si instaura tra insegnante e allievi un rapporto che nessun programma televisivo può sostituire. In una tale realtà l’insegnante potrà trovare, con un po’ di sforzo intellettuale, punti di contatto tra Dante o Shakespeare e Pirandello o Calvino, tra la prima guerra mondiale e un articolo giornalistico sul conflitto arabo israeliano, tra le statue di Michelangelo e quelle di Giacometti o addirittura i recenti progetti urbanistici della città in cui vive. E tutto ciò non in nome di una dottrina accademica costituita ma come un’avventura spirituale da vivere con gli allievi così da conglobare passato, presente e forse anche futuro in un’unica esperienza integrativa. Il mio insegnante di storia al liceo, «colpevole» di aver fatto nascere in me una passione infinita per la storia e divenuto con gli anni un insigne docente universitario di storia greca e romana, iniziava le sue lezioni commentando, per esempio, le partite di calcio del fine settimana per riallacciarsi poi alla descrizione dei giochi olimpici della Grecia classica o alle lotte dei gladiatori romani. Un abbinamento simile era indimenticabile e trasformava il mondo in un’esperienza unica di luoghi e tempi comuni. Ma come effettuare questi collegamenti? Esclusivamente su un piano tecnico, associativo, o anche infondendovi un significato più profondo? A questo punto io suggerirei di ricorrere ai dilemmi morali, alle perplessità e ai dibattiti di tipo etico come strumento per creare analogie e nessi tra argomenti diversi. I dilemmi morali che l’insegnante liceale vecchia maniera non si ritraeva dall’affrontare durante le lezioni di filosofia, di storia, di letteratura e, in anni recenti, anche di psicologia, sociologia e scienze politiche, gli permettevano di porsi a un livello più alto. Il professore quindi non era più un mero agente del sapere ma anche colui che lo esaminava alla luce della coscienza, che pretendeva un cambiamento morale e dava la prova di poterlo mettere in atto. Un programma di questo tipo è di difficile attuazione nelle università ma si presta a essere realizzato nei licei dove ragazzi e ragazze formano classi omogenee e raggiungono un livello di vera intimità grazie ai lunghi anni trascorsi insieme. Tecniche di insegnamento, supporti didattici, retribuzioni e periodi di vacanze degli insegnanti, metodi di esame, contatti con la comunità, collaborazione con i genitori e altro ancora sono temi importanti, seri e costantemente dibattuti all’interno del sistema scolastico. Ma l’importanza dell’insegnante come figura educativa non dipende dal sistema scolastico bensì dalla capacità dello stesso di risvegliare le coscienze degli alunni riguardo a interrogativi morali. Infatti al di là delle regole e degli obblighi che l’insegnante è tenuto a rispettare egli possiede uno spazio di manovra autonomo e se riuscirà a infondere nei suoi alunni la sensazione che non solo è necessario cambiare il mondo per migliorarlo ma che la cosa è realmente possibile potrà trovare un posto nel Pantheon personale di ciascuno di loro così come i miei insegnanti di liceo occupano un posto particolare nel mio a distanza di anni.
E concedetemi di concludere con una testimonianza personale. Qualche anno fa ho pubblicato un libro dal titolo Il potere terribile di una piccola colpa basato su un corso da me tenuto per anni all’università nella quale ho insegnato. Nel libro prendevo in esame secondo criteri prettamente morali alcune opere letterarie del patrimonio classico: la storia biblica di Caino e Abele, il dramma Alcesti di Euripide e racconti di Camus, di Faulkner e dello scrittore americano moderno Raymond Carver. Nel saggio cercavo di dimostrare che ignorando per un istante e a puro fine di dibattito aspetti psicologici o sociologici, analisi filologiche e valutazioni di forme e tecniche letterarie di un testo e concentrandosi unicamente sulle questioni e sui dilemmi etici da esso sollevati, non solo si aprivano orizzonti nuovi che rivelavano aspetti dell’opera nemmeno notati in precedenza, ma da essenza estetica obiettiva il testo si trasformava in qualcosa di personale ed eccitante a cui il lettore poteva fare riferimento su un piano individuale. In un certo senso quelle lezioni di letteratura si erano trasformate in un laboratorio in cui venivano analizzati dilemmi etici che solo la fantasia letteraria poteva introdurre nella vita degli studenti. Torno dunque a ripetere; l’insegnante moderno ha innumerevoli obblighi e compiti a cui adempiere: riconoscere i mutamenti rapidi nel campo della conoscenza, essere in grado di gestire il materiale bibiografico che fluisce ininterrottamente attraverso canali diversi, mantenere il contatto con i genitori e con la comunità, essere aggiornato sui nuovi supporti didattici, tecnologicamente avanzati, raccapezzarsi nell’universo giovanile e talvolta fungere da psicologo o assistente sociale per i suoi alunni. E tutto ciò mentre la sua autorità tradizionale viene intaccata dallo spirito di crescente libertà che ci pervade. Ma se lui saprà, al di là della confusione, del senso di alienazione e dello sfrenato carrierismo della nostra società, di potere ancora rappresentare per i nostri ragazzi, negli anni più significativi della loro vita, il migliore mediatore tra passato, presente e forse anche futuro e infondere in loro la convinzione che anche nelle strutture complesse del mondo globalizzato le valutazioni personali e le decisioni morali hanno ancora valore, potrà, nei momenti di scoramento, trovare la forza per rinsaldare la propria fede nella professione che ha scelto.