Caro Insegnante, non so se lei è un uomo o una donna, né so esattamente che cosa dovrei dirle. Quando andavo al ginnasio a Torino, ormai mille anni fa, non amavo i miei insegnanti; li trovavo annoiati, noiosi e volgari. Ero una pessima alunna, la fine delle lezioni era una liberazione, il ritorno a scuola un incubo. Era per colpa mia o dei miei insegnanti? Ora, a così tanti anni di distanza, posso tentare di capirlo. A scuola non si parlava mai della vita, di quello che succedeva attorno a noi, dei problemi che ciascuno di noi portava nel cuore. Si insegnava a scrivere (come se si potesse insegnare a scrivere), a risolvere i problemi di matematica o algebra, a tradurre dal latino e dal greco, a conoscere, dai libri, il mondo. Mai si insegnava ad amare la poesia, a farti capire l’emozione che ti procura un verso o una frase, mai il divertimento di scoprire una sequenza matematica o la gioia di inventarsi un viaggio per un mondo sconosciuto. Su tutto aleggiava una noia infinita con l’aggravante di un dovere verso il mondo, la propria famiglia, se stessi. So che la scuola anche in Italia è molto cambiata, non al tempo dei miei figli, ma sì al tempo dei miei nipotini. Oggi si fanno ricerche, si disegnano fumetti, si visitano città diverse, musei e sedi di giornali. Ma mentre negli Stati Uniti, i bambini nei musei siedono in circolo per terra e disegnano quello che vedono, la maestra siede in terra con loro e tutti hanno l’aria di divertirsi, da noi invece le file di bambini che incontro sovente nei musei tendono a spintonarsi e a chiacchierare totalmente disinteressati ai quadri o alle altre opere d’arte che stanno intorno. Quelli in visita da altre città si trascinano stancamente sperando in una sosta dal gelataio. In entrambi i casi eroiche le insegnanti che li accompagnano. Quello che si insegna è necessariamente diverso da un Paese, all’altro, da un continente all’altro. La storia, la geografia, la letteratura sono diversi; diversi i valori che si considerano importanti, diversa la visione delle cose. Ultimamente due giovani argentini intelligenti mi hanno chiesto: una, alla quale mostravo Roma dall’Aventino, se il fiume lì sotto era il Tamigi, l’altro, se i buchi che si vedevano intorno agli archi del Colosseo erano colpi di arma da fuoco dell’ultima guerra. Perché stupirsi quando molti europei continuano a pensare che in Brasile si parli spagnolo? Ho avuto nella mia famiglia varie esperienze; scuola francese, scuola argentina, scuola americana, scuola inglese e naturalmente scuola italiana. Per essere apprezzati bisogna scrivere in Italia un tema lungo, in Francia un tema corto, in Argentina un tema patriottico, in Inghilterra un tema corretto, in America un tema to the point. I ragazzi si adeguano. Ci si adegua a tutto; importante è poi saper convivere con gli altri. Tralasciamo allora le materie che si insegnano e come si insegnano. Ma che cosa bisogna insegnare? «La disciplina, il senso del dovere» rispondono regolarmente i miei coetanei, «se non sei sciocco ti aiuterà sempre nella vita, se sei sciocco almeno avrai quella». Oggi la disciplina viene considerata una imposizione, una frustrazione della personalità, una intollerabile intrusione nell’ego di un ragazzo. Non bisogna dire a una ragazzo che deve essere vestito alle 8 per andare a scuola e svegliarlo perché sia pronto in tempo; bisogna convincerlo che è suo desiderio svegliarsi in tempo per andare a scuola. Non si deve dirgli che bisogna essere puntuali all’ora dei pasti altrimenti gli altri aspettano, ma invece fargli capire che la pastasciutta calda è più buona di quella fredda. Non devono esistere orari obbligati per andare a letto; bisogna andare a dormire quando si ha sonno. La parola disciplina è diventata un insulto. «La tolleranza», dicono i meno vecchi. Forse è giusto tollerare, rende la vita più facile. Ma non sarebbe qualche volta meglio non tollerare, ribellarsi agli orrori che gli schermi televisivi ci mostrano ogni giorno? Ribellarsi ed esprimere civilmente il proprio dissenso; non gridando la proprio intolleranza. «Il coraggio», dicono altri. E non hanno torto in un mondo dove i ragazzi non hanno più il coraggio di presentarsi se non vestiti come la moda del momento impone. Il coraggio di «essere se stessi». Ma sappiamo che il coraggio porta ad atti estremi verso se stessi e verso gli altri. Ricordo un padre vietnamita che schiaffeggiava un figlio al quale stavano medicando una grave ferita e che piangeva. «Deve imparare a essere coraggioso», ripeteva il padre. A volte poi il coraggio si unisce a una grande vigliaccheria. È l’esempio dei terroristi che uccidono centinaia di persone inermi e ignare con un gesto che richiede sicuramente un grande coraggio. O, più terra terra, la coppia di sposini che si avvicinano a una postazione bi bee-jee. «Ci provo» dice lui, «vedrai come sarò coraggioso». «No, ti prego» supplica lei, «ho paura». Lui insiste, si butta; l’elastico si rompe, si sfracella. La moglie rimane lassù impietrita e sola. È stato coraggio o vigliaccheria? «L’umiltà», dicono altri ancora. È vero che la presunzione è un vizio intollerabile di cui l’Italia è piena. Ma essere troppo umili dà a volte la sensazione di essere servili, altro vizio di cui l’Italia è piena. «La lealtà», pensano altri. Ma come si fa a insegnare la lealtà quando continuamente, in politica, vengono premiati quelli che hanno tradito la loro fede? «La generosità», dicono quelli che generosi non sono. Molti sono generosi nei confronti delle persone che amano o che sono d’accordo con loro e per nulla generosi nei confronti degli altri. Insegnare a essere generosi vuol dire insegnare a capire il punto di vista degli altri e ad accettare di avere, qualche volta, sbagliato. Non è facile.
«Manners» grida una mia amica inglese, «Manners, manners». È una parola difficile da tradurre: buona educazione, modi, comportamento, maniere. Ma più difficile ancora è incontrare una persona giovane bene educata. Trovarsi in un aeroporto con un gruppo di adolescenti è qualcosa che fa rabbrividire. Urlano, spingono, masticano, bevono da lattine multicolori che, vuote, gettano in terra, occupano tutti i posti a sedere, si lanciano pezzi di giornale come se l’aeroporto fosse loro e poi l’aeroplano e poi il successivo aeroporto noncuranti di chiunque sia loro intorno. Peggio la madre quarantenne che considera una conquista sociale il sistemare sul pullman sui due unici sedili disponibili le due figlie tra i dieci e i quindici, con auricolare inserito e piercing sul labbro, lasciando in piedi la vecchia signora appoggiata a una canna. I cosiddetti educatori sono generalmente altrettanto maleducati. Chiedere a un ragazzo di salutare o di alzarsi in piedi di fronte a una persona anziana è considerata un’imposizione. Così crescono non sapendo cosa sia la buona educazione. Pensare che è l’unico investimento sicuro, non costa niente e rende moltissimo! «La concisione», credono pochi saggi. Non è del Paese nostro. Ricordo lo stupore dei nostri neo-eletti parlamentari europei quando allo scadere dei tre minuti veniva loro spento il microfono. I tre minuti li avevano trascorsi spiegando come in tre minuti non è possibile esprimere il proprio pensiero. Altri, meglio abituati, avevano nello stesso tempo detto l’essenziale. «La gratitudine», dicono in molti. È vero oggi non si insegna più a dire grazie. Viene preso per scontato il ricevere un regalo o una gentilezza. Vecchi genitori che hanno dedicato una vita ai figli si ritrovano abbandonati senza il conforto di una visita, una telefonata, un incontro con i nipotini. Si pensa soltanto a se stessi; non è necessario essere grati per qualcosa che ci spetta comunque. «La pazienza», aggiunge un altro. Questa sì, sarà meglio impararla. Quanta pazienza ci vuole nella vita: in famiglia, al lavoro, con i collaboratori, con gli amici, con gli importuni. Non parliamo della pazienza a quegl’inutili vertici internazionali. Senza pazienza non si sopravvive. «A ridere», dico io. Saper ridere con gli altri, ridere di se stessi. Mi diceva un amico: «Ho visto quei due ieri sera, sono molto innamorati». «Come fai a saperlo?». «Li ho visti, erano seduti al ristorante e ridevano; ridevano tutto il tempo». È vero, ridere, non deridere, è un segno d’amore. «L’amore», mi suggeriscono. L’amore per le cose, per le persone, per le piante, per i fiori, per la musica, per lo studio è la cosa più importante di tutto. Hermann Hesse fa dire da Kamala a Siddharta: «L’amore si può mendicare, comprare, regalare, si può trovarlo per caso sulla strada, ma non si può estorcere». Non ci dice se si può insegnare. L’amore non è un dovere, è una grazia. Bisogna averne molto dentro di sé per poterlo dare agli altri; forse bisogna averlo ricevuto per poterlo dare. Ci sono ragazzi che ne sono stati privati, che non conoscono l’amore e dunque nulla fanno con amore. Si dice infatti di loro che sono «disamorati». A loro insegnare è più difficile. E allora? Guardo il mare che ieri era una lavagna d’acciaio, sconfinante senza interruzione nel cielo, e oggi è ritornato mare, vivo, increspato, palpitante. «Come la vita» mi dico, «mai uguale, mai monotona, sempre imprevedibile». Che bisogna affrontare avendo imparato qualcosa: la generosità, il coraggio, la lealtà, la disciplina, l’amore per gli altri e per se stessi. Avendo imparato alcune di queste virtù bisogna imparare a stare da soli; senza telefonino, senza computer, senza musica, senza televisione, senza messaggini, senza giornali e riviste, almeno per un’ora o qualche ora al giorno. Imparare a pensare, da soli. Caro Insegnate nel suo difficile compito le faccio tutti i miei auguri.