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L'identità europea, declino o rilancio?

LIBERAL BIMESTRALE
di Francesco Alberoni
Anno n. 12 - Giugno - Luglio 2002

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Molti ritengono che il mondo europeo non abbia radici, non creda in nulla, che tutto sia diventato solo merce e spettacolo. Non è vero. Anche noi abbiamo una nostra tradizione, un patrimonio di idee, di principi e di valori che abbiamo ricevuto dai nostri antenati e che trasmettiamo ai nostri discendenti. Ma con una differenza rispetto al passato. La tradizione antica veniva ereditata passivamente, conservata immutabile, non poteva essere né criticata, né discussa. Ne abbiamo un esempio nel mondo islamico che ha come concetto essenziale la sharia, la legge, un insieme di comportamenti precisi dettati direttamente da Dio nel Corano o negli Hadith e che continuano a valere anche quando le circostanze storiche sono drasticamente mutate. Periodicamente perciò noi vediamo apparire nel mondo islamico dei movimenti fondamentalisti o scritturalisti che vogliono restaurare la sharia nella sua interezza originaria (o presunta tale) che cercano quindi il fondamento del comportamento secondo valore nella ripetizione identica del più lontano passato. Non cerchiamo perciò nel nostro passato delle regole immutabili, delle prescrizioni morali indiscusse. Cerchiamo invece i principi generali, i metodi organizzativi, i processi mentali che hanno inciso sul nostro spirito e sulle nostre istituzioni. Non quindi delle regole, ma dei principi generativi che strutturano e alimentano il nostro pensiero, lo indirizzando per affrontare e risolvere sempre nuovi problemi. Quindi se volete l’opposto di una sharia, di una normativa fissa. Ma una energia creativa.

Movimenti e civiltà
1) I movimenti
Fatta questa premessa domandiamoci allora quali sono le radici culturali tipiche dell’Occidente. L’Occidente ha qualcosa di assolutamente specifico. Max Weber lo ha identificato nella razionalità. Io mi sono posto lo stesso problema e ho trovato un altro elemento: i movimenti. L’Occidente, perlomeno a partire dalla comparsa del cristianesimo si differenzia nettamente dalla civiltà indiana o cinese, perché ha affidato la creazione delle sue istituzioni a potenze dinamiche come i movimenti collettivi. È la tesi che ho svolto nel mio libro Genesi che infatti porta come sottotitolo Come si creano i miti, i valori, le istituzioni della civiltà occidentale. Ogni struttura sociale stabile subisce dei cambiamenti. Cambiamenti che sono più intensi e rapidi quando avviene uno sviluppo scientifico-tecnico-economico. Questo produce nuovi oggetti di consumo, nuove tecnologie, nuove opportunità di arricchimento, nuove forme di organizzazione del lavoro, una nuova ristrutturazione delle classi e degli interessi, nuove armi, nuovi poteri, nuovi rapporti di dominio. E poiché il cambiamento non è programmato ma avviene a opera di tanti attori diversi, all’insaputa l’uno dell’altro (per questo l’ho chiamato trasformazione idiosincrasica), rende disfunzionali i costumi, le regole, le istituzioni precedenti. Se prima la ricchezza era in mano ai proprietari agricoli ora passa ai commercianti, ma anche ai pirati, anche a organizzazioni guerriere che utilizzano nuove tecnologie belliche. A un certo punto si crea una discrepanza (Marx direbbe una contraddizione) fra la vita reale e quella prevista dai costumi e dalle istituzioni. La gente vive l’esperienza di disordine, di ingiustizia, di mancanza di senso. Oltre una certa soglia di questo che chiameremo, per semplicità, disordine o entropia, cosa avviene? Si mettono in moto dei processi a un tempo mentali e sociali diversi: i movimenti. Nei movimenti la gente precedentemente divisa, ostile attraverso un processo che ho chiamato «stato nascente» si riunisce in un campo di solidarietà compatto. Nello stato nascente del movimento avviene un vero e proprio processo di fusione, la gente, piena di entusiasmo, si sente invincibile e viene guidata da quelli che Max Weber chiama capi carismatici allo stato nascente.
Il movimento recupera sempre degli elementi del passato, ma si spinge verso il futuro, quindi produce un cambiamento. Dopo una fase fluida, esso definisce i suoi fini, i suoi obbiettivi, le sue strutture di potere, in sostanza diventa istituzione. Ebbene l’Occidente, a partire dalla comparsa del cristianesimo ci appare plasmato dai movimenti. Il cristianesimo stesso nasce come movimento (pensiamo allo stato nascente della Pentecoste) e la sua evoluzione teologica è essa stessa prodotta da movimenti culturali (Origene, Ario, Attanasio etc.). Nel secolo Undicesimo è il movimento di Cluny che promuove la riforma della Chiesa, con l’alleanza del movimento popolare dei Patarini. Risultato: Gregorio VII costruisce l’istituzione che governerà la Chiesa nei successivi mille anni. Movimenti sono poi quello francescano, domenicano, un grande movimento è la Riforma protestante, è da movimenti che nasce la rivoluzione inglese che dà il potere al Parlamento. È un movimento quello che crea gli Stati Uniti con la loro Dichiarazione di indipendenza e sono i movimenti a produrre la Rivoluzione francese. Sono i movimenti nazionalitari a creare gli Stati-nazione. È un movimento il marxismo, l’anarchismo. Ma sono movimenti culturali anche il Rinascimento italiano con la sua scoperta della classicità, la centralità dell’uomo. E ci sono movimenti scientifici. Galileo aveva i suoi seguaci e i suoi oppositori organizzati. È un movimento culturale il romanticismo, il positivismo, il surrealismo, il futurismo, la psicoanalisi. In sostanza la storia dell’Occidente è caratterizzata da una dinamica in cui le trasformazioni scientifico-tecniche-economiche producono un cambiamento che disgrega la solidarietà precedente e ne mina le istituzioni. La risposta è un movimento entusiasta, animato dalla speranza di un futuro radioso che ricostruisce la solidarietà e crea una nuova istituzione più adatta al nuovo tempo. Tutto questo non avviene in India e in Cina. In India il movimento viene rapidamente incistato nel sistema di caste. Oppure come il buddismo anziché indicare come meta la morte del mondo antico e la nascita di un nuovo mondo, anziché stimolare l’entusiasmo verso una meta luminosa, invita gli uomini a considerare tutto illusione e a cercare in se stessi, non nella trasformazione del mondo, la soppressione del dolore. In Cina prevale invece il costume e l’ordine tradizionale. Diversa è la situazione del Medio Oriente. Dopo il cristianesimo nasce l’Islam che è, come il primo, una civilizzazione culturale cioè, come il cristianesimo, un complesso istituzionale nato da un movimento, che ha la capacità di modificare le condizioni socioeconomiche da cui dipende la sua esistenza e di dare il proprio linguaggio ai movimenti che sorgono per sfidarle e si espandono assimilandole. Però l’Islam, dopo una fase di dinamismo creativo, si irrigidisce nella norma immutabile della sharia e nella fissità delle scuole coraniche. La filosofia islamica, che ha recuperato il pensiero greco neoplatonico o aristotelico è quasi tutta nata in ambiente sciita, non sunnita, ai margini dell’eresia. E i movimenti islamici hanno quasi sempre cercato di restaurare il passato con una interpretazione scritturalista, rigidissima del Corano e della sharia. Movimenti come gli Almorabitun (Undicesimo-Dodicesimo secolo), gli Almohahiddun (Dodicesimo-Tredicesimo secolo), i Wahabiti (Diciottesimo secolo) o quello del Mahdi in Sudan (Diciannovesimo secolo) sono in tutto e per tutto simili a quello integralista di Khomeini e a quello dei talebani (Ventesimo secolo).

2) Le civiltà
Seguendo il pensiero del filosofo tedesco Spengler, possiamo dire che una civiltà è caratterizzata da un modo di pensare, di sentire, da una propria arte, letteratura, matematica, filosofia, architettura, strettamente interconnesse. Sono l’espressione di una stessa modalità di essere nel mondo. Una civiltà, per Spengler, non è il prodotto di un movimento. Se pensiamo alla civiltà indiana, cinese, greca, egiziana, romana dobbiamo dire che ha ragione. Queste civiltà non sono sorte da movimenti. Anzi esse tendono semmai a escludere, a impedire il formarsi di movimenti. Hanno modi di pensare, di sentire, hanno concezioni del mondo e dello spazio che ne ostacolano la formazione o l’elaborazione. Per esempio, la civiltà greca non ha una concezione positiva del divenire. Semmai la storia procede degenerando: infatti prima c’è l’età dell’oro, poi quella del bronzo e infine quella del ferro. La perfezione, l’apogeo dell’uomo, è collocata all’inizio. Alla scaturigine. È data dagli dei, non è un prodotto dell’uomo. Secondo Spengler il greco ignora addirittura il tempo storico. Non ha passato e non attende un futuro. È perciò molto difficile che un movimento si strutturi nel tempo. Può farlo solo aspettando una nuova età dell’oro, un ritorno nel tempo ciclico. Tuttavia non riesce a immaginare qualcosa che sia superiore alle origini. Perciò, quando appare uno stato nascente, come quello dionisiaco, la sua elaborazione avviene entro questa cornice obbligata, e il risultato non sarà l’attesa di un nuovo mondo. Il greco al massimo crede all’edificazione razionale di una società migliore, come quella proposta da Platone nella Repubblica. Nella civiltà indù manca addirittura l’idea stessa di tempo storico. Non può quindi esserci storicizzazione. L’esperienza straordinaria viene proiettata in un passato assolutamente indeterminato. E il passato può essere avvenuto ieri o un milione di anni fa. Mentre la soluzione dell’esistenza, la salvezza, la beatitudine può essere ottenuta subito. Il nirvana, a cui aspirano, non è uno stato individuale o collettivo raggiungibile nel futuro. Esso o non è, o è oggi, immediatamente. Lo si raggiunge per illuminazione. E non può essere collettivo, non può essere una trasformazione profonda della società. È per definizione individuale, personale, senza effetti sociali. È indicibile. Non può quindi generare alcun progetto. Se in India sono sorti processi di stato nascente e movimenti - come pare di capire dall’esistenza di tanti culti di salvezza - ogni volta l’esperienza è stata elaborata come rivelazione, illuminazione che si esaurisce in se stessa. Che si completa e contempla in se stessa. Certo, anche i seguaci di Mahavira o di Budda si riuniscono, costituiscono una comunità, un cenobio. Poiché pensano nello stesso modo si identificano fra di loro. Si riconoscono e progettano un modo di vita adeguato al perseguimento del loro fine. Ma non sentono la missione di trasformare il mondo, di migliorarlo, di edificarlo. E anche se provano questa esperienza, la svalutano, la dimenticano per sottolineare il carattere personale dell’esperienza di illuminazione. Allora viene spontaneo chiedersi: in Grecia non c’è mai stata l’esperienza dello stato nascente? Non ci sono mai stati dei movimenti? Io ritengo che lo stato nascente sia una esperienza universale, una proprietà del sistema nervoso umano. Quindi sono esistiti anche in Grecia. La scoperta, l’eureka di Archimede è uno stato nascente. E anche in Grecia lo stato nascente collettivo ha prodotto delle comunità. Le scoperte di Pitagora hanno generato una comunità politica. Nel mondo greco sono esistiti anche movimenti come quello di Dionisio, come quelli che hanno generato i misteri. Ma la maggioranza delle formazioni politiche e religiose non sono nate da uno stato nascente. Non è nata in questo modo Roma. Roma è nata da un patto, da una decisione razionale. Chi aderiva e obbediva alle leggi romane, diventava romano. Il solco tracciato da Romolo è il simbolo dell’inviolabilità del patto.
L’influenza orientale
È nel mondo orientale che fa la sua comparsa la struttura lineare e migliorativa del tempo a partire da movimenti religiosi, in particolare quello ebraico e quello mazdaico. L’ebraismo nasce dalla rivelazione ad Abramo figlio di Tare, un Amorreo di Harran fuggito da Ur all’epoca dell’invasione elamita. Ma esso è rivitalizzato e ristrutturato da un secondo movimento, quello guidato da Mosé, che edifica il popolo ebraico e gli dà la legge, la Torà, che ne regolerà la struttura politica e i costumi. La seconda importante religione è quella creata da Zarathustra. Nella religione mazdaica lo stato originario di perfezione Ahura Mazda si perde con la generazione degli spiriti gemelli del bene e del male e la storia del mondo è la storia della loro lotta che però terminerà un giorno con la vittoria del bene e la restaurazione dell’unità divina. La terza religione è il cristianesimo che nasce come movimento eretico dell’ebraismo. La struttura temporale in tutte e tre è la stessa. La «storia» incomincia con uno stato originario di pace. Nella religione mazdaica lo stato che precede la scissione del bene e del male, nell’ebraismo e nel cristianesimo il Paradiso Terrestre. Segue una caduta, una degradazione che genera il mondo attuale. Nelle religioni iraniche la caduta è data dalla mescolanza della luce con le tenebre, nel giudaismo e cristianesimo dal peccato di Adamo. Ma nel futuro avverrà la redenzione: la battaglia finale, il giudizio universale, in cui il male sarà vinto, i corpi risorgeranno. L’avvento della nuova Gerusalemme. La Gerusalemme celeste. Questo schema - diffuso in tutte le religioni sorte nel Medio Oriente, nel primo millennio avanti Cristo - nasce dalla percezione dell’imperfezione morale del mondo e dall’attesa della sua redenzione escatologica. È stato questo schema a fornire la cornice concettuale di base, le categorie strutturanti che consentono l’elaborazione dello stato nascente presente occasionalmente anche nel mondo greco-romano, in un movimento capace di progetto a lunghissimo termine, quindi in una civilizzazione culturale come il cristianesimo.

La sintesi occidentale
Le comunità di credenti hanno incominciato a formarsi sotto l’influenza delle religioni orientali. Lo stesso culto di Dioniso ha questa origine. Una influenza orientale sta probabilmente dietro l’Eneide di Virgilio. La distruzione di Troia è una perdita, una caduta. La storia è costituita dalla faticosa ascesa dell’eroe, Enea, che prepara un futuro glorioso: l’impero universale di Roma. L’accadimento non è collocato in un tempo apocalittico, ma in un tempo che lo scrittore conosce già. Però la tensione è simile a quella delle religioni di salvezza. È per questo motivo che, nel Medioevo, Virgilio è stato considerato un anticipatore del cristianesimo. È dunque dall’incontro del cristianesimo e della tradizione greco romana che sorge una entità nuova, la società e la cultura europea che ha in sé a un tempo caratteristiche della civiltà e della civilizzazione culturale. Ed è qui la differenza fondamentale con l’Islam. Quando l’Islam si impadronisce del Medio Oriente e del Nord Africa non si sintetizza con la civiltà precedente, le sovrappone la propria civilizzazione culturale. La religione, in particolare la sharia, assorbe in sé ogni cosa, lo Stato, la legge, il costume, la stessa filosofia, salvo le correnti marginali esoteriche. Non così in Occidente. L’esperienza di un nuovo inizio, l’attesa di un rinnovamento, l’anticipazione di un futuro meraviglioso, a poco a poco si sposta sulla terra. La società pone al suo centro i movimenti e si alimenta da essi. La civiltà occidentale nasce dunque dall’incontro fra questa concezione religiosa del tempo con la soggettività, l’individualità sorta in Grecia con Socrate, e la progettualità razionale romana. L’Occidente sorge da questa triade. L’esperienza di un nuovo inizio, l’attesa di un rinnovamento, l’anticipazione di un futuro meraviglioso, a poco a poco si sposta sulla terra, plasma le istituzioni ecclesiali e politiche. Sant’Agostino invita i cristiani a prendere in eredità l’impero romano. Giustiniano ne sogna la rinascita governata da leggi imperiture. Gli ordini monastici si rinnovano periodicamente per realizzare un mondo più cristiano. I francescani e i domenicani hanno progetti di evangelizzazione e moralizzazione della società. Dante attende un nuovo Cesare che restauri l’ordine e la giustizia. Calvino vuol instaurare la Repubblica dei Santi. Questo insieme di movimenti e di istituzioni, che costituiscono un insieme storico coerente, edifica la civilizzazione culturale cristiana. Ed è all’interno di questa civilizzazione culturale che i movimenti in Europa assumono un carattere dinamico, creativo.

Principi generativi comuni
1) Provenienti dalla civiltà greco-romana
La razionalità. Max Weber ci ha mostrato che essa costituisce una caratteristica fondamentale dell’Occidente. La prima e fondamentale radice della razionalità viene dal pensiero greco che si interroga sulla struttura della natura, che elabora l’osservazione scientifica sistematica, a cui però aggiunge la costruzione concettuale astratta e la dimostrazione. La matematica indiana era intuitiva, quella greca richiede la dimostrazione. La geometria egiziana era estremamente progredita ma è solo quella greca che diventa puramente astratta e impone la dimostrazione. Anche nel campo sociale qualunque dichiarazione richiede un’argomentazione. La seconda radice è romana e si esprime soprattutto nella costruzione razionale dell’apparato statale, dell’organizzazione amministrativa, dell’organizzazione militare e soprattutto nell’edificazione di un sistema razionale di leggi codificate e in continua evoluzione interpretate da giuristi e da avvocati, con tribunali imparziali che giudicano in base a prove e testimonianze valide. Ma la razionalità romana si esprime anche nell’architettura, nel fognario, nel sistema stradale, nelle opere pubbliche come gli acquedotti, nella creazione di un calendario accurato, nel rigoroso calcolo del tempo. Questa razionalità greco-romana viene rapidamente applicata anche nel campo religioso per cui nasce in Europa una teologia razionale. È da essa che secondo Weber scaturisce la musica tonale, la notazione musicale, l’impetuoso sviluppo della scienza sperimentale nel Cinquecento e, infine, lo sviluppo del capitalismo. Noi tendiamo ad attribuire anche alle altre civiltà questo stesso tipo di razionalità semplicemente perché hanno adottato la nostra tecnologia o i nostri metodi scientifici nelle loro università. Ma facciamo un errore a immaginare che essa plasmi la loro mente così come invece plasma la nostra. In India manca completamente il concetto di tempo storico e quindi è impossibile qualsiasi progettazione del futuro. Nell’Islam la legge (sharia) è di origine divina, immutabile e quindi manca qualsiasi possibilità di costruire una società a un tempo nuova e migliore.
Lo Stato e la legge come prodotti della libera volontà popolare. C’era nelle città-Stato greche, nelle città-Stato italiche, è rimasto vivo durante tutto l’impero romano nonostante i tentativi di molti imperatori (Caligola, Nerone, Eligabalo, Commodo etc.) di far accettare il principio orientale della regalità divina. Esso, dopo l’eclissi dell’ultimo impero e dei regni barbarici, ricompare nei comuni medioevali prima in Italia e, dopo un’eclissi nel periodo dell’assolutismo monarchico, ricompare sotto forma di democrazia liberale un po’ dovunque nel Diciannovesimo secolo. E con lo Stato, la legge. Mentre la legge ebraica e quella islamica sono di origine divina e immutabili, i romani decidevano le loro leggi ogni anno nei comizi, e in certi casi le formulava il Senato con un senatus consultus. Era perciò chiaro a tutti che le leggi erano il prodotto di una scelta popolare e volontarie e che così come erano state istituite potevano venir abrogate. Questo principio ricompare nei comuni e poi nelle monarchie, soprattutto con l’assolutismo che si propone di riplasmare, riformare la società, l’amministrazione. Fino alle democrazie contemporanee che lo hanno come principio costitutivo.

La separazione dello Stato dalle religioni e il principio di tolleranza. L’impero romano ha sempre nettamente distinto le leggi dello Stato dalle innumerevoli credenze religiose dei popoli che ne facevano parte e verso cui esisteva la massima tolleranza. E se vogliamo tornare più indietro nelle radici della tolleranza in Europa possiamo tornare all’impero universale di Alessandro Magno che perseguì intenzionalmente la coesistenza al suo seno di diverse culture, diversi costumi, diverse religioni. Un principio che andò perso sotto i Sassanidi e che portò alle persecuzioni di Mazdack e di Mani. Un principio che non esisteva in Israele, esclusivo nel suo monoteismo e nell’imposizione della Torà esattamente come farà l’Islam. Nel cristianesimo, a differenza dell’ebraismo e dell’Islam, il messaggio di Gesù Cristo indica un’analoga separazione quando afferma «date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio», oppure «il mio regno non è di questo mondo». È avvenuta perciò una provvidenziale coincidenza e sovrapposizione del messaggio di Gesù Cristo con quella che era la grande tradizione imperiale universale di Alessandro e di Cesare.

Rispettare la parola data. Dall’impero universale romano ci viene l’universalismo della legge: pacta sunt servanda con chiunque, non solo con i fedeli. In alcune culture sei tenuto a rispettare la parola data solo con i fratelli, con i membri del tuo partito, non con gli infedeli o con i servi del capitalismo. Nella tradizione occidentale sei tenuto a rispettare la parola data con il nemico.

La scienza. Il mondo greco ci aveva dato la «dimostrazione» e l’esigenza dell’argomentazione. Galileo applica il principio della dimostrazione al campo delle scienze empiriche con misure precise. Lo studioso fa una teoria, ne deduce delle ipotesi, prevede dei fatti e poi verifica sperimentalmente se i fatti attesi si verificano. Se la teoria prevede che l’accelerazione non dipende dal peso, ma solo dalla forza di gravità, un oggetto pesantissimo e uno leggerissimo che cadono dalla torre di Pisa arriveranno al suolo nello stesso istante. Così Galileo confuta la teoria aristotelica e dimostra la sua teoria del moto di gravi. A questo punto è nata la scienza sperimentale moderna.

La posizione della donna. Già in epoca etrusca in Italia le donne avevano una grande autonomia, aumentata ancora di più in epoca romana: pensiamo a figure femminili come Cornelia, Livia, Antonia etc. E poi all’importanza delle donne nell’ebraismo e nel primo cristianesimo: Maria, Marta, Maddalena, Elena, alle grandi sante cristiane o alle grandi regine (Eleonora d’Acquitania, Elisabetta I, Catterina II, Maria Teresa, Vittoria).

2) Provenienti dal cristianesimo
Per molto tempo il cristianesimo ha avuto la sua massima estensione in Asia e in Africa. Però, con l’espansione dell’Islam, esso è stato rapidamente respinto entro i confini dell’impero bizantino e - con la penetrazione ottomana in Spagna nella penisola balcanica e la formazione dei khanati musulmani in Asia centrale - si è ridotto all’Europa geografica dall’Atlantico a Mosca. Un cristianesimo diviso fra Oriente e Occidente, e poi fra cattolici e protestanti, ma pur sempre unificato da credenze e principi comuni. Che cosa ha immesso il cristianesimo nella civiltà europea?

Una morale che considera illegittima la violenza e le contrappone un ideale di amore. Arriva ad affermare «ama il tuo nemico». L’Islam legittima la lotta contro l’infedele, il marxismo la lotta di classe. I cristiani hanno fatto guerre, ma hanno sempre fatto fatica a giustificarle.

Una morale che indica un ideale irraggiungibile. Le religioni che danno una legge consentono all’uomo di poter dire «ho compiuto il mio dovere, sono giusto, sono perfetto». Nel cristianesimo questo è impossibile, qualunque cosa tu faccia sei sempre imperfetto. Vi è perciò una spinta alla continua ricerca morale, al continuo cambiamento. Le morali razionali kantiana o utilitarista sono anch’esse figlie di questo principio.

L’universalismo. Presente nell’impero di Alessandro e di Cesare si afferma ancora più vigorosamente nel cristianesimo. Esso si rivolge immediatamente a tutti gli uomini, non a un solo popolo come di solito le religioni antiche. I principi della morale cristiana, in particolare il comandamento dell’amore per il prossimo, quello che afferma addirittura «ama il tuo nemico», abbraccia persino gli avversari. Non viene praticato, però costituisce un pungolo nascosto e un ideale ricorrente.

L’importanza dell’individuo. Presente nel mondo greco e romano viene accentuato nel cristianesimo dove l’individuo, dotato di anima immortale viene giudicato per se stesso, e non solo per le sue azioni ma anche per i suoi pensieri. Quindi una morale dello sviluppo individuale, della perfezione individuale. Questo primato dell’individuo ci appare plasticamente nella Divina Commedia di Dante costituita da una lunga serie di stupendi ritratti di individui.

Il libero arbitrio. Assente nel mondo greco e in quello musulmano sunnita (non mutazilita) dove qualsiasi atto è compiuto da Dio. Presente in quello romano come responsabilità individuale, nel cristianesimo produce una morale della responsabilità personale. Fino a Jonas con il principio di responsabilità.

L’importanza dell’interiorità. Le religioni fondate sulla legge danno importanza solo al comportamento e molto meno all’intenzione. Il cristianesimo invece dà un’importanza grandissima all’intenzione. Lo stesso vale per la preghiera, che si può fare mentalmente in qualsiasi posto, in qualsiasi modo al posto di quella rituale o pubblica. Il risultato è stato una grande enfasi sul mondo interiore, l’espressione dei sentimenti nella pittura, nella letteratura, la lirica, la drammaturgia.

La spinta a perfezionare la società. Dalle religioni orientali, dall’ebraismo e dal cristianesimo ci viene l’attesa di un mondo perfetto: il messia, il regno di Dio. Un’idea che si sposa con l’esperienza personale nei processi di stato nascente, nei movimenti collettivi. Gesù Cristo dice che il Regno di Dio incomincia già nei cuori. Però, non essendovi una «legge», la ricerca apre il campo a tutte le possibili sperimentazioni. Questa tendenza porta alle utopie millenaristiche e, secolarizzata, al riformismo o addirittura alla rivoluzione. I miei studi sullo stato nascente e i movimenti mostrano che tutte le tensioni sociali in Europa tendono a tradursi in un sogno di rinnovamento sociale dove ci sarà solo amore e pace. E questo dall’annuncio della metanoia di San Paolo, alle profezie di Gioacchino da Fiore, alla rivoluzione inglese, alla dichiarazione dei diritti dell’uomo nella francese fino alla rivoluzione sovietica, al Principio Speranza di Bloch. La sua elaborazione razionale conduce alla democrazia, al riformismo e al Welfare State.

Adeguare le norme al mutare delle circostanze. Anche questo principio è reso possibile dal fatto che il Vangelo non ha prescrizioni come la Torà israeliana e la sharia islamica. Esso presenta solo degli ideali elevatissimi ma interpretabili nelle loro applicazioni pratiche. Se da un lato Gesù Cristo dice al giovane ricco «vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri», poi elogia Maria Maddalena perché ha comperato un costoso unguento per lui. C’è un continuo dibattito sulla morale. Nel Medioevo pensiamo a San Tommaso. E nel Cinquecento abbiamo la nascita di una morale laica (L.B. Alberti e Montaigne). E quando, con la Riforma, si è frantumata l’unità cristiana, anche la capacità di rilettura dei testi sacri e dei criteri etici si moltiplica. Così, pur conservando un nucleo essenziale di principi e di valori, si sviluppa una morale razionale da Bentham, Kant, fino a Rawls.

3) La trasmissione culturale
Al termine di questa breve rassegna possiamo subito osservare che questa tradizione è stata più volte interrotta, violata, tradita. Abbiamo parlato per esempio della separazione dello Stato dalla Chiesa e della tolleranza. Ebbene, subito dopo Costantino e il trionfo del cristianesimo questo principio si perde. Per un lungo periodo il nostro continente cristiano era come la umma islamica, non vi sono ammesse altre religioni. Al massimo venivano tollerate delle piccole minoranze rinchiuse dei ghetti. Aggiungiamoci che l’intolleranza ha assunto aspetti feroci con l’Inquisizione, con il fanatismo settario e con le guerra di religione. In che senso possiamo dire che esso però continua a far parte della nostra tradizione? Perché, nonostante l’eclissi esso è riaffiorato. In un primo tempo sotto forma di dualismo fra il potere del papato e quello dell’impero. Tutti i tentativi di teocrazia sono falliti. Anche se l’intera Europa era cristiana non ci fu mai un califfato. Non solo, le autonomie dei singoli Stati furono sempre molto grandi. Venezia, per esempio, non ha accettato l’Inquisizione e ha sempre avuto un atteggiamento positivo verso la scienza in aperto contrasto con le tendenze di Roma. In questa città il principio della laicità dello Stato ha anticipato di due secoli quanto poi si è affermato in Inghilterra e in Francia. Più gravi minacce a questi principi ispiratori si sono affacciate in epoca moderna con la comparsa dei totalitarismi sovietico e nazista. Nel totalitarismo la religione è rimpiazzata dall’ideologia e c’è coincidenza assoluta fra potere ideologico e potere statale. Con i totalitarismi il mondo laico ha realizzato quanto non è mai riuscito a realizzare in Europa il mondo religioso, un controllo totale della struttura politica, dell’organizzazione sociale e delle coscienze. È come se, indebolito il primato della religione, venissero anche cancellati i limiti, i confini, le regole che ne temperavano il dominio politico e si scatenassero forze che fino ad allora non avevano mai avuto campo libero nel nostro continente.
I principi ispiratori di questa rivoluzione sono, in germe, presenti già in Rousseau quando attribuisce alla volontà generale il carattere dell’infallibilità e il compito di plasmare tutti gli aspetti della vita esteriore come interiore. Ma la prima realizzazione concreta - il regno delle virtù di Robespierre - fallisce. Chi riprende il modello di Rousseau è Lenin che in Che fare? fa del Partito un’entità infallibile. E Stalin applica questo principio per creare l’uomo nuovo socialista in attesa di creare l’uomo nuovo comunista. Tutti i diritti individuali, tutte le regole morali sono cancellate di fronte al dovere primario della rivoluzione internazionale proletaria. Il nazismo è figlio del comunismo leninista e stalinista. Si limita a sostituire il proletariato con la razza ariana e la borghesia con la razza ebraica e altre razze inferiori. Ogni altra norma viene annullata, l’unico imperativo è il trionfo della razza e la creazione dell’ariano puro, fisico e spirituale. Sconfitto il nazismo in guerra, il suo veleno è stato neutralizzato da un’intensissima opera di propaganda e da un’ininterrotta vigilanza. Non è avvenuto lo stesso con il crollo del sistema sovietico: i veleni del totalitarismo hanno lasciato in molte coscienze un’impronta indelebile. Lo troviamo come esaltazione del primato della politica rispetto alla morale, indicazione dell’avversario politico come nemico da distruggere con ogni mezzo, uso del potere per imporre una linea ideologica, culturale, per influenzare le coscienze. Una eredità che grava pesantemente sull’Europa e che è molto difficile combattere perché la mentalità totalitaria è autoreferenziale, non accetta critiche, sa solo accusare e condannare.
La riscoperta dei valori ispiratori di fondo della tradizione europea è perciò un’opera di disintossicazione, paragonabile al restauro di un prezioso affresco che è stato deturpato dall’umidità e da muffe devastanti. Operazione importante soprattutto in certi Paesi, in certe aree culturali dove il danno è stato più grave. Opera importante in un periodo come questo in cui l’Europa si avvia a diventare multietnica e ad accogliere in sé tradizioni culturali e religiose diverse. È con questo spirito che negli ultimi anni io mi sono dedicato allo studio non dei principi morali astratti, ma dell’esperienza morale concreta, delle virtù radicate nelle coscienze della gente comune. E ora considero quest’opera di ricostruzione storica, non semplicemente una teorizzazione astratta, ma la prosecuzione concreta del lavoro di restauro iniziato.
 

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