LIBERAL BIMESTRALE di Ferdinando Adornato Anno n. 12 - Giugno - Luglio 2002
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In uno dei suoi saggi, sempre eleganti e acuti, Paul Valéry racconta di un suo incontro in Cina con un letterato del luogo, avvenuto nel settembre del 1895, regalandoci la trascrizione di una conversazione di raro fascino. «Il Giappone» disse il cinese, «ci fa la guerra. Le sue grandi navi bianche fumano nei nostri brutti sogni. Turberanno i nostri golfi. Accenderanno fuochi nella notte placida». «Sono molto forti» sospirai, «ci imitano». «Siete dei bambini voi» rispose il cinese, «conosco la tua Europa. Voi non avete né la pazienza di cui sono intessute le lunghe vite, né il senso dell’irregolarità, né la conoscenza del governo. Vi esaurite ricominciando perennemente da capo l’opera del primo giorno. In questo modo i vostri padri sono morti due volte, e voi avete paura della morte. Da voi il potere non può nulla. La vostra politica è fatta di pentimenti, porta a rivoluzioni generali e poi ai rimpianti delle rivoluzioni che sono rivoluzioni a loro volta. Caro Barbaro, amico imperfetto, io sono un letterato del paese di Thsin, vicino al mare Blu. La profondità di questo golfo immenso di individui conserva sin dai tempi primitivi la forma di una famiglia ininterrotta. Ogni uomo di qui si sente figlio e padre, dal mille al diecimila, e si vede compreso nel popolo attorno a lui, e nel popolo morto sotto di lui, e nel popolo a venire, come il mattone nel muro di mattoni. Qui tutto è storico: un certo fiore, la dolcezza di un’ora che passa, il tenero incarnato dei laghi dischiusi dal raggio, un’eclissi commovente. Intorno a queste cose gli spiriti dei padri si incontrano con i nostri. Il ricordo ci unisce agli avi e ci rende eterni». Poi il cinese concluse: «Pensa alla trama della nostra razza e dimmi: voi, che tagliate le vostre radici e disseccate i vostri fiori, perché esistete ancora? E durerà a lungo?».
Tornasse in vita oggi, quel letterato troverebbe la sua Cina un po’ diversa da allora. Forse un po’ più vicina ai suoi «amici imperfetti» d’Europa. Ma non c’è dubbio che la domanda che egli rivolse a Paul Valéry rimane per noi viva, pungente, più che mai attuale: possiamo continuare a tagliare le radici dei nostri valori? Possiamo insistere a disseccare i nostri fiori? E soprattutto: possiamo trascurare che lo stesso problema ci viene ormai segnalato anche dai più diversi e aggiornati indicatori statistici sotto la voce di una generalizzata decadenza culturale e di un possibile black-out nella trasmissione dei valori fondativi della comunità? Questo tema-chiave è reso ancor più acuto e stringente dall’incedere della globalizzazione. Bisogna fare attenzione, su questo argomento, a non commettere un imperdonabile errore di analisi. Il vero rischio connesso alla mondializzazione dell’economia e della comunicazione non è quello, denunciato dai no global, della possibile ulteriore crescita del divario tra aree ricche e aree povere del pianeta. Al contrario, come dimostrano gli ultimi decenni dello sviluppo mondiale, l’interdipendenza planetaria nella circolazione delle notizie, delle merci e del denaro, non può che favorire l’espansione generale del benessere. Occorre certamente promuovere nuovi vincoli politici, ispirati alla solidarietà e all’equilibrio ecologico, ma per ciò che attiene all’economia il sentiero globale è un sentiero positivo. Viceversa, il pericolo, oggi meno denunciato forse perché più sottile e impalbabile, riguarda la cifra culturale della civilizzazione, l’identità stessa della civiltà.
La trama della vita pubblica si determina essenzialmente nel rapporto con il tempo. Cioè nel circuito che l’intelligenza collettiva riesce a disegnare tra il passato, il presente e il futuro. O, in altri termini, tra conservazione, pragmatismo e progetto. Una comunità ideale è quella che riesce a stabilire un giusto equilibrio tra questi tre tempi storici. Ciò che il cinese di Valéry chiamava una «famiglia ininterrotta». Una società non è in salute, infatti, se azzera il rapporto con il proprio passato, né se si mostra incapace di progettare il futuro. Ogni qual volta gli avvenimenti umani hanno creato la rottura di tale equilibrio, (la rottura più evidente, ovviamente, è una rivoluzione), le società hanno sempre pagato prezzi altissimi. Ebbene l’universo comunicativo nel quale viviamo, e nel quale sempre più globalmente vivremo, seppure si nutra come fosse pane della retorica del futuro, mostra l’evidente tendenza ad appiattire il nostro sistema di relazioni temporali imponendo una sorta di dittatura del presente. Le società tradizionali vivevano con la mente rivolta alle loro origini. Le società nate con la rivoluzione industriale erano proiettate verso il futuro. Le società figlie della informazione globale rischiano di autorecintarsi nella gabbia di un eterno presente, nella filosofia del «giorno per giorno». È paradossale: ma proprio la civiltà degli archivi elettronici, il mondo delle grandi banche dati, il sistema che organizza un’enorme capacità di immagazzinare notizie si rivela quello più incline a recidere le relazioni temporali tra gli eventi. La Memoria giganteggia negli archivi, essa è sempre lì alla nostra portata. Forse troppo confortati da questa vicinanza ci abituiamo lentamente a non farne più uso nella vita quotidiana. Basta seguire le dinamiche dei media: ciò di cui si smette di parlare per qualche giorno è come se non esistesse più. Vero è solo ciò che succede nel giorno presente. Annotava Guy Debord: «Così si organizza magistralmente l’ignoranza di ciò che succede e, subito dopo, l’oblio di ciò che siamo riusciti ugualmente a sapere». Non più l’Esperienza, né la Conoscenza, ma la Novità: è questa la venerata Musa che ormai domina la top-ten della nostra cultura diffusa. Il fatto nuovo tende ad assumere tutta l’importanza che la civiltà ha fino a questo momento assegnato al fatto storico. Si può dire che gli uomini si stiano abituando a considerare ogni conoscenza come transitoria, ogni stadio delle loro attività e delle loro relazioni come provvisorio. Ciò che è stato creduto da tutti, per tanto tempo e dovunque, oggi non sembra aver più gran peso. Alla certezza che derivava dal concordare delle testimonianze di un gran numero di persone, si oppone oggi l’oggettività delle catalogazioni controllate e interpretate da un piccolo numero di specialisti. Voi capite come questa direzione di marcia sia in grado di mutare l’identità stessa della nostra civiltà preparando uomini che non dipenderanno più, per nessuna abitudine mentale dal passato e, quindi, trasfigurando le categorie stesse di apprendimento, di formazione, di educazione.
La contrazione dei nostri rapporti con il passato non è tuttavia, come pure si potrebbe ritenere, propedeutica alla crescita di un’opposta propensione verso il futuro, all’aumento cioè delle nostre capacità progettuali. Ogni progetto, infatti, funziona se sa di potersi trovare di fronte a una relativa varietà e a un numero limitato di eventi imprevisti. Ciò che fino al Novecento è stato relativamente agevole: tutti gli eventi della vita fra i quali l’intelligenza progettuale poteva esitare, appartenevano a specie note. L’uomo godeva, insomma, di un imprevisto limitato, il che conferiva un grande valore alla Storia. Essa insegnava che, grosso modo, l’andamento della vita era progettabile sulla base di ciò che era già avvenuto. Certo, i nostri padri non negavano l’importanza del Caso: ma appunto come eccezione. Con il maturare del Novecento, a causa della massiccia avanzata dell’apparato scientifico-tecnologico, l’Imprevisto ha cominciato a dilatare il suo potere sulla vita degli uomini. E oggi, nel momento in cui la principale forza produttiva è diventata la comunicazione e motore di ogni apparato è l’intelligenza, le nostre capacità di previsione tendono ad assottigliarsi: perché l’intelligenza non è prevedibile, neanche da se stessa. È paradossale ma più imprimiamo al mondo le caratteristiche della nostra intelligenza meno esso diventa progettabile. L’eccezione è diventata regola. Il disordine, la poliedricità, la voracità, la non-controllabilità dell’intelligenza diventano il disordine, la poliedricità, la voracità, la non-controllabilità del mondo. Nonostante Trend e Megatrend, anzi proprio testimoniata dal loro avvento, è così cominciata l’era della Grande Precarietà. Siamo sempre più ansiosi di sapere dove andiamo e non ci stanchiamo di interrogarci sui domani possibili, ma in realtà siamo sempre meno capaci di saperlo, come nelle epoche più pressate dai bisogni immediati. La vita diventa puro divoramento di sé medesima, dominata dal Caso e orfana di un Destino che ormai solo le religioni possono frequentare. Sono in molti, ormai, a essersi rassegnati a tale cronico deficit di previsioni, accontentandosi della tranquilla consultazione degli oroscopi, occidentali o orientali che siano, sostituendo così con i segni celesti ciò che i segni terreni non sanno più indicare. Anche in questo caso risultano del tutto intuitive le inevitabili conseguenze sul sistema dell’apprendimento e della formazione: tendere alla perfezione, pretendere condizioni durevoli e costanti di attenzione, educare alla progettazione e ai risultati di lungo periodo, sono valori resi desueti dalla logica del nostro tempo.
Ma l’era dell’interdipendenza globale determina un’ulteriore significativa mutazione nelle forme tradizionali della convivenza: il declino delle funzioni di unificazione etico-politica degli Stati. In conseguenza della continua crescita della complessità sociale, della rivoluzione tecnologica e della globalizzazione dei mercati, gli Stati vanno perdendo la prerogativa di rappresentare, come è avvenuto per secoli, l’esclusivo ma fondamentale ruolo di «trasmettitori» dell’etica pubblica. Fanno parte di questo contesto la tendenziale decadenza dei sistemi educativi e scolastici, la sempre più diffusa convivenza multirazziale, il venir meno delle capacità di aggregazione pedagogica dei partiti, la moltiplicazione delle opzioni culturali e degli stili di vita. L’insieme di questi mutamenti va rendendo sempre più evidente un vero e proprio deficit comunitario. È sempre meno chiaro ai cittadini quali istituti siano legittimati a custodire e tramandare l’identità etico-politica della pubblica convivenza. Abituati a ricevere input dal «centro», essi osservano disorientati il frantumarsi di ogni «centralità». Non è un caso che siano proprio i Paesi di tradizione federale a vivere con minori ansie tali manifestazioni di disgregazione del tessuto comunitario.
Non ho richiamato (in un modo sommario del quale mi scuso) questi fenomeni di decivilizzazione per indulgere al pessimismo. Piuttosto per denunciare che, se pure si tratta di uno scenario conosciuto, le classi dirigenti europee ancora esitano a considerarlo centrale per l’agenda pubblica. E quando se ne discute, sopratutto in Italia, emerge una irritante arretratezza culturale. A questo proposito sarebbe davvero il caso che gli intellettuali italiani superassero la linea d’ombra, quella che per Conrad era la linea della maturità, finalmente abbandonando la falsa contrapposizione tra apocalittici e integrati, tra indignati e acquiescenti, nella quale siamo infantilmente coinvolti da oltre trent’anni e che porta la principale responsabilità di quel vuoto di riformismo che tuttora debilita ogni progetto di modernizzazione del Paese. La modernità, in sé, non è né buona né cattiva: il problema è piuttosto se di essa si fa un uso buono o uno cattivo. Continuando, invece, a recitare la ribollita sfida tra i nipotini dell’illuminismo negativo alla Marcuse e quelli dell’illuminismo positivo delle «magnifiche sorti e progressive» non si otterrà altro che assistere impotenti al corso degli eventi, non riuscendo in alcun modo a governarli. La principale conclusione da trarre da queste analisi è la seguente: se è vero che l’attuale passaggio di civiltà aggredisce il nostro modello di trasmissione di valori sia in modo orizzontale (il tramonto di significato del passato e del futuro) che in modo verticale (il declino dei centri di autorità) ne consegue che il cuore, il centro nevralgico, la linea Maginot dei mutamenti in corso sono proprio i sistemi di Educazione e di Istruzione. Appare allora indispensabile, se si desidera una buona modernità, lavorare al progetto di una Nuova Educazione capace di difendere l’identità storica della nostra civiltà, il filo della sua memoria e gli orizzonti delle sue capacità progettuali, senza per questo contraddire gli aspetti positivi del passaggio d’epoca. Emanuele Severino non lo ritiene possibile. Come si sa egli pensa che non ci sia alcuna possibilità di opporsi all’irreversibile dominio dell’apparato scientifico-tecnologico. Ma anche Severino concorderà che gli uomini associati hanno il dovere di provarci, di provare a governare la globalizzazione in modo tale da godere dei benefici delle innovazioni tecnico-informative e neutralizzare le loro derive decivilizzanti. Ciò sarà comunque possibile solo se l’educazione, l’istruzione e la ricerca diventeranno nel Ventunesimo secolo il primo investimento di ogni Paese e di ogni popolo. Da questo punto di vista se buone notizie arrivano dall’esecutivo in ordine agli investimenti previsti per la scuola, sulla ricerca, sull’università e sulla politica culturale in genere si avverte invece una situazione di stallo. Occorre, fin dalla prossima finanziaria, una decisa inversione di rotta. Gli investimenti devono essere economici. Ma, attenzione, devono anche essere mentali: delle classi dirigenti, delle imprese, degli intellettuali, delle famiglie. Bisogna che l’intero Paese sia consapevole che quella della formazione è la madre di tutte le modernizzazioni, la leva sulla quale agire per invertire un altrimenti inevitabile destino di roll-back dell’intera nostra civilizzazione: perché l’anatomia della scuola sempre di più segnerà l’anatomia dell’intera società, la misura della sua qualità, il grado della sua libertà, l’orizzonte della sua longevità.
Una prima direzione di marcia è già chiara: il decentramento federale sta diventando una necessità vitale. Se il potere centrale non può più essere «unificatore», e non si vuole rischiare l’anarchia, il tratto di distanza tra istituzioni e cittadino deve farsi più breve. Non già per raggiungere un impossibile autogoverno, ma per creare un network istituzionale adeguato alla nuova complessità della rete sociale. Il potere da verticale deve farsi orizzontale. Lo Stato deve diventare molto più leggero. Il governo centrale deve tenere per sé solo gli uffici indispensabili e, abbandonato ogni statalismo, esercitare con maggiore autorevolezza un potere generale di indirizzo atto a cementare la tenuta dell’identità nazionale. Ma non si sfugge alla sensazione che la soluzione del problema non possa essere soltanto qui. Di fronte al declino delle funzioni di unificazione etico-politica degli Stati e all’impallidire delle sedi tradizionali di trasmissione dei valori, appare sempre più necessario un radicale mutamento della nostra filosofia pubblica: e cioè il progressivo trasferimento di quote e di qualità del potere dalla sfera del Politico a quella del Civile. Porzioni ieri inimmaginabili di responsabilità di governo debbono essere assunte direttamente, dagli attori della società. Delle due l’una: o non è vero che la complessità sociale delle nuove reti globali sfugge al controllo degli Stati oppure è gioco forza che l’etica della responsabilità, precedentemente detenuta (anche se male) dalla politica, diventi patrimonio operante direttamente nella società. Medici, scienziati, insegnanti, operatori televisivi, industriali, e via elencando: sono sempre più le scelte dei singoli individui, le deontologie degli ordini professionali, l’azione delle comunità e del privato orientato al bene comune a essere oggi decisive, più di quelle dei poteri centrali e periferici, nella formazione dei valori di una società. Una legge può punire un industriale che devasta la natura o (ma è già più difficile) un operatore dei media che non si cura delle conseguenze morali e sociali delle sue scelte, ad esempio rivolte a un pubblico di bambini. Ma in ogni caso la legge avrà, come già ha, il fiato corto di fronte alla complessità e alla molteplicità delle possibili trasgressioni e, comunque, la punizione del singolo sarà ben magra consolazione di fronte all’entità del danno prodotto. Quel danno non sarà prodotto, o sarà limitato, solo se la coscienza civile del singolo operatore sentirà il peso della responsabilità etica delle sue scelte verso la vita presente e verso quella delle generazioni future. Si tratta di un rovesciamento del comune sentire che finora ha accompagnato la nostra filosofia pubblica: e cioè che alle rappresentanze istituzionali spettasse l’assunzione di ogni responsabilità sullo sviluppo civile e che, invece, la società dovesse essere per eccellenza il luogo degli interessi privati. Ma se così continuasse a essere, le democrazie entrerebbero, come abbiamo visto, in una fase di acuta implosione del tessuto comunitario. La società aperta, da Ideale, si sta trasformando in Necessità. Nei prossimi venti-trent’anni bisogna riuscire a compiere tale transizione, traghettando le nostre società dal modello culturale del Welfare State a quello della Welfare Community. Dobbiamo avviare la costruzione di una «società etica».
Ma ci si potrà riuscire solo se si affermerà una nuova funzione sociale degli intellettuali. Duecento anni dopo l’avvento dei philosophes lo sviluppo produttivo ha sancito la fine degli intellettuali come casta. La sempre maggiore complessità della società divide, separa, funzionalizza, tutto ciò che Diderot e compagni, fino a Jean-Paul Sartre, volevano unito nella rappresentanza di un ceto titolato a messaggi universali. Oggi esercitano a pieno titolo funzioni intellettuali medici, ricercatori, pubblicitari, programmisti di software che cambiano ogni giorno il mondo senza proclamare verità universali e può invece essere titolato a sedurre con la parola un cestista o un attore di Hollywood in quanto testimonial, ad esempio, di una campagna contro l’Aids. Siamo di fronte a un semi-paradosso: la fine degli intellettuali come ceto coincide con il generalizzarsi del lavoro intellettuale e del potere pubblico della parola. I centri produttori di verità si sono moltiplicati. Il regno della Notizia ha sostituito quello della Ragione. Ma, ecco il punto, così come potevano rivelarsi irresponsabili (e lo sono stati) i presunti detentori della Ragione, possono rivelarsi tali anche i presunti detentori della Notizia. Uno scienziato, un operatore pubblicitario o televisivo, un divo del football: chiunque oggi può dare un piccolo o grande contributo alla decivilizzazione o, al contrario, alla civilizzazione. Per ora, il cittadino del Ventunesimo secolo, bombardato dalla moltiplicazione dei centri informativi, assiste smarrito allo spettacolo, può solo identificarsi in immagini momentanee e interscambiabili, riproducendo una provvisoria carica mutante appresa dagli specchi dei media, senza memoria, senza orizzonti. Di fronte a questo scenario sono due le risposte che la cultura pubblica finora ci ha offerto: la prima viene prevalentemente da sinistra, ma anche da alcuni settori di una destra tradizionalista e propone una riottosa resistenza alla modernità, il rimpianto dei vecchi salotti illuministi, giacobini o girotondini che siano da una parte, o di quelli delle enclave vitaliste dall’altra. La seconda viene invece dalla cultura postmoderna e invita a ripudiare tali mammut ideologici. Ragazzi, il mondo di oggi è questo: è meglio adattarsi. Carpe diem.
Ebbene, entrambe queste risposte sono inadatte a farci superare gli scogli della globalizzazione. Esse, infatti, pur presentandosi in opposizione tra loro, si fondano sul medesimo teorema. In entrambi i casi gli intellettuali dovrebbero trascurare la direzione del proprio lavoro sociale, sistemandosi nel cielo delle «verità assolute». Nel primo caso attraverso la vecchia verità dell’Ideologia, nel secondo adattandosi a servire la nuova verità della Tecnica. Entrambe queste risposte negano cioè la possibilità di svolgere un ruolo creativo e civile partendo dalle proprie funzioni sociali. Ancora una volta: apocalittici o integrati. O con il Management o con l’Utopia. O dentro l’asettico mondo delle funzioni professionali, neutrali tecnici del proprio sapere o perenni prigionieri della panna montata delle ideologie, funzionari di una mentalità ormai alle corde. Ebbene, se non sapremo ribellarci a questa finta alternativa, al pari di Teseo, non troveremo mai la via d’uscita dal labirinto.
Una buona modernità può nascere solo superando questo aut-aut. Se quel che finora abbiamo detto ha una qualche plausibilità, la buona modernità di un lavoro intellettuale, di quei milioni di individui che, nei Paesi sviluppati, lavorano con l’intelligenza, sta nel frequentare quotidianamente nella propria azione professionale e sociale l’etica della responsabilità, sentendosi protagonisti di un’agorà dalla quale dipende il complessivo sviluppo della civiltà, con la consapevolezza che oggi tra il livello micro e il livello macro della vita pubblica corre un filo di interdipendenza, invisibile ma assai robusto. Per opporsi alla decivilizzazione occorre dunque che gli intellettuali, in specie coloro che svolgono funzioni pedagogiche, sappiano rappresentarsi come custodi della memoria, funzionari della creatività, verificatori delle notizie, traduttori delle differenze culturali e sociali, elaboratori di nuovi codici deontologici, ma soprattutto agenti moltiplicatori della formazione, di una formazione permanente, rivolta a tutte le età della vita dell’uomo. Usare la modernità per contrastare i suoi possibili esiti negativi, da sempre è questo il progresso: una lotta continua contro le contraddizioni che il progresso stesso produce. Del resto gli strumenti della modernità possono raffinare a tal punto le competenze professionali da permettere di agire la tecnica e di non essere agiti da essa. La società è una rete. I diversi terminali percorrono autonomi sentieri. Ma la sensibilità generale dei canali della rete è molto estesa. Anche piccoli segnali contribuiscono a modificare il cammino dell’intelligenza sociale. Essi non sono più ispirati da pochi centri di comando ma fanno parte della cultura diffusa dei «nuovi intellettuali di massa».
Tra loro, decisivo è il ruolo degli intellettuali-insegnanti: dai maestri ai professori universitari. Lo è per un semplicissimo motivo: nell’era della moltiplicazione dei centri di produzione del sapere, la scuola di ogni ordine e grado, resta l’unica dimora fissa della vita umana nella quale si possa concentrare, seguendo regole condivise, la resistenza alla decivilizzazione, una stabile opera di educazione e di formazione capace di preparare uomini che sappiano indirizzare l’evoluzione della Tecnica piuttosto che lasciarsene dominare. In quale altra sede si può pensare di preparare con tale sistematicità una nuova espansione dei valori comunitari? Non a caso è proprio la scuola l’istituzione più aggredita dagli effetti della nuova rivoluzione industriale, rischiando in termini di credibilità, funzionalità, autorevolezza. La scuola è oggi una sorta di fortino assediato: dall’alto, per i processi descritti, dal basso per la concorrenza, sul terreno dell’apprendimento, prodotta dai mille strumenti dell’evoluzione tecnologica. Essa va dunque in primo luogo difesa, poi ristrutturata e infine rilanciata, per farla tornare a essere la regina di ogni formazione. Il ruolo dell’insegnante, oggi mortificato dai processi di burocratizzazione dei Leviatani moderni, deve tornare ad assumere la prestigiosa rilevanza che ha sempre mantenuto nella società, dall’antichità fino al Novecento. Ciò richiede radicali mutamenti nell’atteggiamento della società verso la scuola e verso i professori: ma richiede anche che gli stessi insegnanti tornino a sentirsi protagonisti di una missione che non è politica, non è sindacale, non è impiegatizia ma è, fino in fondo, tecnica e morale, richiedendo, insieme, una più aggiornata professionalità e un più robusto spirito civile. Di fronte alla nuova rivoluzione industriale torna forse a farsi sentire l’esigenza di definire i principii-chiave di una moderna «missione del dotto».
Civiltà, qualità, libertà: sono questi i tre grandi orizzonti all’interno dei quali lavorare a questa tavola di valori. Ne ricapitolo alcuni che a me sembrano tra i più importanti.
1) Custodia della Memoria. Difesa del ricordo, conservazione delle tracce, resistenza dell’esperienza, trasmissione permanente della storia nazionale e di quella del mondo: ma con lo sguardo rivolto a tutte le epoche non solo, angustamente, a quella del Novecento. È questo, come detto, il compito più importante di fronte alla drastica contrazione dei tempi storici responsabile del diffuso senso di sradicamento che colpisce in particolare i ragazzi. Qualche pensatore lo esalta in quanto anestesia anti-ideologica ma sottovaluta che il piacere della vertigine dura poco: poi si trasforma in panico del baratro.
2) Creatività e Verifica. La prima parola-chiave è lavoro d’équipe. Ciò significa, sopratutto di fronte all’uso di massa dei computer, cercare di non smarrire l’attitudine al confronto e di respingere il destino di solitudine implicito nel rapporto con il mezzo tecnico. Appare necessario inoltre estendere la capacità di ciascuno di rendere visibile ciò che è nascosto. Nel Regno della Notizia ciò che appare non è sempre ciò che è. E nel Regno della Velocità non sempre l’occhio si ferma dove sarebbe importante che si fermasse. La seconda parola chiave è indipendenza critica. Lo sguardo sociale deve abituarsi a non farsi deformare da poteri e punti di vista preordinati. Il conformismo e la standardizzazione sono la merce oggi più diffusa dai media. Al contrario la pluralità degli angoli di osservazione, il rifiuto di «punti di vista» assoluti, la capacità di non dar mai nulla per scontato fino «a prova contraria» restano i nostri principali termometri di libertà e di civiltà.
3) Ricostruire la scala dei valori. Su questo terreno si gioca la principale partita che la società e la scuola devono saper impostare con la cultura dei media e in particolare con quella della televisione. Qualche anno fa il guru del liberalismo Sir Karl Popper e il capo della Chiesa cattolica Karol Wojtyla si sono paradossalmente trovati uniti in una battaglia di valori. Entrambi infatti hanno lanciato un allarme al mondo sul fatto che la tv sta corrompendo la nostra civiltà. La Chiesa era preoccupata dei miti del superfluo e della volgarità dilagante. Popper era angosciato, invece, della violenza prêt-à-porter, soprattutto per i bambini. Per proteggerli Popper è persino arrivato a pronunciare una parola tabù per qualsiasi liberale: censura. Questi allarmi sono stati in generale trattati con sufficienza. E liquidati con osservazioni apparentemente giuste: «Caro Popper, tu confondi la causa con l’effetto». La violenza è nelle cose: bisogna allora intervenire sulla realtà, non sulla tv che la mostra. La tv non altera la realtà. Non c’è dubbio che, a parte possibili casi di aperta manipolazione, tale legge è incontestabile. Ma cos’è la realtà reale e cosa la realtà televisiva? Facciamo un esperimento: pensiamoci seduti, sul divano di casa, a guardare, ad esempio, gli scontri tra palestinesi e israeliani. E proviamo poi, invece, a immaginarci realmente lì, a Betlemme, a Ramallah, a Gerusalemme, magari vicini a un bar dove esplode un kamikaze, vicino alla folla che fugge, a due metri da un soldato che spara. Se fossimo davvero lì, cosa faremmo? Cercheremmo rifugio in strade lontane, racconteremmo piangendo quel che abbiamo visto. E poi cercheremmo ragioni. Colpa di Arafat, di Sharon, di Bush… Inseguiremmo, nell’abbraccio delle parole scambiate, il conforto di sentirci ancora vivi. Seduti sul nostro divano, invece, diventiamo protagonisti di qualcosa di surreale. Perché non succede nella realtà che, voltato l’angolo degli scontri, ci si imbatta in un quiz di Amadeus o Mike Bongiorno, in uno spot della Martini e neanche in Santoro, Vespa o Biagi. Non succede nella vita che si passi, senza soluzione di continuità, da un dramma a un varietà o a uno show.
È vero: la tv non altera la realtà. Ma è altrettanto vero che la tv generalista induce a una falsificazione più sottile: l’alterazione del principio di realtà. Suggerisce subliminalmente al sottosuolo della nostra coscienza un’impalpabile modificazione del senso del reale e della scala dei valori della vita, abituandoci ad assegnare la medesima rilevanza a eventi assolutamente incomparabili, cose frivole e cose serie, fiction e verità, Perry Mason e Di Pietro. Entrato nelle case come un elettrodomestico, il televisore è ormai diventato lo stregone del villaggio. Un frappè di poteri. È il prolungamento della scuola dell’obbligo ma anche una fedele baby-sitter. Un Parlamento alternativo e, insieme, un’assemblea sessantottina permanente. Un mercato e un luna park, un cinema d’essai e uno a luci rosse, un pulpito e un peep-show. Democrazia delegata e democrazia permanente, Fellini e Alvaro Vitali, il cardinale e la ballerina si inseguono convivendo in un carosello di sovrapposizioni selvagge. Niente, beninteso, parte dal piccolo schermo: tutto però sembra lì arrivare come calamitato da un irresistibile buco nero. Le generazioni dell’era televisiva rischiano di crescere esposte a questa alterazione. Nessun tipo di riforma potrà mai risolvere del tutto questo disagio della civiltà che dipende, in larga misura, anche dall’atteggiamento dei singoli, della famiglia, della scuola. Ma ciò non significa che non si possa far nulla: penso in particolare agli operatori della comunicazione, ai programmatori dei palinsesti, ai registi e agli sceneggiatori. Come si diceva prima è ormai sulle loro spalle, più che su quelle delle istituzioni, il potere di intervenire, la più grande porzione di responsabilità in ordine ai destini etici delle comunità. Forse occorre pensare a un nuovo codice deontologico degli operatori televisivi. Probabilmente la tv satellitare e le nuove reti monografiche attenueranno il problema. In ogni caso dal mondo della scuola potrebbe e dovrebbe partire una grande sfida educativa non già alla tv in sé ma alla sua immagine culturale. Anzi, credo che sia arrivato il momento di proporsi una più stretta e incisiva collaborazione tra la televisione pubblica e il mondo della scuola che sancisca il palinsesto di un vero e proprio «patto educativo» tra la Rai, gli istruttori e le famiglie. Non c’è legge dell’audience che possa far chiudere gli occhi della società di fronte all’evidente incedere tra i nostri ragazzi di una sorta di neolingua, anoressica di vocaboli e di fantasia e bulimica di volgari coazioni a ripetere. Eppure gli occhi, finora, li abbiamo chiusi. 4) Traduzione. Il lavoro dell’insegnante moderno è anche e soprattutto un lavoro di interprete per fare in modo che i cento linguaggi delle società complesse comunichino tra loro. Trovare parole comuni, momenti di intesa. Trait d’union, mediazione: faticosa opera collante di alterità altrimenti scontrose. Tale esigenza si fa oggi decisiva nel momento in cui il nostro futuro si delinea come multirazziale. Ma bisogna fare grande attenzione: traduzione non può significare azzeramento della propria lingua. Lo dico perché negli ultimi decenni la cultura occidentale ha lavorato molto su una delle due facce della nostra medaglia di valori, l’esaltazione del dialogo, della tolleranza, del rispetto di tutte le culture e le religioni. E ha lavorato bene. Ma ha colpevolmente trascurato, per un immotivato senso di colpa, l’altra faccia: l’affermazione della propria identità, la passione per la propria cultura e per le proprie tradizioni. Accettare l’altro non significa far finta di essere altro. Accogliere culture diverse come quelle musulmane non può significare travestirsi da musulmani, accettare i simboli della storia altrui e nascondere i segni della propria: non sarebbe amore, ma solo ipocrisia. Un vero dialogo pretende, al contrario, reciprocità di accettazione: perché senza il confronto tra due identità non c’è dialogo, c’è solo annullamento. O auto-annullamento.
5) Centralità dell’uomo. Per troppo tempo abbiamo dimenticato di trasmettere il valore dei valori di una civiltà liberale: e cioè che l’inizio e la fine di ogni architettura sociale non sta solo nel cittadino. Sta nella persona, nell’individuo, nell’uomo. Non le classi, non le razze, non lo Stato, ma l’arricchimento della persona, delle sue libere facoltà è il centro, il motore di ogni attività comunitaria. È importante tornare a esibire tale finalità soprattutto avendo alle spalle un secolo nel quale la potenza dei totalitarismi ha annichilito ogni umanesimo, laico o cristiano che fosse, propagandando idoli la cui punta avvelenata era rivolta proprio contro la centralità della persona. I totalitarismi sono stati sconfitti ma non è detto che ciò sia accaduto definitivamente. E comunque essi hanno lasciato dietro di loro, come reazione al disumano, una strisciante eredità nichilista che oggi, persino sfruttando i nuovi idoli del benessere, suggerisce che per nulla vale la pena di battersi e di rischiare se non per se stessi, che in nulla vale la pena di credere, che perfino la nostra coscienza è nulla. Se questa malattia che ha già corroso parte della cultura europea, si estendesse in modo decisivo, gli assassini che hanno colpito le Twin Towers, evocando il ritorno del disumano, avrebbero vinto. Ricollocare l’uomo al centro della politica, della società, della cultura, della scuola: questa è la vera risposta che possiamo dare all’Inaudito che ha segnato il Novecento e al nichilismo che ne è figlio.
Sono solo alcuni spunti di riflessione. Ammesso che siano accettabili, essi disegnano l’orizzonte di un lavoro di lungo periodo. Nessuna riforma, con un colpo di bacchetta magica, può risolverli d’incanto. Guai a pensare, come pure nel recente passato si è fatto, che si possa rispondere al nuovo scenario che la globalizzazione ci consegna, con «una legge» per quanto ben fatta essa sia. La stessa riforma Moratti, come lo stesso ministro ha ricordato, non è «la riforma della scuola» con le maiuscole vestite a festa: è solo il primo passo per correggere alcuni vecchi errori d’impostazione e cominciare a creare nuovi punti di riferimento. Gli interventi di riforma, indispensabili, possono solo costruire la cornice: per un quadro che deve poi essere dipinto, come detto, dai protagonisti della scuola. Ma la cornice, come è ormai chiaro, non è in alcun modo quella di una scuola-azienda (salvo che per scuola-azienda non si intenda una scuola che funzioni). Al contrario è quella di una scuola-comunità, la comunità di riferimento, la leva creativa della nuova «società etica». Fondata sul principio di responsabilità: verso il passato e verso il futuro.
Una scuola-comunità che chiami a raccolta le energie e le risorse di tutta la società. E proponga a ciascun istituto e ciascuna università di organizzare, lungo la strada di una sempre più compiuta autonomia, una vera e propria gara per il sapere, fondata sulla concorrenza di programmi, strutture, progetti formativi. Libertà e qualità sono infatti concetti gemelli: simul stabunt, simul cadent. Nella vita di società come la nostra un reale salto di qualità può determinarsi soltanto in presenza di un forte spirito competitivo, all’interno di un unico sistema pubblico, di un’ampia pluralità di offerte educative e formative. Non si tratta dunque di privatizzare la scuola di Stato. Al contrario: di far entrare nel sistema pubblico tutte le offerte di istruzione, anche privata, presenti in Italia dando vita a un unico sistema di finanziamento, di valutazione, di rispetto dei parametri nazionali di apprendimento. Il fatto è che non possiamo permetterci di sprecare alcuno strumento a disposizione del Paese per invertire la tendenza: dalla decadenza alla qualità. E soprattutto dobbiamo fare in modo che l’intero sistema sia ispirato a criteri di equità sociale: che sia cioè possibile per i ragazzi di ogni categoria accedere, alle medesime condizioni economiche, a ogni tipo di scuola, statale, privata o di eccellenza che sia. Vedo invece, purtroppo, che c’è chi insiste nel diffondere il falso timore che si possa pensare di privatizzare, non si capisce poi in che forma, la scuola di Stato. È come sostenere che si possa privatizzare il mare. La verità è che c’è chi non vuole imparare a nuotare in una società aperta nella quale il concetto di pubblico non coincide con quello di statale. Nella quale i servizi non siano ispirati al vecchio matrimonio tra ideologia e burocrazia, ma a una nuova sintesi di qualità e libertà. Nella quale è il privato a «socializzarsi» lavorando per il bene comune, dentro le regole del bene comune, non il pubblico a cedere quote di sovranità. Nella quale le famiglie tornino a sentire nelle loro mani la titolarità della scelta educativa. Sono timori antiquati, spesso agitati solo per strumentalità politica e che, come detto, imprigionano intellettuali, insegnanti e ragazzi dentro la falsa alternativa tra una presunta filosofia manageriale e una decaduta cultura statalista. Ma alla fine di girotondi così concepiti ci si accorgerà che in mezzo al proprio circolo c’era e c’è soltanto il vuoto. Il vuoto di una civiltà che, se non sarà capace di riformare i propri apparati culturali, rischierà il black-out.
Sarebbe davvero un delitto far diventare la scuola il pretesto di una guerra ideologica. Non è più il tempo, non ne abbiamo il tempo. Ragioniamo insieme, ciascuno portando il proprio granello di verità per la scuola, non contro inesistenti nemici di comodo. In fondo, un tempo, era proprio Jovanotti a invitare a «pensare positivo». Perché oggi tradire questo piccolo messaggio di civiltà?
John Kenneth Galbraith osservava che i cicli sociali e politici si alternano più o meno ogni trent’anni. Ebbene, in questo nostro tempo storico, si sta consumando il ciclo culturale aperto in Italia dalla fine degli anni Sessanta. La grande rivoluzione che portò il nostro Paese a un livello di alfabetizzazione inedito, conducendo i figli degli strati sociali più bassi a diventare «dottori», ha esaurito la propria spinta propulsiva. Oggi si intravedono, di nuovo, fenomeni di esclusione e di ritardo sociale, più complessi e più sofisticati di prima. Si sono moltiplicate le domande di cultura, si è fatta più articolata la rete dei desideri e delle aspettative sociali, si è accentuata la pluralità degli stili di vita, si è espansa la disponibilità di nuovi strumenti di apprendimento. L’educazione e l’istruzione, dunque, non possono più rimanere bloccate nella gabbia di regole pensate decine di anni fa e nella camicia di forza di una macchina statale farraginosa. Sono stati trent’anni importanti della nostra storia: ma bisogna anche saper riconoscere che la nuova socializzazione, allora benvenuta, si è oggi trasfigurata in assemblearismo, la giusta preoccupazione di superare ogni autoritarismo ha finito per cadere nell’opposto vizio del permissivismo, la lotta contro la selezione e il nozionismo ha dato il passo a promozioni senza valore, con un decadimento delle conoscenze complessive e la difficoltà del sistema di valutare e premiare il merito. La scuola segnata dal Sessantotto ha progressivamente smarrito la grande ispirazione dell’Inizio: il giusto superamento di parrucconerie bizantine e l’apertura della società al mondo. Ha finito, anno dopo anno, per negare tale punto di partenza creando nuove parrucconerie stavolta barocche, l’eterno ritorno di replicanti ideologici di un tempo adolescenziale che non può più tornare ma, quel che è più importante, si è chiusa al mondo esterno nutrendosi di norme e valori autoreferenziali. Trent’anni dopo un nuovo vento deve cominciare a circolare. Le energie, le risorse, le intelligenze ci sono. Se mancasse la volontà sarebbe davvero grave.
Fa impressione vedere come siano in tanti a proporre ancora ai ragazzi di «resistere, resistere, resistere» mentre siano davvero in pochi, autorità comprese, a suggerirgli di «studiare, studiare, studiare». Ma qualcuno, prima o poi, dovrà pure trovare il coraggio di tornare a ripetere ciò che i nostri padri da Croce a Gramsci ci hanno insegnato, che senza la fatica e l’arte dello studio nessun traguardo nella vita potrà mai essere raggiunto, neanche quello di resistere ad alcunché. E che persino la dolcezza del tempo libero, senza cultura, resterà soffocata da emozioni incapaci di parole.
In fondo nutriamo solo una piccola grande speranza: quella di poter rispondere a quel letterato cinese che non è vero, che noi non taglieremo le nostre radici, non disseccheremo i nostri fiori.
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