Dall’autunno del 2000, gli ebrei sono diventati le prime vittime di azioni razziste in Francia, triste primato strappato ai cittadini di origine maghrebina. Dagli attacchi verbali (il Comitato nazionale per i diritti umani ha censito un’ondata di «Sporchi ebrei» e «Morte agli ebrei») si è passati agli attacchi fisici (lanci di sassi, aggressioni), ai tentativi di distruzione di sinagoghe, scuole, tombe. In un libro andato a ruba, La Nouvelle Judéophobie, il sociologo Pierre-André Taguieff ha analizzato le caratteristiche dell’antisemitismo del Duemila «la cui ampiezza e intensità - scrive - non ha i suoi precedenti nel periodo nazista, non si basa più su una teoria delle razze ma su una rappresentazione del sionismo come male assoluto». Taguieff punta il dito contro «il movimento neo-cristiano umanitario e terzomondista» e contro gli antimondialisti. «Una nuova giudefobia - scrive Taguieff - che serve anche a riempire un vuoto a sinistra, per tutti quelli che si sentono orfani della rivoluzione». Di questo nuovo antisemitismo è al tempo stesso osservatore e vittima Serge Klarsfeld, attento presidente dell’Associazione dei figli di deportati di Francia, da sempre in prima linea nella caccia ai criminali di guerra nazisti in libertà, infaticabile difensore del «dovere di memoria».
È d’accordo: viviamo una nuova ondata di antisemitismo?
Senz’altro. In Francia, in particolare, si sta sviluppando un antisemitismo che proviene in gran parte dagli ambienti musulmani. Credo non si tratti soltanto di un fenomeno francese, ma comune a tutta l’Europa occidentale.
In che cosa questo antisemitismo è diverso da quello «storico»? Ci sono caratteristiche, schemi, parole che lo distinguono?
Sicuramente. Per diciotto o diciannove secoli, l’antisemitismo si è basato sul fatto che gli ebrei avevano una religione diversa dagli altri, e gli altri erano essenzialmente i cristiani. Gli ebrei erano dunque gli eredi e i depositari della maledizione gettata su di loro dalla morte di Cristo. Poi, nella seconda metà del Diciannovesimo secolo, è apparso un antisemitismo che attaccava il posto occupato dagli ebrei nella società. Confinati nei ghetti fino al 1789, considerati dei paria, dei subumani, gli ebrei erano stati liberati dalla Rivoluzione francese e nella metà del Diciannovesimo secolo occupavano ormai funzioni dominanti nella vita politica, economica, culturale: questo provocò un nuovo antisemitismo, di tipo sociale, più popolare, che creò la nozione di razza ebraica. E così, dopo la religione, fu la volta della razza. Oggi, è l’esistenza dello Stato ebraico che nutre l’antisemitismo virulento cui assistiamo ogni giorno.
Ritiene che in Francia il nuovo antisemitismo provenga esclusivamente dagli ambienti islamici?
Non esclusivamente. Potremmo dire che esistono quattro categorie di ambienti ostili, se non agli ebrei in quanto tali, almeno a un aspetto dell’ebraismo. In primo luogo esiste l’antisemitismo islamico, direttamente legato alla situazione in Medio Oriente, ma in parte anche ad alcuni pregiudizi radicati nella memoria collettiva musulmana: non si può dimenticare che nei Paesi arabi gli ebrei vivevano in una condizione di istituzionale inferiorità. Esiste poi un antisemitismo iscritto negli ambienti dell’estrema destra, che risale all’affare Dreyfus, e che si innesta nella corrente filonazista, come il movimento lepenista. Una terza corrente è costituita dall’estrema sinistra, comunista ma anche non stalinista, che storicamente ha una tradizione antisemita: gli ebrei furono perseguitati in Unione Sovietica e il Partito comunista francese ha sempre finto di non vedere e non sapere. Negli ambienti di sinistra la lotta contro Israele è inoltre di frequente assimilata alla lotta contro l’imperialismo americano: per questi gauchistes Israele diventa il sostituto più piccolo e più facilmente distruttibile degli Stati Uniti, l’imperialismo sionista diventa l’alleato naturale e fedele dell’imperialismo americano, e gli ebrei francesi vengono considerati come portavoce di Israele. La quarta corrente antisemita è composta da gente che si è lasciata manipolare dalla propaganda antisraeliana: si tratta spesso di persone che hanno maturato un sentimento di coscienza sporca rispetto alle sofferenze del popolo ebraico durante l’ultima guerra, che sono infastidite dalle espressioni di pentimento manifestate negli anni in diversi settori, religiosi o politici e che, davanti ad articoli o servizi televisivi che mettono l’accento sui presunti crimini commessi dai «boia israeliani», estendono le stesse definizioni agli ebrei in quanto tali.
Quando parla di propaganda israeliana a che cosa si riferisce?
Ritengo che su Israele e sul conflitto in Medio Oriente ci sia un’informazione completamente squilibrata. Le immagini dei telegiornali sono drammaticamente riduttive: si parla pochissimo degli attentati commessi in Israele, non si mostrano mai o quasi mai le famiglie israeliane distrutte dal dolore, non si spiega che ci sono cinque milioni di ebrei in Israele, e che quando ne muoiono trenta o venti in un attentato, è come se in Francia morissero 400 o 500 persone. Si riduce sistematicamente la portata degli attentati commessi in Israele. Alla mia epoca tutti criticavano e aborrivano i kamikaze giapponesi, venivano considerati la peggiore espressione della bestialità umana. Oggi, al contrario, i kamikaze palestinesi vengono considerati martiri, assimilati quasi a delle divinità. E non è certo la stessa cosa: i giapponesi si lanciavano contro obiettivi militari, oggi i kamikaze si gettano contro donne e bambini… su questo non si insiste molto. L’informazione corrisponde esattamente a quello che tutti i dirigenti dell’Europa occidentale si augurano, ovvero restare fuori da questo conflitto. Ma non possono, o comunque non potranno, sfuggire agli attentati: da Djerba a Karachi, vediamo oggi quello che accade. Si può star certi che gli attentati che si verificano oggi in Israele, possono accadere anche in Francia. Le persone che possono compierli ci sono.
Ma non accadono.
Perché per il momento la parola d’ordine è stare fermi, aspettare, non commettere attentati. Le azioni terroristiche sarebbero in questo momento nocive alla causa palestinese. Ma se la Francia, l’Italia, la Germania cominciassero seriamente ad attaccare il terrorismo internazionale, non soltanto con i comitati di sostegno ai terroristi afghani imprigionati negli Usa, allora vedreste in Europa attentati come quelli commessi in Israele.
In Francia ci sono già state sinagoghe incendiate, attacchi contro scuole ebraiche…
È molto poco rispetto a quello che potrebbe succedere.
Ritiene che le autorità francesi abbiano sottostimato le azioni antisemite?
In Francia ci sono circa sei milioni di musulmani, o di cittadini che hanno in qualche modo un legame con l’Islam, per ragioni familiari, ed è dunque naturale, o quantomeno comprensibile, che le autorità francesi abbiano la tendenza a sottovalutare, se non a tacere, la portata di questi atti antisemiti. Fino a quando non saranno costretti ad aprire gli occhi. Per il momento c’è la precisa volontà di affermare che l’antisemitismo non esiste, o almeno che non esiste più, in quanto l’antisemitismo «ufficiale» resta confinato agli articoli sui grandi giornali. Se qualcuno incendia una sinagoga, allora si tratta di uno squilibrato, oppure di un delinquente ordinario.
Non crede che l’antisemitismo possa essere aggravato dal sentimento che le comunità ebraiche europee si facciano portavoce di un Paese straniero, Israele, autoescludendosi dalla comunità nazionale?
Noi non contestiamo che i sei milioni di francesi che si riconoscono nel mondo dell’Islam abbiano simpatia per la causa palestinese: è normale, quando si hanno radici in una religione o in una cultura, si prova simpatia e attaccamento per quel Paese che proclama gli stessi valori. Ma gli attentati sono un’altra cosa. L’attaccamento degli ebrei allo Stato di Israele, rifugio della maggior parte dei sopravvissuti della Shoah, non significa che gli ebrei vanno a incendiare le moschee. Quello che chiediamo è il rispetto dei valori repubblicani, della tolleranza, del rispetto di tutti. Fino a quando la politica europea sarà favorevole ad Arafat non ci saranno attentati, ma se questa politica cambiasse e si mostrasse più equilibrata, sono sicuro che ci sarebbero più attentati.