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La verità su Jenin

LIBERAL BIMESTRALE
di Fiamma Nirenstein
Anno n. 12 - Giugno - Luglio 2002

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FL12_th  
La battaglia di Jenin ha rappresentato una sfida molto dura alla tesi che in tutto il mondo, semplice ed effettiva, è la carta vincente della propaganda palestinese: gli israeliani sono Goliah, i palestinesi un povero debole David schiacciato dai carri armati, ma forte della sua giusta causa. Persino il terrorismo suicida non ha scardinato del tutto questa tesi, ancora largamente accettata (salvo un paio d’ore prima e un paio d’ore dopo ogni attentato) dai media. Il perverso commento che ne deriva fra la gente è questo: «Che altro resta a quei poveretti se non l’uso del loro corpo come arma di fronte all’esercito israeliano». Bene, Jenin è un’altra storia, o almeno lo sarebbe stata se fosse stata capita nella sua verità: è la storia di una terribile battaglia lunga due settimane in cui lo scontro è stato per la vita e per la morte, in cui uno dei due contendenti (Israele) ha sbagliato tattica perché ha sottovalutato l’avversario e ha dovuto correggersi in corsa, cercando goffamente di seguitare a rispettare i propri principi; è la storia della utilizzabilità su larga scala delle tattiche terroriste suicide, quando a suicidarsi non è più un singolo ma un intero paese che si automina ed è pronto a saltare per aria, incurante della propria vita, pur di battere l’avversario; ed è anche la storia di come pur di evitare questa svolta psicologica e conoscitiva l’informazione ha imboccato la pericolosa strada della descrizione di un massacro che poi ha dovuto smentire, piano piano, senza farsi male. Jenin è un tragico caso di studio di una guerra nuova, in cui la sofferenza della gente c’è stata, sì, ma non solo a causa degli israeliani, bensì di una serie di meccanismi.
«Ho semplicemente parlato con i miei colleghi e mi hanno detto che c’era stata una strage». Così ha detto nella hall di un albergo di Tel Aviv la bionda giornalista della Cnn Andrea Koppel, spiegando a un interlocutore perché aveva usato quel termine parlando della battaglia di Jenin. «Hanno visto gli spari, i corpi?». «I palestinesi ci hanno riferito della strage». «E voi ci credete senza prove? Spesso mentono e distorcono i fatti». «Ah, dunque sono tutti dei bugiardi?», ha replicato Andrea. Ha una sua qualche importanza filosofica che poco più avanti, nella medesima conversazione intessuta di pregiudizio e vanità, la corrispondente diplomatica della grande rete americana abbia confidato una sua previsione escatologica al suo interlocutore: lui le diceva, accoratamente, parlando dell’ondata di attacchi terroristici: «Possiamo perdere le nostre vite, perdere addirittura il nostro Paese». E Andrea: «Sì, penso che potete perdere il vostro Paese. Penso che siamo in vista dell’inizio della fine di Israele». Andrea Koppel nega tutto, ma è difficile crederle. Quello che ha detto fa di lei semplicemente una normale giornalista. Janine di Giovanni del Times of London scrive: «I rifugiati.. non mentivano. Semmai, hanno sottostimato la strage compiuta e l’orrore. Raramente in più di un decennio di guerre riportate dalla Bosnia, dalla Cecenia, dalla Sierra Leone, dal Kosovo, ho visto una tale distruzione deliberata, un tale disprezzo per la vita umana». Il Washington Post: «Qui sono stati compiuti alcuni dei più pesanti attacchi urbani e bombardamenti aerei e delle più devastanti tattiche di terra in più di due settimane di assalti israeliani contro le città e le comunità palestinesi in tutto lo West Bank». The Indipendent: «Un mostruoso crimine di guerra che si è tentato di coprire per due settimane è stato finalmente esposto».
La vicenda di Jenin è una pietra miliare nella storia della percezione dell’attuale conflitto israelo-palestinese. Resterà come l’epitome della supersemplificazione dello scontro, della totale obliterazione delle ragioni di Israele, quali che siano i risultati della commissione fact finding dell’Onu accettata da Israele. Koppel in due frasi riassume ciò che le è stato trasmesso e ciò che lei è pronta a trasmettere all’opinione pubblica mondiale: l’accettazione supina della versione che le forniscono i palestinesi e i loro amici; la percezione dei palestinesi come povere vittime, senza eccezioni; l’assenza di sentimenti verso la tragedia che vive una società investita da un terrorismo catastrofico come quello che giorno dopo giorno ha tormentato Israele e che ha fatto circa 500 morti e migliaia di feriti; la totale ignoranza della potenza di fuoco e di organizzazione pure dimostrata in 18 mesi di guerra dai gruppi terroristici e paramilitari di Fatah, Hamas e Jihad islamica; il desiderio inconscio che Israele, alas!, sparisca finalmente dalla scena in quanto fomentatore di un odio che alla fine investe tutti quanti, gli americani e gli europei; la convinzione che Israele sia comunque un fatto temporaneo. E comunque, e soprattutto, che Israele sia cattivo, cattivo, cattivo, tanto da prendersela con dei civili innocenti fino a farne un’inutile strage: questo messaggio, che a settembre del 2000 scaturiva dalla descrizione di battaglie in cui i palestinesi a mani nude, e persino i bambini, combattevano il Goliah israeliano arciblindato e superarmato, in seguito si è arricchito delle foto del povero Arafat al lume di una candela nelle stanze di Mukhata; ha dipinto come rifugiati medievali ospitati da religiosi di buona volontà i palestinesi armati che hanno occupato la Chiesa della Natività. Ma Jenin ha in sé tutti i simboli che confermano la perfidia di Israele, ed è per questo che subito è diventato un campo di battaglia mediatica, oltre che reale, in cui l’Autorità palestinese ha sparato la sua arma più pesante: «Una nuova Sabra e Chatila, un massacro con 500 morti». Niente poteva sembrare più adatto: Israele entra in un campo profughi, che è il vero simbolo dell’oppressione palestinese, e uccide chi? Soprattutto i civili, famiglie, donne e bambini, anzi, ne fa una strage, anzi, un massacro.
Se poi c’è stata guerra, ma strage non c’è stata, sarà comunque rimasta sull’esercito la macchia dell’attacco ai civili; se poi il campo profughi si è trasformato in un centro di organizzazione di terrore e guerriglia; se la guerra ha fatto là 23 morti israeliani e 70 feriti, poco male. Mettere da parte importanti elementi di valutazione su questo conflitto per far posto al pregiudizio e a un virtuoso atteggiamento di giudici è una specialità dell’opinione pubblica internazionale. Se Arafat si rifiuta di regalare a Colin Powell persino un misero cessate il fuoco dagli attenti terroristi; se i documenti provano che l’ufficio del raiss palestinese era una centrale attiva di finanziamento e coordinamento delle Brigate di Al Aqsa e dei tanzim; se a Betlemme gli israeliani hanno cercato comunque di arrestare dei pericolosi terroristi... alla fine solo le accuse contano. L’informazione ha obliterato completamente che tutta l’origine del conflitto risiede nel rifiuto di Arafat a Camp David e ne ha trasferito le responsabilità su Sharon per la passeggiata sulla spianata delle moschee; nello stesso modo, si è confusa, ha semplificato, ha scambiato le conseguenze per cause della battaglia di Jenin.
Jenin è stata il campo di battaglia su cui le forze palestinesi hanno deciso di mettere alla prova tutte le loro capacità (skill) belliche. Niente è stato risparmiato dell’esperienza accumulata in questi mesi di Intifada sul piano strategico: Fatah con le Brigate di Al Aqsa, Hamas e alla Jihad hanno imparato nel tempo a essere un tutt’uno; Arafat e Barghuti hanno gestito, più o meno da vicino, la parte maggiore del terrorismo suicida, senza togliere a Hamas e la Jihad l’onore dei loro attacchi terroristi suicidi; il terrorismo suicida e il conseguente uso di esplosivo è un segno distintivo di questa guerra, e Jenin ne è un centro di primo piano; il 50% degli attacchi dell’ultima ondata, e persino uno con otto vittime dopo che l’esercito aveva circondato la cittadina, provengono da Jenin. In totale, sono 24 attacchi terroristi suicidi usciti dal campo profughi che contava prima dello scontro circa tredicimila persone. Oltre a ciò, la popolazione civile (che alla fine, tuttavia, ha sofferto terribilmente comunque, perché un bambino resta un bambino, e un vecchio è un vecchio) è strategicamente una pedina fondamentale di questa guerra, dalla scuola elementare alla tomba. Alcuni soldati raccontano che quando i guerriglieri venivano allo scoperto con le mani in alto, si facevano seguire a distanza molto ravvicinata da due anziani, uno a destra e uno a sinistra. Ogni palestinese è un combattente, le mura delle case dentro e fuori sono tappezzate di immagini colorate degli shahid. Un soldato riservista mi ha raccontato di aver fermato un bambino di sei anni con una borsa in mano. «Cos’hai là dentro», gli ha chiesto. Il bambino ha lasciato cadere la borsa ed è scappato: conteneva due chili e mezzo di esplosivo. Ho visto fra le rovine un negozio di sarto, sfondato; due macchine da cucire Singer, i rocchetti di filo colorato, una grande scatola di tè accanto al fornellino a gas, e lo strazio della gente che guardava dentro dalle strade distrutte; le donne piangevano, un ragazzino mi parlava velocemente in arabo indicando sotto le rovine, là sotto, là sotto. Sul muro del negozio in grande campeggiava un terribile terrorista, Ra’ed Karmi, uno dei responsabili della strage del Dolphinarium.
Ha scritto Amira Haas del giornale Ha’aretz, una delle paladine più decise delle ragioni dei palestinesi: «Haja è stato ucciso in uno dei primi giorni dell’attacco dell’Idf (Israel Defense Forces), colpito da un proitettile. Haija era un attivista di Hamas, che con i membri di altri gruppi armati aveva giurato di difendere il campo fino alla morte. J.Z. stima che fossero più di 70, ma dice che tutti coloro che li hanno aiutati si sono visti come membri attivi della resistenza: quelli che segnalavano di lontano l’arrivo dei soldati, quelli che li nascosero, quelli che prepararono loro il tè». «Secondo lui - scrive Haas - nessuna porta del campo fu loro chiusa quando fuggivano dai soldati che li cercavano, e la gente del campo decise di non abbandonarli, di non lasciarli con le loro armi ed esplosivi. Questa fu la decisione della maggioranza, presa individualmente da ciascuna persona».
«Invece di sottolineare il loro ruolo di vittime - scrivono sul New York Times del 21 aprile James Bennet e David Rhode - i palestinesi avrebbero potuto presentare lo scontro come una battaglia valorosa ma sfortunata». Invece, anche se via via appariva sempre più chiaro che massacro non c’era stato, la stampa non ha preso questa strada. Ha preferito attaccarsi a singoli episodi che dimostrassero la vittimizzazione della popolazione civile, che certamente c’è stata come in ogni guerra, ma che è sempre di più apparsa non particolarmente vasta né tantomento volontaria, ma anzi causata dall’uso dei guerriglieri della cittadina e della gente. Ma la visione del mondo terzomondista e antimperialista che caratterizza l’informazione sul Medio Oriente, ama sì la forza della guerriglia, si duole dell’arresto di Marwan Barghuty, ma preferisce sottolineare comunque la sofferenza del povero di fronte al ricco, la sopraffazione del misero da parte del prepotente. È la memoria di quella kefia al collo nelle università degli anni Settanta e Ottanta che trascina verso il manicheismo dell’Israele imperialista e del palestinese calpestato, più ancora che di una segreta noia di sapore antisemita, che pure ormai porta a molte battute sugli ebrei durante le cena di ritorno dal campo.
Nell’articolo del New York Times qui citato si dice chiaramente che «ciò che accadde precisamente non sarà chiaro finché non sarà rimosso l’ultimo mattone e i residenti non tornano a casa... Ma le dozzine di interviste con residenti e lavoratori (palestinesi) dell’ospedale del campo con soldati israeliani e con ufficiali non ha prodotto prove di uccisione deliberate su larga scala di civili nel campo». Oggi si sa che i civili uccisi furono sette. Ma più avanti, anche se sullo sfondo si avverte che «the militants» sono sempre nel mezzo, pure si punta molto su esempi che fanno pensare a crudeltà disumane, a una tragica indifferenza dei soldati israeliani: «Il giorno dell’inizio della battaglia, Fadwa al Jammal, di 27 anni, di Tulkarem, era là in visita a sua sorella, Rufaida. Fadwa, un’infermiera con il fazzoletto bianco e il camice, era fuori con Rufaida per chiedere dov’era l’ospedale da campo palestinese, per offrire i suoi servizi, racconta sua sorella. Le due donne parlavano a un gruppo di combattenti quando Rufaida fu ferita a una gamba. Quando Fawda corse in suo aiuto, la sorella le cadde addosso sulle gambe. “Dette tre respiri e morì”, racconta Rufaida. Hani Abu Ramaileh, un combattente di 20 anni, tentò di venire in aiuto alle donne e fu ferito al petto e allo stomaco. Anche un ragazzo di tredici anni quel giorno fu ucciso...». Il susseguirsi di morti civili, come viene descritto anche in molti articoli successivi all’apertura di Jenin, è tale da seguitare a suggerire una terribile aggressività degli israeliani contro la popolazione civile, un’inutile sete di sangue. Questo l’incipit dell’articolo di Haas: «Appoggiandosi a un bastone un uomo stava ritto su un’alta pila di rovine... un inferno di cemento in pezzi, barre di ferro contorto, resti di materassi, fili elettrici, frammenti di tubi dell’acqua... “Questa è la mia casa e mio figlio è dentro (sotto le rovine, ndr) ... il suo nome è Abu Rashid, suo figlio è Jamal, su una sedia a rotelle”».
Il giorno in cui sono arrivata su un autobus blindato e poi con un nagmash (un mezzo corazzato simile a un carro armato) dentro il campo di Jenin c’era un terribile vento di Hamsin, 35 gradi all’ombra. Era martedì 15 aprile, tredici giorni dall’inizio dell’operazione. Ho visto anch’io la disperazione dei residenti di Jenin, donne e ragazzini, e sullo sfondo, lontano, dietro un velo di sottile polvere bianca, uomini che si aggiravano come fra le quinte. Una tragedia, sì, era avvenuta, e certo era innanzitutto la tragedia dei morti palestinesi, militanti, donne, civili: fino a quel giorno ammontavano a 39; era anche la tragedia dei 23 riservisti israeliani uccisi nel campo, medici, contadini di kibbutz, avvocati, bottegai. È vero, come ha detto l’inviato dell’Onu Terje Larsen, che «it looks like an earthquake»; verso la piazza sita nella parte bassa della città, lungo la strada dove la battaglia è stata più terribile, aumentano le rovine fino a che si accumulano in una orribile, alta collina bianca. Jenin nella parte distrutta, stringe il cuore per i residenti fuggiti o all’ospedale, per i morti civili, le povere vite distrutte in un vortice, per quel pomposo sofà rosso che è rimasto sospeso in una casa spezzata in due, per le urla delle donne che indicano il sottosuolo, spiegano che mancano il cibo e l’acqua, raccontano tragiche storie personali. Quella zona distrutta, tuttavia, copre fra l’8 e il 10% del campo profughi, ed è l’area che si vede alla tv; il resto è in piedi, alcuni alberi nei giardini seguitano a colorare con i loro fiori l’aria di aprile. I cittadini del campo profughi sono circa tredicimila, si dice. Ma gli israeliani sostengono che al momento in cui la battaglia ha preso il via (fra martedì 2 e mercoledì 3 aprile), gran parte delle famiglie sono fuggite o sono state messe al sicuro in villaggi vicini, cosicché di fatto nel campo non c’erano che poche migliaia di persone, militanti e civili, con cui l’esercito ha avuto a che fare.
Prima ancora che i soldati raccontassero di aver combattuto «una delle battaglie più difficili della storia d’Israele», ho camminato per le strade, notando che le rovine crescono via via che si arriva alla piazza: all’inizio infatti lo scontro andava di porta in porta, la distruzione era molto minore, le vittime poche. Ma gli israeliani seguitavano a morire in maniera subitanea e imprevista, fra gli scoppi di una quantità di mine situate ovunque, a causa di agguati nei cortili e dentro le porte, per l’audacia di persone imbottite di tritolo o con una qualche bomba in mano. Il rischio era enorme, gli elicotteri cercavano di eliminare i nidi di sniper con colpi diretti a determinate finestre, ma di fatto le tecniche consuete non aiutavano contro una schiera compatta e ben protetta di uomini che avevano programmato una battaglia di tipo nuovo. Quando gli israeliani hanno perso tredici uomini tutti insieme a una settimana dall’inizio della battaglia, allora hanno capito che avevano sbagliato la previsione: il campo profughi di Jenin non è un campo profughi, è una fortezza in cui da tempo si concentrano gli sforzi per attrezzare tutte le formazioni palestinesi alla guerra, per offrire un retroterra agli attentati. La cosa più nuova nella mia esperienza giornalistica, è stata l’enorme quantità di booby traps che ho visto su una distanza di pochi metri, un percorso di esplosioni pronto per l’attacco nemico: nel mezzo delle strade, nei muri delle case, al lato nelle fogne. Molte di questi buchi minati erano collegati da vari fili bianchi di plastica, che salivano poi dentro le case o entravano nei giardini, e che connessi a un congegno elettrico, facevano detonare le mine una dopo l’altra. Su una di queste, una bottiglia di metallo coperta di polvere bianca, ho quasi messo un piede, trattenuta all’ultimo minuto da un soldato che poi ha avvertito gli altri giornalisti di non avvicinarsi. «Ora capisce perché non abbiamo lasciato entrare subito i soccorsi?» ha chiesto, per difendersi dall’accusa di aver causato con i lunghi divieti a ambulanze, umrwa, un disastro umanitario. Ha anche aggiunto che comunque l’esercito aveva offerto aiuto medico, rifiutato. Che quando i soldati portavano nei vicoli le taniche di acqua, gli sparavano, e che quindi hanno dovuto buttare nelle case bottiglie d’acqua rotolandole a destinazione. Ma alcuni malati e vecchi si sono lasciati curare e trasportare, mi racconta un ufficiale, e aggiunge che è stato difficile per lui, subito dopo la morte dei suoi compagni, prendersi cura di un ventenne che aveva il simbolo della Jihad tatuato sul braccio e lo guardava con occhi «fiammeggianti d’odio». Alla domanda se fosse vera la voce delle fosse comuni, la reazione dei soldati è sempre stata scandalizzata, così come scandalizzato era in generale il tono delle riserve quando è stato chiesto loro conto di un eventuale massacro: «Abbiamo combattuto con una mano legata dietro la schiena una battaglia che avremmo potuto vincere in poche ore, specie se avessimo usato gli aerei, come gli americani. Invece, il timore di colpire la popolazione ci ha fatto scegliere la battaglia casa in casa. Percorrevamo 100 yards al giorno, a ogni porta rischiavamo la vita, è incredibile quello che abbiamo trovato. Un terrorista suicida ha fatto finta di arrendersi e si è fatto saltare per aria su di noi aprendo le braccia». I soldati non erano pronti: l’esplosivo era dentro i frigoriferi, nei gabinetti, nei tubi dell’acqua, sotto il letto, gran parte era confezionato in casa con materiali chimici per l’agricoltura. Il tentativo, fin dal primo momento è stato quello di rastrellare i terroristi dalla periferia verso il centro, di raccoglierli in piazza e arrestarli. In parte è riuscito: tre dozzine si sono consegnati all’undicesimo giorno. Ma prima di questo, Israele ha cambiato strategia, è qui che è nato il sospetto internazionale: quando il martedì 9 i tredici riservisti sono stati uccisi tutti insieme, allora sono entrati in funzione i bulldozers. E hanno buttato giù le case in cui si sospettavano pesanti agguati. Dice Amira Hass, che una famiglia palestinese le ha raccontato che il bulldozer ha urtato potentemente una casa, il padrone è venuto fuori a protestare e la distruzione è stata fermata. «Abbiamo dato sempre molto tempo per uscire dalle case - spiegano i soldati - nessuna casa è stata abbattuta senza che ci fossero stati molteplici avvertimenti, noi fermavamo i maschi fra i 15 e i 50 anni, gli altri li lasciavamo andare via». I fermati sono stati 700; fra questi, Tabah Mardawi, uno delle tre dozzine che si sono arrese l’11 aprile, un attivista della Jihad islamica, che ha mandato undici terroristi suicidi e che è responsabile, secondo fonti israeliane, per l’assassinio di venti israeliani e il ferimento di altri 150. Ha cominciato la sua attività terroristica nel 1994 e ha già passato quattro anni in prigione. Ha raccontato nella sua deposizione che ha fatto saltare in aria a Jenin delle bombole di gas causando la distruzione di svariate case. Ancora non si sa quante case sono saltate in aria perché erano booby trapped. Dice il generale Eyal Shlein di servizio sul luogo: «Una persona equilibrata non mina la sua casa con l’intento di tornarvi». Shimon Peres ha aggiunto: «Non c’era una sola casa che non fosse minata. E non c’era modo di neutralizzare il pericolo senza demolire le strutture. Abbiamo anche incontrato uomini con cinture esplosive che alzavano le mani in segno di resa mentre cercavano di andarsi a far detonare in mezzo ai soldati».
Jenin ha avuto sempre un tragico destino anche se la ridente zona in cui sorge, nel verde della Galilea, potrebbe prometterle ben altro. Non posso dimenticare una giornata di primavera (come questa in cui l’ho visitata su un nagmash e poi con una giacchetta blu antiproiettile) al tempo dell’accordo di Oslo. Fra la gioia di tutti i palestinesi, se ne andavano gli israeliani, arrivava l’Autorità palestinese. Intervistai fra gli altri, un avvocato: un tipo moderno, con i baffetti, che indossava una maglietta azzurra col coccodrillo sul cuore. Gli chiesi dei suoi programmi per il futuro, e dopo averne un po’ parlato in modo lieve e speranzoso, si fece pensoso: «Mia moglie - mi confidò - non è d’accordo con me. Ultimamente si dedica alle opere di bene con Hamas, si occupa di vedove e di bambini, si è messa di nuovo il velo e il vestito lungo...». «Proprio ora?» gli chiesi. Rispose che quella scelta lo riempiva di ammirazione, che cercava il coraggio di seguirla nella religione e nella cura dei poveri invece di avviarsi per la fuggevole strada del successo e della tranquillità. Fra le rovine ho pensato molto a quell’episodio. Tutta la gente di Jenin in quel momento era in piazza con la banda; si cominciava a costruire edifici nuovi, banche, negozi. Eppure il suo destino era segnato, l’influenza della sua appartenenza politica estrema si vedeva in filigrana nella scelta antimodernista della signora; al lato della cittadina giaceva infatti quel campo profughi creato nel 1953, in cui un numero di agenzie qualificate avrebbero dovuto, coordinate dall’Unrwa, fornire non solo sollievo e assistenza fisica, ma speranza, spinta alla riabilitazione e a una vita libera. Ma le persone, le organizzazioni internazionali umanitarie che in tutti questi anni hanno avuto cura dei profughi, invece di tentare di risolvere il problema ne sono diventati parte integrante. Se Jenin è diventata una fortezza, lo si deve anche a loro. In nome di quel concetto così ampiamente accettato che è l’autodeterminazione, i funzionari dell’Unrwa e quanti altri hanno a che fare con i profughi nei campi, accettano le direttive della base; ovvero, di fatto accettano le direttive delle leadership attuali. È così che nel campo profughi di Jenin i libri di testo sono sempre stati pieni di parole di odio contro gli ebrei, che gli shahid sono adorati e imitati, che la moralità pubblica si basa sulla guerra e non sul sogno della pace, su ogni bugia che possa definirli solo come odiosi occupanti decisi a restare tali per sempre. Per esempio nel campo profughi di Deheishe, dove ho potuto verificarlo personalmente, nessuno sa che Arafat ha rifiutato le larghissime proposte di Barak: credono che il raiss sia stato ingannato e tradito dagli israeliani.
Jenin ha subito un destino iniquo: i suoi abitanti - profughi, come gli altri negli altri campi profughi, ma con una militarizzazione maggiore dovuta a circostanze specifiche - sono rimasti cinquant’anni prigionieri delle organizzazioni che avrebbero dovuto tirarli fuori di là. Ci sono 27 campi profughi nello West Bank e a Gaza, e altri 32 in Giordania, Libano e Siria. Solo nel 2001, l’Unrwa ha speso 310 milioni di dollari nei campi. Adesso, secondo rispettabili accordi internazionali, chiede i danni per ripagare il disastro di Jenin. Ma chi pagherà i danni per il disastro strutturale e umano che ha fatto di quel campo e di quasi tutti gli altri non un’accolita di persone da sostenere, ma un mondo da organizzare per la lotta e per il terrorismo suicida? Chi pagherà i danni per lo spreco delle vite, quelle perdute a sedere sulla polvere senza speranza, quelle sprecate in una lotta senza fine per un obiettivo che Arafat avrebbe potuto ottenere senza guerra, del campo profughi di Jenin?

 

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