Trecentocinquantamila abitanti in continua diminuzione dopo il boom del mezzo milione negli anni Sessanta; nove milioni di visitatori annui nei 58 musei, 358 alberghi con 24 mila letti e almeno altri quattro grandiosi hotel in preparazione, 16.849 negozi al dettaglio, 4807 tra bar e ristoranti, 135 mila dipendenti del terziario, 57.931 iscritti all’università di cui 30 mila non residenti, 20 mila iscritti a facoltà come scienza della formazione e architettura che aprono poche possibilità di lavoro. Un pendolarismo che vede l’affluenza quotidiana di quasi 300 mila persone. Questo è quanto dicono alcuni fondamentali rilievi, che possono essere assunti quali fotografie di un’antica metropoli dal destino incerto. Disneyland di lusso o tesoretto imbalsamato? Queste sembrano le possibili definizioni. D’altronde. «Una città soddisfatta». Titolava un suo capitolo il «Piano Strategico per l’area fiorentina» redatto alla fine dello scorso anno da seri studiosi. I quali notavano con ottimismo come «il profilo borghese e gli elevati livelli di istruzione trovino testimonianza nei comportamenti culturali di svago e consumo». Si affermava poi come si leggano molti giornali, si vada in vacanza, e insomma come la Firenze, amministrata fin dal 1975 da giunte di sinistra, (e del resto i governi di sinistra sono sempre stati al potere in Regione), «non subisca transizioni traumatiche, non sia coivolta troppo nella sfera politica». E così via. Però, anche se le considerazioni ufficiali continuano a essere ottimiste, anche se le cifre relative agli scambi monetari rassicurano sulla continuità del popolo grasso e sulla stabilità delle leve di potere, tutte o quasi, in mano di personalità accuramente vagliate dai vertici politici, questa non è una città da definire soddisfatta, sicura di sé, in equilibrio tra passato e presente. Perché? Lasciamo da parte, anche per provata incompetenza mia, le ragioni del grande dolore provocato dalla retrocessione della Fiorentina e da tutta la disgustosa vicenda del patron Cecchi Gori - ma ancora non si è fatto avanti nessun imprenditore fiorentino disposto a rilevare la squadra, altro segnale negativo della sensibilità di Firenze. È, questa della Fiorentina, per tutti noi, una ferita grossa, sulla quale anche i politici seri dovrebbero indagare. Vediamo piuttosto gli altri motivi di sofferenza, motivi strutturali, quali quello della mancata trasformazione dei sistemi di trasporti, e motivi occasionali, quali quello dell’annuncio dell’adunata del Social Forum.
Partiamo appunto da questa incombente impresa politica. La notizia ha preso forma il 7 aprile 2002, rimbalzando dal congresso di Rifondazione Comunista tenuto a Rimini, si è vestita di contorni più precisi durante l’intero mese di aprile, adornandosi di polemiche varie fra le quali una piccola crisi della giunta comunale. Infine il sindaco Domenici le ha dato un’ambiziosa veste istituzionale il 29 aprile in Palazzo Vecchio. I dati ufficiali al momento erano questi: alla fine di novembre, per quattro-dieci giorni almeno, il Social Forum porterà a Firenze 8-10 mila persone per discutere di globalizzazione e antiglobalizzazione. Bisogna subito segnalare come gran parte degli abitanti della città abbia reagito e stia reagendo con stupore e spavento alla prospettiva dell’arrivo dei seguaci di Casarino e Agnoletto che potrebbero muoversi con obiettivi e metodi simili, se non proprio uguali, a quelli che hanno sconvolto Genova nella scorsa estate. Difficile, davvero, capire i motivi che hanno spinto e spingono il prudente sindaco Leonardo Domenici ad accettare e rilanciare la proposta partita dal presidente della Regione Toscana Claudio Martini. Per Martini la spiegazione è più facile: già più volte si è messo alla testa di cortei e incontri di no global e simili, ospitandone gruppi anche nella tenuta di San Rossore prima di Genova; è andato con una sua delegazione a Porto Alegre; lega spesso e volentieri il suo prestigio a giovanilistiche ambizioni di pacifismo. Alla fine, global o no, in un gran gioco a Firenze lui non rischia nulla. Più difficile valutare la mossa di un sindaco che usa prudenza, educazione e simpatia per tenere legata la città che, sì lo ha votato, ma... con il 51,68% a fronte del quasi 60 riscosso dal precedente sindaco di sinistra.
Politologi e politici spiegheranno quella che potrebbe essere definita una diversa ipotesi di elettorato verso una giovane ultra sinistra. Comunque alla fine della primavera non è azzardato definire disastrosa l’impressione che buona parte della città riceve dalla prospettiva di queste migliaia di persone che per vari giorni dovrebbero asserragliarsi nella Fortezza da Basso, vicino alla stazione ferroviaria, con uscite sui viali di accesso e uscita al cuore del centro, non senza mettere in giro cortei, dibattiti, incontri nei ristretti spazi secolari dove la vita deve per forza arrestarsi, anche oggi, per la più modesta manifestazione di scolari. Diecimila previsti in un primo tempo sembrano dover essere molti di più, se già ora le cronache locali implorano: «5 mila no global cercano un letto», avendo constatato come gli alberghi, al massimo, offriranno 5 mila posti. Intanto, mentre quaranta associazioni toscane sono impegnate nel lavoro organizzativo, che prevede tra l’altro l’arrivo di 700 traduttori volontari dalla Francia, l’arcivescovo di Firenze Antonelli promette collaborazione e affida a don Momigli l’organizzazione di seminari ad hoc. «Non si capisce perché una città come Firenze debba ospitare un evento che non si addice alla sua morfologia e alla sua architettura» dice Paolo Soderi, presidente di Confcommercio, che continua: «E dico no alla manifestazione non per ragioni ideologiche, ma perché conosco la città e il territorio che ha attorno». L’editore Giovanni Gentile: «È un errore per mille ragioni intuitive e ovvie. Ci vedo una sorta di provocazione nel volere andare in città così delicate». Il soprintendente speciale per i beni artistici, Antonio Paolucci: «Trovo inopportuno fare una manifestazione del genere in una città delicata e preziosa in ogni suo punto esterno e interno». Il soprintendente ai beni architettonici Mario Lolli Ghetti si domanda: «Dove metterli a dormire e mangiare e passeggiare, in riva all’Arno?». Più possibilista Franco Cardini, lo storico cattolico: «No a un palcoscenico centrale, ma Firenze ha delle aree ammissibili fuori del centro storico». Davvero disperato l’appello di Franco Zeffirelli: «Ma questa è un’offesa imperdonabile a Firenze. Io considero Domenici un uomo lucido e pulito, mi pare che su certe questioni abbia una gestione illuminata. Non può avallare questo scempio...». E così via. Logico che i giornali che hanno pagine locali, in particolare Nazione, Repubblica e Giornale, sviscerino la questione, e che in particolare il Giornale si faccia portavoce, con articoli e sondaggi, del malessere. Logico che l’opposizione, e in particolare Forza Italia, cavalchi la tigre. Il presidente della Commissione difesa del Senato, Domenico Contestabile, motteggia: «È come invitare Dracula alla festa dei donatori di sangue». L’onorevole Denis Verdini vuole coinvolgere il governo e Scajola in particolare. Nei consigli comunale, provinciale, regionale scoppiano tumulti, ma il sindaco rilancia la prospettiva della conquista di quel palcoscenico internazionale che Firenze persegue da anni con mediocre successo: «Ci saranno appuntamenti e incontri, ospiteremo un dibattito sui grandi temi della Costituzione europea, inviteremo Romano Prodi, avvieremo il dibattito su cosa è la globalizzazione».
Ai primi di maggio gli oppositori del convegno hanno raccolto 5492 firme, potenziano la raccolta, promettono di coprire i muri con foto delle camionette dei carabinieri in fiamme e la scritta: «Firenze dice no». Il prefetto Achille Serra ha preso con i guanti la patata bollente, discutendo per ore le prospettive tecniche del raduno con una variopinta delegazione di no global che andava dalla Fiom Cgil, all’Arci, al movimento antagonista, a Rifondazione. Farà, dice, un gruppo di lavoro per studiare le questioni legate al grande raduno, senza entrare in polemiche politiche. I poliziotti, ancora molto tesi per i fatti di Napoli, dividono dichiarazioni più o meno prudenti a seconda dell’appartenenza ai sindacati di segno diversi. Ma nel frattempo, mentre sostenitori e nemici dei no global riordinano i piani di azione, scoppiano varie distinte grane. Prima grana: il signore che avrebbe dovuto gestire la Fortezza da Basso per l’evento grandioso, tale Marco Biagi appena nominato amministratore di Firenze Expo, cioè della Fortezza, rinuncia all’incarico per rimanere all’Ente fiera di Bologna, buttando all’aria tutto il manuale Cencelli delle buone prebende e costringendo a rapide e impegnative ricerche di organizzatori. Seconda grana. Un’importante componente della schiera no global, la Rete Lilliput, grosso insieme di cattolico-ambientalisti, critica aspramente la gestione Agnoletto, autoinvestitosi quale capo di programmi non condivisi. Ma ritorniamo alle analisi strutturali, o parastrutturali... Come sta, come vive la sua vita la città che dovrebbe ospitare, rallegrandosene e traendone beneficio, la grande radunanza novembrina? Altalenando, da un secolo e mezzo, tra il destino di grande capitale culturale erede della grandeur rinascimentale, e il giochetto di una disneylandia di lusso guarnita di marmi secolari quanto da vini e spaghetti, Firenze soffre quotidianamente la sua indecisione. Diventò capitale d’Italia nel 1865, si trasformò e si rivestì di modernismo nei cinque anni prima della breccia di Porta Pia, si ritrovò piena di debiti e con una impressionante rivoluzione urbanistica alla fine del secolo, ma in qualche modo un certo equilibrio dei costumi e uno specifico assommarsi di interessi culturali le diedero un diploma di raffinatezza rimasto valido per tutto il Ventesimo secolo. Il benessere che la portò a raggiungere cinquecentomila abitanti negli anni Sessanta, che diede un bel palcoscenico ai sindaci La Pira, Lagorio, Bargellini e anche al comunista Gabbuggiani, fino al 1975 e oltre, è legato alla costante presenza di un turismo di qualità, sedotto da un secolo e mezzo non soltanto dal cumulo di tesori artistici, dalla magnificenza delle colline tranquille, ma anche dalla originale raffinatezza dei commerci soprattutto di antiquariato e di artigianato.
La forte riduzione della popolazione, da mezzo milione a circa 360 mila, indica, sì, la contrazione delle nascite e l’emigrazione del medio ceto lavorativo, ma segnala il bisogno di mobilità e il rafforzamento dei commerci, caratteristiche che da sole garantiscono la sopravvivenza. Il turismo selvaggio, mordi e fuggi, snatura la città e favorisce soltanto due livelli di scambi. Quello del gran lusso, utile agli azionisti delle griffe, e quello di basso conio, gestito da bancarelle e tappetini. Per vivere con una certa sicurezza, Firenze ha bisogno di due componenti di vita, la cui fisionomia oggi vacilla. Primo: un sistema stradale e dei trasporti che non si ingorghi drammaticamente provocando asfissia, inquinamento, traumi. Secondo: una tutela delle caratteristiche di strade e piazze che davvero assomigliano all’interno di un circo volgare e rumoroso. Partiamo dalle strade, dal pianto continuo che accompagna le vicende del centro, dove sono stati contati fino a 1500 tappetini di clandestini con borse, giocattoli, occhiali, foulards, stampe artistiche eccetera, mentre, quale contrappeso elettorale ma non certo quale rimedio estetico, si moltiplicano le bancarelle di ambulanti «legali» anche nella piazza-ombelico della Repubblica e nelle vie attorno a Pitti e a Palazzo Vecchio. A fronte di 16.849 negozi e a 4807 esercizi che danno lavoro a 60 mila persone, i negozi storici che dieci anni fa erano 200 mila sono ora, ufficialmente 177, compresi in questo numero anche quelli che hanno mantenuto arredi e nome, cambiando però a fondo caratteristiche e proprietà. Via Tornabuoni, via della Vigna e via Strozzi sono il baricentro del turn over che vorrebbe cambiare queste strade in copie conformi delle vie mondiali del lusso. Anche la fondamentale via Calzaioli ha perduto molti negozi prestigiosi, caratteristici per la fisionomia della città, mentre ha miracolosamente resistito il Ponte Vecchio, difeso con forza soprattutto dalla gioielliera Piccini. E via Tornabuoni, con i suoi dintorni, Vigna, Rondinelli, Spada a far soffrire Firenze, e a far temere uno snaturamento pericoloso non soltanto della fisionomia, ma anche della scelta dell’obiettivo cliente. Non soltanto il cittadino medio di Firenze, ma anche il turista raffinato e non miliardario, viene ora escluso dall’ombelico dell’antico buon gusto. Il primo segnale drammatico venne dalla sparizione del magnifico Doney, sono spariti i gioielli di Cascio, la libreria Beltrami, gli intagli in legno, le ceramiche, spariti o trasferiti gli antichi negozi di abbigliamento piccoli o grandi, come Neuber, Principe, Ugolini, il parrucchiere Valentino, il vero e autentico paninaro Procacci, il forno Balboni, le paglie di Paoli, il grande radio-dischi-tv Nannucci. I più recenti colpi al cuore dei fiorentini sono venuti dalla cancellazione dell’antico caffè Giacosa, passato al modaiolo Cavalli, dalla buffa trasformazione della gloriosa Farmacia Inglese in negozio di scarpe. Adesso è prossima la chiusura della più amata libreria, la Seeber, i proprietari della quale, cioè le Messaggerie Italiane, hanno giustamente fatto un buon affare vendendo a quasi trenta miliardi - si dice - i locali storici e arredati che pochi anni prima avevano comprato per dieci. Le chiacchere dicono che la liberia riaprirebbe al posto di un cinema, tra un anno, ma questo non soltanto non è certo, perché non è assicurata la riassunzione dei dipendenti, ma non è neppure tanto importante, ai fini della caratteristica di una strada-centro di cultura. Se tra gli scaffali secolari vanno, come sembra, i pur bei vestiti di Max Mara, se le vetrine diventano come quelle del dirimpettaio Cavalli, enormi specchi identici alle vetrine di New York o Parigi, cosa importa a Firenze la riapertura della libreria?
Misure protettive per le strade storiche non sono state neppure tentate. Forse le leggi attuali le rendevano difficili. Comunque il Comune da anni non tenta misure protettive, sostegni o detassazioni ai commercianti scacciati. Se gli affitti di un negozio si aggirano sui 900 milioni annui, le buonuscite e il rinnovo del contratto, spesso anche estero su estero, cioè con transazioni illegali, ballano tra i 10 e i 20 miliardi. Il piccolo e medio commerciante, che già ha spese insostenibili, lascia inevitabilmente il posto alle grandi griffe, ricche e luccicanti. Il cambiamento visibile e continuo del centro città è il motivo di un’angoscia non dettata soltanto da nostalgia; ma l’altra, e forse più drammatica angoscia, è data dal panorama del traffico, degli accessi e delle soste. L’autostrada che circonda Firenze è stretta, è un cappio che si ingorga di continuo tra le uscite Nord e Sud, con giornalieri tragici incidenti. Gli ingressi in città verso le porte Romana e al Prato sono in continuo ingorgo, il raccordo con la Firenze-Mare provoca ogni mattina code di decine di chilometri. Si invoca da anni la bretella Barberino-Incisa, la Prato-Signa, la variante Bagno a Ripoli-Careggi. Si implora un collegamento rapido, facilissimo da fare, con l’aereoporto di Pisa. Si supplica per avere una metropolitana che congiunga sotto il livello di 13 metri i quartieri centrali con le periferie e i comuni dormitorio, si saluta con attenzione l’avvio delle pratiche per una tranvia che però adesso è sfumata perché gli appalti-concorso erano stati fatti male. Il consiglio di Stato ha bocciato, giustamente, un lavoro pecione di anni e anni. I parcheggi veri e propri sono pochissimi e costosi, perfino i più famosi luoghi panoramici, come il Piazzale Michelangelo e il centro di Fiesole, offrono scarsa e combattuta sosta tra torpedoni e auto. I torpedoni sarebbero in teoria sospinti ai margini della città, ma invece incombono sui lungarni. A dirigere il traffico non si vede mai un vigile urbano, in compenso schiere di giovani vigilesse vengono sparse un po’ a caso a distribuire multe tra le soste in doppia fila o fuori riga, ma né mezzi motorizzati, né braccia, gambe e cervello vengono mai usate dalle guardie municipali per alleggerire il traffico.
Le questioni di cui finora si è parlato si possono considerare fenomeni sovrastrutturali. Ma quanto c’è di rassicurante, e per contro di preoccupante, nella struttura della città, tanto da far considerare pericolosa ogni scossa? In sostanza questa è una città relativamente ordinata e pulita, ospedali, assistenza, ordine pubblico, funzionano secondo una buona media, e l’attenzione all’urbanistica se non è riuscita ad avviare opere di fondamentale necessità è peraltro riuscita a evitare disastri, brutture, sfregi comuni ad altri centri. Quindi non è una città allo sbando. Ma quali segni organici di decadenza si scorgono? Alcuni di questi argomenti andrebbero analizzati da studiosi della materia. Così le notizie relative alla povertà dei programmi musicali, o la decadenza del mercato di arte contemporanea che ha visto sparire o trasferirsi quasi tutte le gallerie private, così l’assenza di architettura attuale, così le caratteristiche delle facoltà universitarie, o la modestia dei programmi di conferenze e dibattiti organizzati dal Gabinetto Viesseux, Comune o enti vari. Tentiamo comunque uno scarno elenco. Cominciamo dall’informazione. Il secolare glorioso quotidiano La Nazione, che negli ultimi decenni del secolo scorso tirava circa 270 copie, ora assimilato agli altri quotidiani del gruppo Monti-Riffeser, vende circa 120 mila copie, ha una veste completamente diversa, e pur conservando al suo interno valorosi professionisti, rinuncia a pretese culturali cosmopolite, a pretese di peso politico, si attiene a itinera di modesta, dignitosa cronaca locale. Pagine locali vengono fatte, con impegno anche battagliero, tanto da Repubblica quanto dal Giornale o dal Corriere di Firenze che esce a panino con la Stampa, ma è chiaro che nessuna di queste pur pregevoli pubblicazioni ha peso nazionale o internazionale. Come non hanno peso la regionale Rai, o le radio tv private. Non molti anni fa Radio Firenze era centro di produzione culturale e di intrattenimento serio. Tutto cancellato dai recenti padroni di viale Mazzini. Se il Corriere della Sera ha abbandonato il progetto, già in avanzata fase, di fornire, come già fa in Campania, un quotidiano toscano, ci sono evidentemente ragioni non solo economiche. Quella di Firenze viene considerata una piazza poco interessante, dal punto di vista politico poco influente per mille ragioni. Poco interessante come centro editoriale, da quando ha perduto Sansoni, La Nuova Italia e Lemonnier, trasferiti a Milano. Poco originale come teatri di prosa, complessi musicali e così via... Poco interessante dal punto di vista della musica classica, anche se la Scuola di musica di Fiesole si batte valorosamente per i suoi primati didattici, se gli Amici della Musica continuano nei loro pregevolissimi programmi settimanali per poche decine di persone, uguali ad altri organismi del genere, se l’Orchestra regionale offre ottimi ma relativamente rari incontri. Il Comunale, che è poi il padre del Maggio, si dibatte in difficoltà varie. Avrebbe bisogno di un auditorium nuovo, i suoi programmi sono discontinui e non segnati da continuità di intenti: soltanto la vigile, eroica presenza di Zubin Mehta e di una meravigliosa orchestra reggono all’incombente distacco del grande pubblico (le vendite di biglietti in inverno sono cadute fino al 20%), al disinteresse della grande critica. I titoli dello stesso Maggio sono pochi e non ghiotti per il medio ascoltatore, i buchi del bilancio e i mutui in essere hanno fatto perfino prospettare la proposta, poi caduta, di un distacco amministrativo del Comunale dal festival che lo ha fatto famoso.
I musei e le mostre continuano ovviamente a costituire lo scheletro del corpo fiorentino. Le affluenze sono sempre ottime, nonostante le Twin Towers; le code attorno agli Uffizi, al Battistero, all’Accademia che contiene il David, continuano ad apparire preoccupanti, assordanti, nonostante i tentativi di organizzare le prenotazioni: insomma il Rinascimento continua a nutrire le bocche dei fiorentini. Ma nutre anche la loro fisionomia culturale? No, non si vede nessun nutrimento culturale per la città. Una sola mostra, organizzata del resto da un comitato italo-americano, sembra offrirsi come nutrimento, ed è quella che da giugno vede Palazzo Strozzi riempirsi dei riflessi della cultura michelangiolesca. Per il resto siamo al casuale. Siamo, forse, al sospetto di una non organica vita delle soprintendenze e delle direzioni dei musei, oggi spaccate da discordie o incomprensioni, dai lavori agli Uffizi che non camminano, dai progettati trasferimenti o impianti di porte che suscitano contrasti e sofferenze, siamo al ricorso a mostre di mediocre impatto, quale quella sui tesori orientali intitolata pomposamente Islam, o quella sui pezzi conservati in deposito. Soltanto l’incontro su Giotto, un anno fa, ha avuto dignità maiuscola, in una città che di continuo dovrebbe rivelarsi visivamente centro di approfonditi rilanci. Questa incompleta analisi della realtà fiorentina ha preso l’avvio dalla notizia del convegno novembrino del Forum non perché, di per sé, l’incombente invasione sia tanto importante, ma perché in un panorama rattristato da un’evoluzione non degna di gloria, eppure scosso ogni tanto da ambiziosi proclami di pretesi primati, ben diverse dovrebbero essere le notizie. Ben diversi dovrebbero essere gli impegni di un potere sempre più avvolto su se stesso, sui suoi giochi, sulle sue mode. Insomma, ben altro merita Firenze.