La recente dichiarazione del Ministro della Difesa Antonio Martino a favore della liberalizzazione delle armi ha fatto discutere e ancora di più farà discutere se si dovesse passare dalle dichiarazioni ai fatti, ossia alla riforma del sistema che attualmente regola il cosiddetto porto d’armi. Ciascuno valuti come meglio crede l’opportunità di una tale (eventuale) riforma. Personalmente non credo che rientri tra i problemi che assillano di più i cittadini italiani. Aggiungo però che, se lo fosse, ne sarei preoccupato, per almeno due ordini di motivi strettamente connessi tra loro: il primo riguarda il significato che dobbiamo attribuire a un bisogno di sicurezza che chiede di essere soddisfatto facendo ricorso alle armi; il secondo riguarda invece lo Stato e la sfiducia nei suoi confronti che sarebbe implicita nella rivendicazione di «difendersi da soli». A scanso di equivoci, vorrei dire subito che la questione di cui stiamo discutendo non mi sembra che chiami in causa necessariamente la liberalità o l’illiberalità di una cultura politica. Si può essere liberali e favorevoli a una eventuale liberalizzazione del possesso d’armi, adducendo anche buoni argomenti (vedi l’articolo di Carlo Stagnaro). Ma si può essere, così almeno credo, anche liberali e contrari, adducendo argomenti di altro tipo e, spero, altrettanto validi. Comprendo, in altre parole, che in determinate circostanze si possa rivendicare il diritto a difendere con le armi i propri diritti. Ma un conto è, poniamo, il diritto di tenere un’arma in casa o in negozio, altro conto è girare armati per strada; un conto è usare le armi per difendere la nostra incolumità o quella dei nostri figli, altro conto è usarle perché vediamo minacciata la nostra identità culturale (è anche questa un diritto, ma non mi sembra che ci autorizzi a sparare a tutti gli stranieri che incontriamo nel nostro quartiere). In ogni caso resto dell’avviso che una civiltà cristiana e liberale non necessariamente ha bisogno di liberalizzare il porto d’armi. La sicurezza è certo un bene prezioso, ma è anche un bene complesso, la risultante di molti fattori, che hanno a che fare con la fiducia tra i cittadini e tra i cittadini e le istituzioni, con il benessere diffuso, con la libertà, la responsabilità, il senso del bene individuale e del bene comune, la certezza del diritto, quindi delle pene, l’efficienza degli organi di polizia nel perseguire i reati, e si potrebbe continuare. Per questo mi sembra che voler soddisfare l’eventuale crescente bisogno di sicurezza liberalizzando il porto d’armi sia da considerare una scorciatoia, un modo drastico di ridurre complessità, i cui effetti non è detto che vadano necessariamente nella direzione auspicata. Se la Svizzera è uno dei luoghi più tranquilli del mondo, non lo è certo perché i cittadini hanno una grande libertà di armarsi. Meglio dunque seguire altre strade.
Non sono tra coloro che considerano l’autodifesa armata come illegittima in linea di principio o addirittura segno di barbarie. Come ho già detto, comprendo bene che un cittadino rivendichi il diritto di tenere in casa o in negozio una pistola per difendersi dai delinquenti. Se penso però che un normale cittadino gira armato per strada perché teme gli scippatori, la cosa mi preoccupa almeno tanto quanto gli scippi. Per strada preferirei vedere qualche poliziotto in più; sperare che, se qualcuno mi aggredisce, il passante distratto è pronto a correre in mio aiuto. Ma non mi va proprio l’idea di vedermi puntare una pistola solo perché magari, nella fretta, ho urtato qualcuno che, impaurito, ha temuto il peggio. Se è vero che la sicurezza è quel bene prezioso e complesso nel senso che dicevo, un bene che interessa l’«ethos» stesso di una comunità, i suoi valori più profondi e quindi le sue istituzioni, a cominciare da quelle educative, non ho difficoltà a riconoscere che tra questi valori possa o, addirittura, debba esserci anche la determinazione a difendere con le armi i propri diritti. Ma, paradossalmente, proprio il fatto che una comunità si sta sfilacciando nei suoi valori e nelle sue istituzioni, dando luogo a una crescente insicurezza, potrebbe rappresentare l’argomento migliore contro l’eventuale provvedimento di liberalizzazione delle armi, la prova che non è il momento più opportuno per attuarlo. Per quanto sia attratto anch’io dall’idea di uno «Stato minimo», che vorrei però anche forte abbastanza da far rispettare il diritto e la giustizia, in materia di liberalizzazione del porto d’armi mi sento fautore di una sorta di principio di sussidiarità rovesciato: dove è plausibile che non possano arrivare i poliziotti, si lasci ai cittadini che lo vogliono la libertà di armarsi. Ma, ad esempio, nei luoghi pubblici, per strada o all’università, salvo rarissimi casi, proibirei che qualcuno possa girare armato semplicemente perché si sente una «vittima potenziale». In potenza, infatti, siamo tutti sia vittime sia criminali. Accettare quindi che sia lo Stato a detenere gran parte del monopolio della violenza legittima non significa necessariamente fuggire dalle proprie responsabilità, pretendere che i poliziotti corrano quel rischio della vita che non siamo disposti a correre noi stessi; potrebbe significare ad esempio, da un lato, la consapevolezza che lo Stato di diritto nasce precisamente con tale monopolio (questa era almeno l’opinione di Kant) e, dall’altro, la volontà di far sì che l’inevitabile uso della violenza legittima non sia inficiato (o lo sia il meno possibile) da elementi istintivi, passionali, sproporzionati che lo renderebbero sicuramente più «irrazionale». In quanto ultima ratio, è bene non dimenticarlo, la violenza sta sempre a indicare il fallimento della ragione. Non a caso la tradizione del pensiero e della prassi liberale si presenta su questo punto tutt’altro che univoca, oscillante cioè tra il rispetto del diritto dei cittadini all’autodifesa e il timore dell’«irrazionalità» che tale diritto potrebbe portare con sé. In Svizzera abbiamo un esempio di liberalizzazione pressoché totale del possesso di armi; in Inghilterra abbiamo l’esempio opposto, un Paese dove persino i poliziotti vanno in giro disarmati. Per quanto mi riguarda, fatto salvo il principio sacrosanto secondo il quale lo Stato non dovrebbe intromettersi laddove i cittadini sono in grado di cavarsela da soli, convinto altresì che questa non intromissione rappresenta l’esito di un lungo processo sempre esposto al pericolo di ritornare indietro a forme più o meno illiberali di paternalismo, non mi dispiace affatto che su una materia come il possesso di armi esista una regolamentazione rigorosa da parte dello Stato. Rinunciare all’idea di difendersi da soli mi sembra in fondo, non un segno di vigliaccheria né un’imposizione, ma una scelta razionale, una prova di fiducia nei riguardi dello Stato, che risulterà tanto più ben riposta, quanto più avremo la sensazione di vivere in condizioni di sicurezza e di libertà. Armarsi in tempo di pace, con la speranza di fronteggiare meglio le nostre profonde insicurezze, potrebbe anche rappresentare un cedimento a quel «brutto potere» che, di nascosto, «ascoso», in modo meccanico (occhio per occhio...), da sempre aspira a dominare le vicende umane: la bruta natura. La quale trionfa tutte le volte che la ragione rinuncia a se stessa.