Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Se dobbiamo dar retta alla saggezza popolare, il ministro della Difesa Antonio Martino si trova in ottima compagnia. Sebbene le sue recenti dichiarazioni a favore della liberalizzazione delle armi abbiano sollevato un vespaio di polemiche, egli non ha fatto altro che schierarsi con John Locke, Thomas Jefferson, Cesare Beccaria, Frédéric Bastiat, Carlo Cattaneo, Murray N. Rothbard. Prima di loro, molti altri - da Aristotele a San Tommaso - avevano proclamato il diritto all’autodifesa. Lo stesso Gesù ha detto: «Chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una» (Luca 22: 36) e, secondo Gandhi, «tra tutti i misfatti della dominazione inglese in India, la storia marchierà la legge che ha privato un’intera nazione delle sue armi come il più nero». Per contro, i peggiori criminali della storia (da Adolf Hitler (1) a Josiph Stalin) stanno tutti dall’altra parte della barricata. Disarmare il popolo, come ha dimostrato Gianfranco Miglio (2), è un passo essenziale per renderlo schiavo - e viceversa, un popolo armato è generalmente un popolo libero: la storia elvetica lo testimonia. «La legislazione restrittiva in materia di possesso di armi ha disarmato quanti obbediscono alle leggi, non ha disarmato i delinquenti», ha dichiarato Martino ai microfoni di Radio Radicale. Rispondendo alla domanda di un ascoltatore a proposito del Secondo Emendamento (3) (che negli Stati Uniti garantisce ai cittadini il diritto di detenere e portare armi), ha proseguito: «Sfidando il senso comune dei benpensanti, devo dire che sono perfettamente d’accordo. Quando sono state introdotte queste restrizioni io non ho visto file alle questure di mafiosi che consegnavano la lupara o di terroristi che consegnavano il kalashnikov. Ho visto ufficiali in pensione che consegnavano la pistola d’ordinanza. Noi abbiamo disarmato quelli che obbediscono alla legge e, di fatto, abbiamo finito con il lasciare armati quelli che non obbediscono alle leggi» (4). Le reazioni non si sono fatte attendere. Un coro di critiche si è riversato sul ministro. Giornalisti, intellettuali e politici hanno fatto a gara a spararla più grossa. Il sociologo Domenico De Masi ha definito «assurda» la proposta di Martino. A conferma della propria tesi, egli ha affermato che «la popolazione americana è quasi cinque volte quella italiana ma quella carceraria negli Usa è 36 volte più grande di quella del nostro Paese» (5). Si potrebbe ribattere che non vi è nulla di sconvolgente nel fatto che, nella nazione a stelle e strisce, i criminali siano rinchiusi in prigione. Se Massimo Gramellini ha previsto che in «un Paese di isterici come il nostro» la liberalizzazione delle armi «si tradurrebbe in una catena di futili lutti» (6), Alberto Mingardi si è schierato a favore del ministro della Difesa: «L’idea che i cittadini possano difendersi da soli, cioè: l’idea che i cittadini possano difendersi, è vista come il fumo negli occhi da parte di tutte le forze politiche… Sulla libertà di armarsi si gioca un derby civiltà-barbarie. Antonio Martino gioca nella squadra della civiltà» (7).
Le idee…
Due millenni di tradizione cristiana e qualche secolo di pensiero liberale si sono tradotti soprattutto in una convinzione: che ogni uomo, in virtù del semplice fatto di essere nato, abbia dei diritti - «naturali», diranno i laici, o «donati da Dio», secondo i cattolici. Tra questi diritti vi sono la vita, la libertà e la proprietà. Si tratta di diritti «negativi», che possono cioè essere riassunti ed espressi in una sola frase che è, al tempo stesso, principio giuridico e precetto morale: «nessuno può legittimamente aggredire la persona o la proprietà altrui». Avere dei diritti significa anche mantenerli e quindi, se del caso, difenderli. Come spiega Rothbard, «dire che qualcuno gode del diritto assoluto sopra certi beni, ma non ha diritto di difenderli contro l’aggressione o l’intrusione, significa dire che egli non gode di un diritto totale su quegli stessi beni» (8). Le armi da fuoco sono meri strumenti che possono essere impiegati a tale scopo - e, in questo senso, sono estremamente egualitari. Una pistola dà al debole una chance di vincere contro il forte, alla donna indifesa una possibilità di resistere a una banda di aggressori, a un anziano l’opportunità di battere un giovane malfattore. La libera circolazione delle armi, dirà qualcuno, permette senza dubbio tutto ciò, ma agevola anche i criminali a compiere il loro «mestiere». Questo non è vero. In primo luogo, le leggi che limitano il diritto di possedere o portare armi vengono rispettate dai cittadini onesti. È però ingenuo (e smentito dall’esperienza) credere che anche i delinquenti lo facciano. Essi sono disposti a infrangere norme ben più importanti di queste (per esempio, quelle che vietano il furto o l’omicidio). Inoltre, l’affermazione che le armi «producono» violenza è priva di senso. Le armi sono semplici oggetti: non hanno alcuna arcana influenza su chi le possiede. Sono gli uomini a decidere se usarle o no - e se impiegarle per compiere il male o il bene. Nelle parole di Rothbard, «dovrebbe essere chiaro che nessun oggetto fisico è di per sé aggressivo; qualsiasi oggetto, sia esso una pistola, un coltello o un bastone, può essere usato per aggredire, per difendersi o per molti altri scopi che nulla hanno a che fare col crimine. Non è più logico proibire o limitare il possesso di pistole di quanto lo è proibire il possesso di coltelli, mazze, spilloni o pietre» (9). In altri termini, il colpevole di un delitto non è l’arma, ma chi la usa. D’altro canto, se anche fosse possibile dimostrare che le armi «producono» violenza, da questo non seguirebbe logicamente che ne deve essere limitata la circolazione. Questa argomentazione - che in genere riposa su statistiche più o meno attendibili - suona grosso modo così: «Se le armi vengono liberalizzate, allora i criminali saranno di più e più violenti, quindi è meglio mantenere l’attuale legislazione proibizionista». Questo, però, significa sostenere che i diritti dei cittadini onesti dipendono e sono limitati dal comportamento e dal numero dei delinquenti (10).
Il vero punto non è se una società armata sia più o meno violenta di una disarmata. Tentare di dare una risposta generale a questa domanda non ha più senso di chiedersi se sia meglio la vaniglia o il pistacchio. La domanda cruciale è: ha il governo il diritto di disarmare le potenziali vittime di un’aggressione? Ha il governo il diritto di sottrarre alle vittime la possibilità di difendersi? I liberali, da sempre, hanno scosso il capo in segno di disapprovazione. Del resto, chi risponda affermativamente si trova davanti a un doloroso equivoco. Disarmare una persona onesta sulla base della convinzione che un’arma nelle sue mani sia un oggetto potenzialmente pericoloso significa ritenerla un potenziale criminale. Affermare che, per ottenere il porto d’armi per difesa personale, egli debba dimostrare di averne «bisogno» e di essere in possesso di certi requisiti significa ritenere che un normale cittadino (ogni normale cittadino) sia colpevole fino a prova contraria. Le leggi contro il possesso di armi, osserva Stephen P. Halbrook, probabilmente il maggior esperto americano in merito, creano una moltitudine di «crimini senza vittime, cioè puniscono il mero possesso e non l’uso criminale delle armi da fuoco, e lo fanno attraverso una restrizione preventiva e la confisca delle armi prima ancora che un crimine venga commesso (è evidente il parallelo con la carcerazione preventiva)» (11). Vi è, infine, chi ritiene che i cittadini non dovrebbero armarsi poiché è compito della polizia combattere il crimine. Questa è un’obiezione irrazionale: sarebbe come sostenere che nessuno può comprare libri di cucina perché esistono già i ristoranti, o che nessuno può giocare a calcio in giardino perché esistono già gli stadi e i giocatori professionisti. Il problema, in ogni caso, è ancora più profondo. «La vostra vita merita di essere difesa?» si chiede l’avvocato e studioso newyorkese Jeff Snyder. «In caso affermativo, di chi è la responsabilità di difenderla? Se pensate che sia della polizia… dovete anche affrontare alcune difficili questioni morali. Come potete legittimamente chiedere a un altro essere umano di rischiare la propria vita per difendere la vostra, quando voi per primi non vi assumete alcuna responsabilità?» (12). La polizia è un ottimo antidoto contro il crimine, ma i tutori dell’ordine non sono né possono essere ovunque e in ogni momento. Come ha osservato Paolo Tagini, vicedirettore del mensile Armi Magazine, «le forze dell’ordine potranno produrre qualunque sforzo possibile e immaginabile, ma in determinate situazioni l’unico rimedio che realmente ci possa difendere dalle aggressioni malavitose è l’autodifesa» (13). Certe volte, quando un onesto cittadino si trova di fronte a un aggressore, è costretto a decidere: resistere oppure soccombere. Le leggi contro il possesso di armi lo privano della possibilità di scegliere.
…e i fatti
È in ogni caso ragionevole chiedersi quale sia, in termini generali (statistici), l’effetto della libera circolazione delle armi o, viceversa, delle leggi che la negano. Il crimine violento tende ad aumentare o diminuire? Negli Stati Uniti, circa 65 milioni di cittadini posseggono tra i 250 e 300 milioni di armi da fuoco. Sebbene in quel Paese il numero di pistole in circolazione sia più che raddoppiato negli ultimi trent’anni, il numero di omicidi e suicidi non è aumentato (14). Secondo il criminologo Gary Kleck, il rischio di ferimento durante un’aggressione per una donna che non opponga alcuna resistenza è 2.5 volte più grande che nel caso di resistenza armata; la resistenza senza armi è 4 volte più pericolosa che la resistenza con le armi. Per un uomo, i due rapporti assumono rispettivamente i valori di 1.4 e 1.5. Inoltre, nel 98% dei casi è sufficiente che la vittima brandisca la propria arma perché l’aggressore si rassegni e scappi con le pive nel sacco. Infine, le armi da fuoco vengono utilizzate ogni anno circa due milioni e mezzo di volte per legittima difesa, mentre meno dello 0.2% di esse sono impiegate per commettere crimini (15). Il caso della Gran Bretagna, poi, è particolarmente istruttivo. Tale Paese ha progressivamente introdotto norme sempre più severe, fino al punto che, oggi, è virtualmente impossibile per un privato cittadino possedere armi per difesa personale. Ciò nonostante, come ha dichiarato il poliziotto Bob Elder, «le nostre dure leggi non sembrano avere alcun effetto» (16) sul crimine. In Inghilterra le armi sono state usate con scopi aggressivi per 2648 volte nel 1997 e per 3685 nel 2000. Può essere interessante notare che, delle venti zone con il più basso numero di armi legalmente detenute, ben dieci presentavano un tasso di criminalità al di sopra della media; al contrario, delle venti zone con il massimo numero di armi legali, solo due si trovavano in quella situazione. In generale, il numero di cittadini armati è diminuito e ogni genere di crimine violento è aumentato (17). Dati simili sono disponibili per l’Australia, dove ogni genere di crimine violento è aumentato a dismisura da quando è entrata in vigore la nuova e severissima legge sulle armi (18). Per contro, la Svizzera - forse il Paese più armato d’Europa - è anche tra i luoghi più tranquilli dell’intero continente. John Lott, autore del più ampio studio statistico sugli effetti della legislazione sulle armi, ha mostrato che, laddove ai cittadini è permesso di detenere e portare armi, anche nascoste, i criminali hanno la vita dura. «Vi è una forte correlazione negativa - ha scritto - tra il possesso di armi e tutte le categorie di crimine… Gli effetti del possesso di armi sul crimine sono notevoli: un aumento dell’1% delle armi fa diminuire i crimini violenti del 4.1%» (19). Questa è la traduzione statistica dell’antico motto latino: si vis pacem, para bellum. I fautori della legislazione proibizionista, sempre concentrati sulla salute degli aggressori, non si preoccupano delle vittime né dell’effetto deterrente che un’arma nelle loro mani può avere. C’è infine un’ultima obiezione: pazzi, persone psicologicamente instabili, nevrotici potrebbero compiere infinite stragi se ottenere un’arma fosse più semplice. In realtà, questo genere di individui non ha bisogno di armi per causare danno al prossimo. Spesso, anzi, le violenze più efferate vengono compiute senza l’ausilio di pistole o fucili: si pensi ai recenti casi di Cogne e Novi Ligure, o ai molti delitti passionali che insanguinano la cronaca. Le leggi contro le armi non impediscono ai folli di colpire, ma - ancora una volta - negano alle vittime la possibilità di reagire. Esaminando due vicende diverse eppure simili come la strage alla Columbine High School del 20 aprile 1999 (20) e la sparatoria nel Parlamento cantonale di Zugo del 27 settembre 2001 (21) si osserva che non le leggi, ma la presenza di un uomo armato, dotato di buona mira e sangue freddo, avrebbe potuto limitare i danni. Perfino il peggior attentato terroristico della storia (quello contro le Twin Towers dell’11 settembre 2001) è stato effettuato senza uno sparo - e solo un colpo ben piazzato avrebbe forse potuto salvare tante vite. Anziché concentrare tutte le cure su Caino, sarebbe bene, almeno qualche volta, pensare ad Abele.
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In Italia, solo 44 mila cittadini, cioè uno su 1215, sono in possesso della regolare licenza di porto d’armi per difesa personale (22). Molto maggiore è il numero di porti d’arma per uso sportivo o di altro genere, ma ciò non muta la situazione: l’Italia è un Paese disarmato. Inoltre, come ha osservato Carlo Nordio, un problema molto serio è quello «di chi, detenendo regolarmente un’arma, e costretto a servirsene per proteggersi, viene alla fine trattato come un aggressore. Cittadini pacifici e onesti che, trovandosi di notte un bandito in casa, hanno sparato e magari ucciso. Con loro la legge non è spietata, ma è approssimativa e confusionaria. Prima ti incrimina, poi ti processa, poi ti assolve. Nel frattempo la vittima del procedimento penale ha perso tranquillità, denari, e magari la salute» (23). Mentre politici e intellettuali si strappavano i capelli, gli «uomini qualunque» si sono schierati a favore delle dichiarazioni di Martino. Per esempio, in un sondaggio condotto sul sito del settimanale Panorama, solo il 32.04% degli interpellati ha affermato che «più armi equivale a più violenza». Il 67.96% ha invece dichiarato che «l’autodifesa armata è legittima». Risultati analoghi sono emersi ogniqualvolta un istituto di ricerca ha sondato l’opinione pubblica. Quasi mai i risultati di queste indagini hanno avuto rilievo sulla stampa. È noto invece che il numero di porti d’arma tra gli uomini politici è maggiore che tra i comuni cittadini. Forse è vero che chi ha responsabilità di governo corre più rischi. Ma forse è vero anche che gli uomini dello Stato si sentono al di sopra della legge. Come ha scritto Paul H. Blackman, della National Rifle Association, «senza accesso alle armi, tutti i diritti sono semplici privilegi, soggetti alle restrizioni stabilite a piacere dal governo» (23). In realtà, vi sono diritti che gli uomini possono rivendicare in ogni momento: la vita, la libertà e la proprietà. Nessuna aggressione è legittima, e meno di tutte quelle che avvengono tra le mura domestiche. E un criminale deve sapere che, penetrando nell’intimità altrui, mette a repentaglio la sua stessa incolumità. Le armi nelle mani delle persone perbene non rappresentano un pericolo per nessuno: tranne che per i delinquenti.