Il succedersi degli avvenimenti (anche in politica il caso condiziona i comportamenti delle persone) ha voluto che la battaglia decisiva tra Governo e sindacati si svolgesse sul campo della revisione sperimentale della disciplina dei licenziamenti individuali. E come tutte le battaglie che si rispettino, anche questa ha voluto i suoi morti. Pure l’altro caposaldo della politica del lavoro del Gabinetto Berlusconi è entrato nel tritacarne di una conflittualità sociale di incerta natura, sospesa tra legittime motivazioni sindacali e strumentali tentazioni di «stare all’opposizione». Alla buon ora, poiché il disegno di legge delega in materia previdenziale (A.C. 2145) è stato per mesi imboscato presso la Commissione Lavoro della Camera, a causa delle incertezze della maggioranza piuttosto che delle critiche dell’opposizione. Nel frattempo, almeno, i tecnici del ministero dell’Economia si sono prodigati (un’impresa - come vedremo - davvero ardua) per stilare una relazione in grado di delineare un contesto di copertura finanziaria, fino a ora carente. E hanno avuto l’onestà di testimoniare che, quanto a copertura, il progetto è piuttosto carente. Il fatto è di per sé significativo; soprattutto, se si pensa alla reazione stizzita del ministro Roberto Maroni, quando il presidente dell’Inps, Massimo Paci, espose, davanti alla Commissione Lavoro, alcuni dubbi sull’equilibrio finanziario della delega, corredandoli con una serie di dati, certamente interpretabili non univocamente, ma meritevoli, comunque, di non essere confutati solo a parole. Sulla delega in materia previdenziale le posizioni in campo sono note. Per stare all’essenziale, le organizzazioni sindacali criticano, soprattutto, l’unico aspetto di carattere strutturale che il disegno di legge contiene: il sinallagma tra lo smobilizzo generalizzato del trattamento di fine rapporto a fini di previdenza complementare e la riduzione (da 3 a 5 punti) dell’aliquota di finanziamento della previdenza obbligatoria (ora a carico della produzione e del lavoro alle dipendenze in misura pari al 32,7% della retribuzione), limitatamente ai nuovi assunti. In sostanza, si tratta di una mediazione a favore del sistema delle imprese, a cui si offre una riduzione del costo del lavoro (sia pure in divenire perché limitata alla nuova occupazione) in cambio del venir meno di una fonte indiretta di autofinanziamento quale è adesso il Tfr. Infatti, nel regime vigente, la liquidazione è un onere per l’impresa nel momento in cui la prestazione diventa esigibile (all’atto della risoluzione del rapporto di lavoro). Nel disegno della riforma, invece, l’intero ammontare dei nuovi accantonamenti dovrebbe prendere - man mano che matura - la via dei fondi pensione o delle altre forme di previdenza complementare. Considerando che si tratta di 13 miliardi di euro, ogni anno, è agevole comprendere le dimensioni dell’operazione. E magari, al cospetto di un’allocazione tanto imponente di risorse verso un sistema gracile e debilitato - come quello dei fondi pensione all’italiana - verrebbe anche da interrogarsi sul rischio di esporre il sistema stesso a una overdose di natura finanziaria, a costo di provocarne il collasso. Ritornando, però, alle posizioni dei sindacati, le loro critiche al punto chiave del riordino proposto dal ministro Maroni sono così riassumibili. La decontribuzione contenuta nella delega provocherebbe due guasti: a) si determinerebbe, nel presente, un minore afflusso di risorse verso l’Inps. Così, verrebbero a mancare risorse importanti - di ammontare crescente nel tempo - nell’ambito del finanziamento a ripartizione (un sistema per il quale le pensioni in essere sono pagate attraverso i contributi riscossi dai lavoratori attivi); b) i nuovi lavoratori, ai quali si applica il calcolo contributivo (e quindi avranno una pensione ragguagliata al montante dei versamenti) finirebbero per percepire una pensione (ancora) più modesta di quella ora attesa, dal momento che sarebbero sottoposti a una ritenuta inferiore. Questa è, dunque, la sostanza del problema, anche se - va ricordato - vi sono tuttora, nella delega, aspetti non chiariti di non scarso rilievo, che potrebbero fare la differenza. Come risponde il Governo a tali osservazioni? Secondo l’esecutivo, la perdita di gettito sarebbe compensata dall’incremento dell’occupazione, mentre, per quanto riguarda i giovani, non vi sarebbe minore tutela pensionistica, ma soltanto una redistribuzione delle funzioni di copertura tra la previdenza pubblica e quella privata, nel senso che il loro trattamento futuro dipenderebbe - meno - dal sistema pubblico (ovvero dalle regole e dalle promesse, che - sempre nel gioco della ripartizione - dovranno essere onorate dai contribuenti di domani) e - maggiormente - dal settore privato a capitalizzazione (e quindi dai rendimenti di risorse reali investite sui mercati).
Come stanno davvero le cose? Va detto che, per quanto riguarda il futuro, l’impianto culturale su cui poggia la proposta del Governo è assai più solido di quello difeso dai sindacati (i quali danno prova di fidarsi soltanto di ciò che promette lo Stato). Tra i tanti motivi che inducono a costruire, in futuro, una prospettiva pensionistica fondata su due o tre pilastri (uno obbligatorio a ripartizione, gli altri privati e/o negoziali a capitalizzazione, collettivi e/o individuali) vi è anche la convinzione di un possibile maggior rendimento (la valutazione si basa sull’analisi di performance di lungo periodo dei mercati finanziari) proveniente dalle risorse investite nell’economia reale. La finanza di natura previdenziale, poi, è per sua natura portata a garantire standard di rendimento stabili e duraturi, nell’arco di alcuni decenni; pertanto, non è adatta a cimentarsi su investimenti di carattere speculativo. Certo, i fondi pensione non faranno mai miracoli: è noto infatti che, negli ultimi anni critici, i rendimenti dei fondi pensione, sia chiusi che aperti, sono stati - nel 2000 - appena competitivi con i rendimenti che la legge assicura, a tavolino, al Tfr. Nel 2001, invece, le cose sono andate ancora peggio: i maggiori fondi hanno avuto performance assai modeste o addirittura negative. Nel 2000, infatti, per effetto del meccanismo di rivalutazione previsto (tasso annuo dell’1,5% più il 75% dell’inflazione) il Tfr ha spuntato un rendimento del 3,5% contro il 3,6% medio dei fondi chiusi e il 2,9% di quelli aperti. Nel 2001, gli otto fondi chiusi operativi hanno ottenuto un rendimento medio negativo dello 0,5% rispetto al +3,2% del Tfr. Ancora più deludente il paragone se si osserva al biennio 2000-2001: la performance è ragguagliata al 3,1% contro il 6,7% offerto dal Tfr. Ancor più significativo, nel 2001, l’andamento dei singoli fondi chiusi. I dati Covip (la Commissione di vigilanza) collocano al primo posto il rendimento di Cooperlavoro (cooperative di produzione e lavoro) con un tasso del 6,03%. In verità, tale risultato è dovuto al fatto che gli investimenti sono partiti solo nel settembre 2001, mentre prima il patrimonio era investito in liquidità e quindi in investimenti a basso rischio ma redditizi (la vicenda, comunque, è assai indicativa di un certo andazzo). Scadenti le performance di Cometa, l’ammiraglia dei metalmeccanici (0,23%) e del Fondo quadri e capi Fiat (0,20%). Buono il risultato del Fondodentisti che è il solo multicomparto (ovvero ha più linee di investimento). La linea più prudente ha realizzato il 4,86%, mentre le altre due, più aggressive, hanno registrato perdite rispettivamente dell’1,3% e dell’8,47%. Negativo anche il trend del Fonchim, il fondo dei chimici (-1,46%). Il discorso cambia, però, se si guarda all’esperienza dei fondi pensione in una prospettiva più lunga. Il Fonchim, ad esempio, dal 1998 alla fine del 2000, ha spuntato un rendimento complessivo del 18,3% (superiore di almeno 5 punti rispetto a quello del Tfr).
Sono critiche, invece, le performance dei fondi aperti (quelli istituiti da operatori e soggetti del mercato: assicurazioni, banche, sim, società di fondi comuni) che offrono diverse linee di investimento (e, conseguentemente, diversi gradi di rischio). Considerando l’insieme dei comparti, il rendimento medio aggregato è risultato negativo in misura del 5,6% (rispetto al –6,7% del benchmark): nel biennio 2000-2001 il calo è del 2,8% contro il –9,4% del parametro di riferimento. La flessione più pesante - per stare ai dati della Commissione di vigilanza (Covip) - è quella delle linee azionarie sulla quali si concentra la parte più consistente di iscritti e contributi: hanno perso il 9,9%, ma il rendimento del benchmark è andato ancora peggio (-11,4). In flessione anche le linee bilanciate: -4,1% in un anno, mentre, nel biennio, il risultato è positivo in misura dello 0,1% (a fronte di un benchmark che ha segnato, invece, rispettivamente –4,8% e –5,4%).
Tutti gli analisti e gli osservatori, però, sono pronti a giurare - del resto il ragionamento è facilmente intuibile - che risorse impiegate sui mercati, alla lunga, sono più redditizie. Ne deriva che un sistema previdenziale misto (in parte obbligatorio, a ripartizione, con logiche di solidarietà; in parte privato/contrattuale, a capitalizzazione) è in grado di sopportare meglio l’impatto violento degli andamenti demografici e della «crisi fiscale» sulle strutture tradizionali del Welfare State, mediante una più accorta distribuzione del rischio. E se, nel pacchetto, cresce la componente a capitalizzazione (per definizione maggiormente produttiva), significa che il medesimo risultato (in termini di prestazione pensionistica) potrà essere raggiunto con l’impiego (più efficace) di un minor numero di risorse. Del resto, è altresì noto che le misure di risanamento dei regimi obbligatori (attuato mediante le riforme del decennio Novanta), come hanno risparmiato i lavoratori più anziani, i quali continueranno ad avvalersi di regole generose, così graveranno sulle future generazioni, i cui trattamenti risulteranno fortemente decurtati. Solo per inciso, ricordiamo che, secondo il Modello previsionale Inps del 1998, la pensione media del Fondo pensioni dei lavoratori dipendenti (l’architrave del sistema pensionistico obbligatorio) sarà pari a meno del 30% della retribuzione media, nel 2050, mentre oggi ammonta a circa il 54%. Per queste ragioni, si dice che i giovani lavoratori devono avvalersi del doppio canale pensionistico. L’esperienza fino a ora compiuta, tuttavia, va in senso del tutto opposto: sono gli occupati più anziani la quota più consistente degli aderenti ai fondi pensione, mentre i giovani sono latitanti. Tra le tante ragioni che spiegano tale fenomeno una sembra prevalente: il costo dei regimi obbligatori sottrae ogni possibile base economica per il decollo dei fondi pensione. Sempre secondo il citato Modello previsionale, le future generazioni saranno condannate, nei prossimi decenni, a finanziare le pensioni vigenti con parti consistenti e crescenti del proprio reddito (proprio perché l’andamento anomalo - la famosa «gobba» - si determinerà da ora in avanti, con un picco nel 2035). Massacrati sul versante della ripartizione (e della solidarietà forzosa verso le generazioni precedenti) i giovani - invischiati, per altro, in un reticolo di rapporti precari - non avranno disponibilità economiche da destinare al «fai da te». L’insieme delle considerazioni svolte portano direttamente ad apprezzare, al di là di alcuni aspetti discutibili, la sostanza dell’operazione «smobilizzo del Tfr versus decontribuzione per i nuovi assunti», contenuta nella delega governativa.
È assai più problematica l’altra faccia della medaglia: una riduzione dell’aliquota contributiva legale provocherebbe certamente una contrazione delle entrate, dapprima di modesto importo, in seguito di dimensioni crescenti. Nel caso di una riduzione di 5 punti (il massimo indicato nella delega), il minor gettito contributivo annuo, secondo una stima dell’Inps, sarebbe di 124 milioni di euro correnti nel 2002, per arrivare a 3.830 milioni di euro nel 2015. La cifra fa indubbiamente impressione. Uno studio della Confindustria, tuttavia, ha calcolato l’incidenza sul Pil del minor gettito, dimostrando che si tratta di una quota (lo 0,3% nel 2015) facilmente assorbibile, con qualche adeguato intervento a riduzione della spesa. Di analogo tenore la relazione tecnica del Governo, che si spinge più avanti nel tempo, fino a prefigurare un onere pari allo 0,8% sul Pil, per un importo oscillante, a regime, tra i 3,5 e i 6 miliardi di euro, a seconda della consistenza del taglio contributivo. È vero, lo stesso studio della Confindustria sostiene che la perdita di gettito prevista per il 2015 potrebbe essere agevolmente recuperata da un incremento del tasso di occupazione fino al 59% (non si dimentichi che a Lisbona nel 2000 l’Unione europea si è data obiettivi ambiziosi di aumento dei saggi di attività, poi confermati a Barcellona in parallelo con l’obiettivo di una riordino dei sistemi pensionistici). Ma non è sulle prospettive di migliori andamenti dell’occupazione che si possono realizzare equilibri finanziari complessi. È buona norma, infatti, che una riduzione di entrate sia accompagnata da corrispondenti interventi sulle uscite. La delega, invece, evita le questioni spinose. Il complesso di misure di incentivazione al proseguimento volontario non risolve affatto la questione primaria di elevare l’età effettiva di accesso alla pensione. Si pensi che, da noi, è attivo solo il 28% della popolazione maschile compresa tra i 55 e i 64 anni, mentre le indicazioni della Ue assumono l’obiettivo di un saggio del 50% entro il 2010 (da realizzare pure attraverso l’elevazione di almeno cinque anni dell’età effettiva di pensionamento). La situazione descritta è senz’altro conseguenza di un regime pensionistico che incoraggia ad anticipare la pensione e che deve essere necessariamente corretto, attraverso regole flessibili ma vincolanti. Basti ricordare che il meccanismo introdotto nella Finanziaria per il 2001 (poi ampliato e rafforzato nel disegno di legge delega) riguardante la possibilità di proseguire volontariamente il lavoro - con novazione in un rapporto a tempo determinato, non soggetto a contribuzione obbligatoria - anche dopo la maturazione della pensione di anzianità, è stato un colossale fallimento (all’Inps sono arrivate circa 400 domande). Eppure, il Governo ha inteso salvaguardare pienamente l’istituto del pensionamento anticipato, allo scopo di non scontrarsi con i sindacati proprio sul punto in cui loro sono più sensibili. A compensazione della perdita di gettito derivante dalla decontribuzione rimane soltanto una misura assai discutibile: l’accelerazione dell’andata a regime dell’aliquota pensionistica dei lavoratori parasubordinati (i collaboratori e più in generale le varie forme del lavoro cosiddetto atipico) destinata a salire «gradualmente» al 16,9%. È il caso di ricordare sinteticamente i termini essenziali del problema.
La riforma Dini (legge n° 335/1995) ha istituito, presso l’Inps, una nuova gestione (a cui sono obbligatoriamente iscritti, appunto, i lavoratori atipici). In pochi anni, la gestione è esplosa, raggiungendo quasi due milioni di adesioni. Poiché, essa si limita a incassare senza erogare prestazioni, dal 1996 a oggi si è accumulata una situazione patrimoniale attiva per oltre 14 miliardi di euro (nel 2002 è previsto un saldo positivo di 3,2 miliardi di euro). Queste risorse, impiegate per coprire i disavanzi delle casse «in rosso», hanno trasformato la gestione dei parasubordinati nella «gallina dalle uova d’oro» che contribuisce al discreto andamento del bilancio Inps. L’Istituto di via Ciro il Grande, infatti, espone negli ultimi tempi un saldo complessivo un poco sotto o un poco sopra la linea del pareggio (+1,36 miliardi di euro nelle previsioni definitive del 2001 e -1,68 miliardi di euro nel preventivo 2002 al netto degli effetti della Finanziaria per l’anno in corso) grazie a un crescente apporto dello Stato (nel 2002 pari a 60,2 miliardi di euro), all’avanzo della gestione dei parasubordinati e a quello (di circa 6,2 miliardi di euro) della gestione delle prestazioni temporanee (disoccupazione, cassa integrazione guadagni, assegni familiari, indennità economica di maternità e malattia): un ammontare in nero di 9,5 miliardi di euro che compensa, in parte, un deficit complessivo delle principali gestioni pensionistiche (lavoratori dipendenti e autonomi).
Questo lungo excursus è a sostegno di una tesi cara a chi scrive: l’aumento della aliquota dei lavoratori atipici è un atto di prepotenza ai danni di una categoria debole sul piano politico, ma in grado di «donare sangue» ancora per molti anni. La misura viene giustificata con il solito formalismo dei farisei. I parasubordinati - si dice - verseranno più contributi; così, il loro montante contributivo sarà più consistente in modo da determinare, al momento opportuno, un trattamento più elevato. Questo ragionamento è vero solo in astratto. Il regime pensionistico dei giovani lavoratori atipici funziona col criterio della ripartizione; ciò significa che, a prescindere dalle promesse di oggi, riceveranno, quando verrà il loro turno, le prestazioni possibili in quel momento. Intanto, la gestione continuerà per anni a regalare risorse alle altre in difficoltà. Ma c’è di più. Il legislatore aveva già provveduto, in precedenza, a programmare un’elevazione graduale dell’aliquota pensionistica dei parasubordinati, destinata a salire fino al 19% nel 2014, quando la gestione non si limiterà soltanto a incassare ma comincerà pure a spendere. L’accelerazione di questo percorso, dunque, è finalizzata solamente a fare cassa, senza, per altro, poter assicurare adeguata copertura finanziaria all’operazione decontribuzione. Secondo stime attendibili dell’Inps, confermate da altri Centri di ricerca, il maggior gettito contributivo sui parasubordinati potrà compensare il minor prelievo derivante dalla riduzione dei contributi sui nuovi assunti soltanto per i primi due-tre anni. Così, si torna sempre daccapo: all’esigenza di accompagnare le misure di decontribuzione (indispensabili per restituire base economica ai fondi pensione altrimenti condannati all’asfissia) con tagli azzeccati alla spesa pensionistica. A partire dal consueto «tormentone» delle pensioni di anzianità. A questo proposito la Confindustria ha calcolato che «un equilibrato meccanismo di disincentivazione in grado di assicurare l’equità del trattamento pensionistico alle diverse età anagrafiche» (ovvero sottoponendo le prestazioni a correzione attuariale) avrebbe garantito risparmi certi per la finanza pubblica in misura di 340 milioni di euro, il primo anno, fino a 7,65 miliardi di euro nel 2037. Un intervento siffatto (sul principale aspetto critico del sistema), accompagnato dall’estensione pro rata del metodo contributivo, anche ai lavoratori più anziani, avrebbe certamente favorito un miglior equilibrio del progetto del Governo. Ma al punto in cui siamo - visto che la previdenza suscita ancora tante polemiche - verrebbe voglia di porsi una domanda pesante: diciamoci la verità, quale è il futuro delle nostre pensioni?
Al di là delle convinzioni personali, vi è la possibilità di avvalersi - per quello che valgono - di fonti ufficiali. Negli ultimi mesi del 2001, in preparazione di quella verifica da tanto attesa e sempre rinviata, ha lavorato - con serietà - una Commissione tecnica presieduta dal sottosegretario Alberto Brambilla (prima che cadesse in disgrazia). Le analisi della Commissione, non insensibile alle pressioni innumerevoli che si incontrano quando si affronta la materia pensionistica, hanno diligentemente riordinato quanto si conosceva già e da sempre: che la fase di transizione della riforma Dini è troppo lunga e che i deficit previdenziali si intrecciano con i vincoli di bilancio ai fini del patto di stabilità; che le coorti più anziane sono state troppo protette da riforme che pure hanno avuto dei meriti indiscutibili; che il presentarsi all’appuntamento con regole pensionistiche troppo generose dei «giovani anziani» delle generazioni del baby boom provocherà un’impennata della spesa (la famosa «gobba») fino al 2030-2035 e che, durante questo periodo, l’aliquota d’equilibrio (l’indicatore del rapporto tra spesa pensionistica e retribuzioni degli attivi e quindi dello scambio tra generazioni in un modello a ripartizione) schizzerà fin verso il 50%, penalizzando le generazioni future e drenando ogni risorsa disponibile, al punto da rendere vana, per loro, ogni concreta possibilità di costruire un’alternativa privata a capitalizzazione, attraverso la previdenza complementare. Sarebbe ingiusto dare alla Commissione Brambilla la responsabilità di non aver scoperto niente di nuovo. Le considerazioni, tratte pochi mesi or sono, erano state puntualmente indicate all’indomani della riforma Dini, in decine di sedi autorevoli e pubbliche. La nuova Commissione poteva solo compiere un accurato lavoro antologico. Il «blocco» di ogni revisione (che dura dal 1997, quando il governo Prodi introdusse ulteriori e più rigorose misure) non dipendeva da particolari esigenze tecniche (come se si dovesse attendere una verifica rivelatrice di arcane contabilità), ma da precisi veti politici. Non si è valuto vedere, si è finto di non sapere, ci si è rifiutati di conoscere: ma tutto era noto, scritto, documentato. Poi, la verità è venuta a galla. Anche in materia di pensioni vale il detto attribuito ad Abramo Lincoln: «È possibile gabbare una persona per sempre o tutto il mondo per una volta. Nessuno riuscirà mai, però, a ingannare tutti per sempre». Del resto, a fare «la prova finestra» alle nostre pensioni si sono messi in tanti, in sede europea e internazionale. È diventato difficile continuare a mentire; si rischia di essere sbugiardati un minuto dopo. La Commissione Brambilla, allora, ha rimesso a punto, tra le tante cose, i calcoli del Nucleo di valutazione sull’andamento della spesa, articolandoli più diffusamente e li ha raccolti nella tabella che segue.
N.B. a) le percentuali fra parentesi riguardano la spesa al netto dell’inflazione;
b) le previsioni dal 2001 al 2010 non includono gli eventuali effetti della Finanziaria.
Come si può notare, nel corso del decennio ’90 - quello delle riforme - i trend di spesa hanno avuto un netto decremento, non dipendente soltanto dalla minore inflazione. Anche i provvedimenti di riordino hanno prodotto un effetto virtuoso. Si osservino, altresì, le conseguenze della «svolta» derivante dall’intervento sui requisiti del pensionamento di anzianità (specie nel pubblico impiego dove il trend quasi si dimezza) contenuto nella legge n° 449/1997. Tuttavia, la spesa, nel primo decennio del nuovo secolo, tende a ripartire, anche al netto dell’indicizzazione. Occorre mettere in conto pure gli andamenti dell’economia, che, specie nei primi anni non saranno troppo brillanti e che incideranno negativamente sul piano delle entrate e dell’occupazione. Il resto lo faranno le performance demografiche sul versante di una crescita dell’aspettativa di vita che continuerà a crescere di circa tre mesi ogni anno, senza considerare le variabili che si annunciano per quanto riguarda le scoperte della medicina e i loro effetti sulla salute e la longevità delle persone. Non ha proprio senso allora mantenere, per quanto riguarda le regole dell’età pensionabile, un sistema pensato in uno scenario demografico che non esiste più. Ora e in futuro, le persone non si limiteranno a invecchiare più a lungo, ma potranno vivere meglio e in buona salute l’intero arco dell’esistenza.