Pochi conoscono l’universo russo come Hèlène Carrèrè d’Encausse, personaggio di primo piano del mondo culturale e politico francese ed europeo. Già docente alla Sorbona e presidente di Radio-France, tuttora deputato al Parlamento europeo e unica donna chiamata a far parte della prestigiosissima Acadèmie française, autrice di vari libri in cui già a partire dai primi anni Sessanta aveva sorprendentemente previsto il corso che avrebbero preso gli eventi della storia sovietica prima e russa poi, primo tra tutti il crollo del comunismo. Madame Carrèrè d’Encausse occupa tra l’altro una posizione di primo piano presso organismi internazionali preposti alla ricostruzione sociale e politica dell’Est Europa ed è uno dei più apprezzati editorialisti del Figaro. A lei ci siamo rivolti per tracciare un bilancio dell’attuale situazione russa a dieci anni dal crollo dell’Unione Sovietica.
Madame Carrèrè d’Encausse, Michael Gorbaciov ha di recente ribadito il proprio rammarico per la fine dell’Unione Sovietica da un lato e la propria stima per l’attuale premier Putin dall’altro, non senza far trapelare una certa acredine nei confronti di Boris Eltsin. Rimpianto per il potere perso, per un mondo che non c’è più o anche analisi politica non priva di una certa parte di verità?Non si può negare a Gorbaciov, uomo di grande intelligenza, una parte di ragione in quanto egli vide il proprio ruolo storico e la propria stessa persona travolti dal rapidissimo incalzare degli eventi. Tuttavia, il crollo tanto del sistema sovietico quanto del comunismo sono da considerarsi processi storici assolutamente inevitabili ed estremamente positivi. L’Unione Sovietica era ormai sprofondata in un baratro sociale, economico e morale tale da palesare agli occhi del mondo intero, ma prima di tutto dei russi, il carattere profondamente innaturale del sistema, sicché nessuno nutriva più fiducia nella sua capacità di ripresa. La miseria della popolazione aveva raggiunto livelli intollerabili, l’assistenza sanitaria era allo sbando completo, per non citare che due esempi. Quanto alla dissoluzione dell’Unione, le popolazioni delle repubbliche che di lì a poco si sarebbero rese libere (Paesi Baltici, Ucraina e altri) non volevano più saperne di proseguire una farsa storica che le vedeva sottomesse a uno Stato che non avrebbero ormai potuto avvertire più estraneo. Per far cessare tale farsa, si erano addirittura dimostrate disposte a riconquistare l’indipendenza col sangue, sicché un’opposizione da parte del potere centrale avrebbe comportato inevitabilmente ulteriori lutti e sciagure. Del resto, lo stesso Gorbaciov aveva reagito in più di un caso, ad esempio nei Paesi Baltici inizialmente, con l’invio di carri armati...
Il che autorizza forse a pensare che, al di là degli innegabili meriti storici di Gorbaciov, in Occidente e in particolare in Italia e in Francia, ove gli intellettuali orientati a sinistra sono sempre stati tutt’altro che alieni dalla tendenza a presentare la realtà in chiave ideologica, abbia sempre circolato un’immagine piuttosto angelicata di questo statista, dimenticando o fingendo di dimenticare, ad esempio, che egli si decise a porre fine alla sanguinosissima occupazione dell’Afghanistan soltanto tre anni dopo l’inizio del suo mandato... Sì, sono d’accordo. D’altra parte Gorbaciov ha sempre sofferto delle contraddizioni tipiche di chi ha consacrato la propria vita a una causa della quale non riesce poi ad accettare l’inevitabile fallimento. Gorbaciov da un lato voleva sinceramente liberalizzare e modernizzare il Paese, dall’altro si sentiva sempre legato al comunismo...
Una contraddizione della quale se vogliamo risulta evidente il carattere nevrotico...Sono d’accordo anche su questo. Tuttavia penso che ultimamente, in particolare a seguito della morte della moglie, in Gorbaciov sia in atto un certo processo di maturazione personale.
Gorbaciov si è sentito «spodestato» da Eltsin, lei ha osservato, benché quest’ultimo, a differenza del primo, sia stato democraticamente eletto. Qual è la sua valutazione di fondo dell’«èra Eltsin»? Sicuramente positiva: grazie alla sua politica decisa, è riuscito a trasformare l’immenso Paese in una democrazia moderna, sempre più ancorata all’Occidente, un Paese in cui le istituzioni sostanzialmente funzionano, dotandolo di una costituzione altrettanto moderna e democratica, accettata da tutti i soggetti della Federazione. Un Paese nel quale i cittadini, al pari delle forze politiche e sociali, hanno ormai imparato a dialogare civilmente, dotato di istituzioni che nel complesso funzionano, certo tutt’altro che perfette. Ma qual è il Paese perfetto? Tutto ciò malgrado la disatrosa eredità comunista, della quale Eltsin ha saputo fare piazza pulita, il che costituisce un suo grande merito storico. Sul piano economico, le pur necessarissime privatizzazioni avrebbero potuto e dovuto essere più graduali, tuttavia l’aver proseguito con decisione su questa strada costituisce un altro merito di Eltsin, al quale non si possono peraltro imputare quelle condizioni di miseria nelle quali vivono tanti russi. La responsabilità risale invece al sistema comunista, il quale, demotivando la gente dal lavoro ed escludendola dai benefici di questo, aveva tra l’altro paralizzato l’economia.
E oggi, nell’era Putin? In Italia si pensa alla Russia come a un Paese in cui i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Qual è, in sintesi, il quadro più attendibile della situazione sociale attuale? In linea di massima possiamo affermare che circa il 60% della popolazione dell’immenso Paese è abitato, non dimentichiamolo, da anime-vive in condizioni di povertà, e qui la gamma delle situazioni è vastissima: si va dalla miseria estrema - situazioni certo esistenti, ma comunque di minoranza - a una povertà più o meno dignitosa, stato che riguarda la maggior parte di quel 60%. Vi è poi un 35% che potremmo considerare classe media. Proprio in ciò consiste la novità degli ultimi anni, ossia nel peso sempre maggiore che sta acquistando la classe media, nel suo crescere numericamente e sopratutto nel suo avvicinarsi sempre di più agli standards di vita delle classi medie occidentali. È un fenomeno che risulta sempre più evidente ai viaggiatori europei e americani che visitano la Russia: sono sempre più numerosi i russi vestiti grossomodo come noi occidentali, abituati a viaggiare e a frequentare locali e negozi di ogni genere. Vi è poi un 5% della popolazione che vive nella ricchezza vera e propria. Nel complesso, un quadro in costante evoluzione, tanto più dinamico se si tiene presente che ai tempi del comunismo era la stragrande maggioranza della popolazione a vivere in miseria, la ricchezza era concentrata nelle mani di pochissimi, ovvero dei membri della nomenklatura, la quale costituiva un sistema talmente chiuso da accentrare tutto il potere culturale, politico, economico e finanziario nelle sue mani, senza lasciare nessuna possibilità di miglioramento a chi era al di fuori di tale casta. Giocoforza la situazione economica e sociale era destinata ad aggravarsi sempre di più come di fatto avvenne. Il regime ricorreva a ogni misura, a suon di repressione poliziesca, propaganda e censura, per nascondere al mondo la tragica realtà della miseria della popolazione. A partire da Gorbaciov, con la liberalizzazione e ancor più con la caduta del comunismo, la tragedia si è palesata agli occhi del mondo.
È stato osservato che la tendenza a mostrare la realtà russa in chiave unilaterale e faziosa, quasi che le uniche due realtà degne di nota siano la miseria e la mafia, sarebbe da ricondursi alla grande delusione provata da molti - per lo più in Italia ove, si sa, le illusioni sono dure a morire - di fronte alla caduta di Gorbaciov. Che dimostra una volta per tutte come il sogno di una «terza via» tra capitalismo e comunismo altro non era che una pia illusione...Condivido abbastanza questa intepretazione, con tutta probabilità valida per l’Italia, mentre in Francia, ove non pochi intellettuali, dinanzi all’evidenza dei fatti, hanno abbandonato il comunismo, si portano dietro un’amarezza che scaricano in particolare su quel Paese in cui avevano riposto tante speranze e illusioni.
Muoia Sansone con tutti i Filistei, insomma... Esatto. Spesso circola un’informazione poco obiettiva su un pianeta complesso come quello russo: l’aspetto chiave, interessantissimo, dell’evoluzione viene taciuta per sottolineare ed esagerare quello dei guai e delle sofferenze della popolazione. Con ciò incorrendo in un’altra grave «dimenticanza»: la Russia sta vivendo oggi tutti i travagli che qualunque Paese occidentale, pur tra mille differenze a livello di tempi e intensità, ha attraversato all’epoca della industrializzazione. Ora la Russia deve attraversare questo processo poiché quella sovietica era una società industriale fasulla, che neppure si era preoccupata di modernizzare la propria agricoltura: ancora alla vigilia del crollo della Rivoluzione sovietica non era nemmeno troppo raro incontrare donne che trasportavano prodotti della terra a dorso di mulo o contadini che aravano servendosi di buoi e tutto ciò a una quindicina di chilometri da Mosca! Non a caso, a tutt’oggi, la campagna, così arretrata malgrado la ricchezza della terra, rappresenta uno dei due grandi nodi della Russia (l’altro è rappresentato da una grande massa di anziani, ridotti a vivere con pensioni miserrime e ai margini della società). E pensare che la Russia degli zar, lungo tutto l’arco della Belle Epoque (1870-1915), e in particolare nell’ultimo quindicennio, aveva compiuto progressi talmente giganteschi sul piano sociale ed economico che avrebbe raggiunto attorno agli anni Trenta i livelli dell’Inghilterra se non fosse intervenuta la Rivoluzione d’Ottobre ad azzerrare tutto, oltre a imporre al Paese un gigantesco tributo in termini di sangue. La «dimenticanza» maggiore consiste quindi nel non vedere o nel fingere di non vedere, da parte di noi occidentali, che i guai attuali della Russia sono stati causati dal comunismo.
In effetti, la storiografia recente si è resa conto che il regime sovietico era riuscito a diffondere presso l’opinione pubblica un quadro della Russia degli zar assai più fosco rispetto alla realtà, in particolare per quanto riguarda il suo ultimo cinquantennio di vita. Esatto e gli effetti dello stesso schema deformante si ripete, mutatis mutandis, per quanto riguarda la Russia attuale. Un esempio clamorso è costituito ancora dalla mafia, la cui portata è esagerata dai mass media occidentali, i quali di rado si sono accorti che il fenomeno, grazie a Dio e grazie a Putin, si trova ormai in fase calante. Infatti Putin sta combattendo con decisione contro la mafia, non tanto attraverso misure repressive quanto piuttosto tagliando l’erba sotto il terreno dei mafiosi, favorendo in ogni modo la formazione di una classe dirigente e imprenditoriale moderna, sensibile ai problemi del mondo del lavoro e della professionalità. I suoi sforzi sembrano premiati: questa nuova classe dirigente di stampo europeo si sta sempre più affermando in Russia. La mafia, problema certamente reale, non costituisce tuttavia nella Russia di Putin quella piovra onnipresente che molti all’esterno credono, tanto più che un po’ tutti i Paesi in fase di industrializzazione si sono scontrati con questo scoglio. E ancora, anche la mafia è un prodotto del colossale fallimento sovietico, in quanto l’intera nomenklatura era in realtà una gigantesca mafia. Non a caso i più potenti boss sono ex-gerarchi del regime comunista, i quali hanno appunto approfittato della rapidità con cui il governo ha provveduto alla privatizzazione per accaparrarsi la parte più copiosa possibile dei mezzi di produzione.
Il discorso sui problemi della Russia ci porta inevitabilmente a un altro nodo di oggi e di ieri: la Cecenia... Si tratta di un dramma che la Russia si trascina da duecento anni, anche questo parimenti ereditato dal sistema sovietico, il quale non esitò a ricorrere a sanguinose repressioni in Cecenia, come pure in altri «punti caldi» dell’impero, senza che in Occidente nessuno fiatasse. L’indiscutibile diritto dei ceceni all’indipendenza si scontra con l’amara realtà che vede in quella terra una grande base del terrorismo e del traffico di droga a livello mondiale, quanto mai pericolosa in tempi di recrudescenza del terrorismo islamico. I pericoli per il mondo intero aumenterebbero se la Cecenia vedesse riconosciuta nel momento attuale la propria indipendenza, in quanto le leve del potere della nuova repubblica finirebbero giocoforza in mano a coloro che tengono le fila di tutti quei traffici criminali, i quali si troverebbero a poter agire assai più liberamente. Occorre trovare una soluzione pacifica, che permetta di creare in Cecenia una nuova classe dirigente e di modernizzare il Paese, aiutandolo a sfruttare le sue risorse sane, processo collegato alla crescita della Russia intera. Soltanto in futuro la Cecenia potrà rendersi indipendente.
ccc A proposito di integralismo e di Islam, come vede il ruolo della Russia nella nuova situazione internazionale venutasi a creare dopo lo scorso 11 settembre?
Paradossalmente, il nuovo scenario vede nettamente rafforzato il ruolo e il prestigio internazionale della Russia, la quale sinora aveva incontrato non poche difficoltà a trovare la sua collocazione tra i Paesi occidentali. In quanto Paese multietnico e mosaico di culture, la Russia può infatti dimostrare al mondo la possibilità di convivenza pacifica tra religioni e nazionalità diverse, prime tra tutte il cristianesimo e l’Islam. La stragrande maggioranza dei milioni di musulmani russi è schierata con decisione dalla parte dell’Islam moderato, anzi è fortissima in loro la consapevolezza dell’assurdità dell’equazione Islam=terrorismo.
Il discorso sulla religione solleva inevitabilmente la domanda: che fine ha fatto il grande risveglio spirituale e cristiano, che tante speranze aveva sollevato al tempo della fine del comunismo? Il risveglio spirituale e cristiano, in particolare russo-ortodosso, è tuttora vivo. L’anima russa è del resto profondamente spirituale. Rispetto ai tempi recenti della riconquistata libertà religiosa, il grande entusiasmo ha lasciato spazio alla riflessione interiore, a una spiritualità meno vistosa e più discreta, ma certo non per questo meno autentica. I frutti non mancano: le chiese sono assai frequentate e hanno tra l’altro istituito una fitta rete di iniziative di volontariato - più che mai necessario visti i grandi problemi sociali e umani - che un numero sempre maggiore di russi, in particolare donne e giovani, sta scoprendo. Il discorso vale in particolare per la Chiesa russa-ortodossa, la quale ha finalmente abbandonato le velleità di influenza politica che tanti equivoci hanno causato nel passato per offrire invece alla gente il proprio patrimonio autentico, ossia la spiritualità.
La sua visione d’insieme non le pare un po’ troppo rosea? Niente affatto, mi pare anzi estremamente realista in quanto basata su fatti concreti. D’altra parte, chiunque abbia la possibilità di trascorrere un po’ di tempo in questo meraviglioso Paese non può che constatare la voglia di vivere, di costruire una vita positiva e un mondo migliore che anima la stragrande maggioranza dei russi sotto i cinquant’anni, i quali ritengono tra l’altro, a ragione, di aver trovato in Putin la guida migliore attualmente disponibile. Non meno di Eltsin, egli fa del suo meglio, avvantaggiato tra l’altro da un fattore anagrafico: essendo nato subito dopo la morte di Stalin, è un uomo politico occidentale al cento per cento, pressoché depurato da ogni retaggio sovietico. Non a caso, recentissimi sondaggi dimostrano che il 52% dei russi ha fiducia in lui e nel suo operato, mentre una percentuale appena di poco inferiore si dichiara ottimista circa il futuro del Paese. Del resto, il recente rifiuto del presidente a prolungare anche soltanto di poco il suo mandato elettorale dimostra che ormai ci troviamo in piena democrazia liberale, non meno del netto miglioramento della situazione economica generale e dell’occupazione, fatti altrettanto evidenti. La Russia è un immenso Paese che trabocca di risorse spirituali, umane, naturali ed economiche, come tra l’altro dimostra la rinascita della cultura. Soltanto a partire da qualche anno assistiamo, almeno nelle grandi città, a una proliferazione di esposizioni, rassegne e concerti, quale non si vedeva dai tempi degli zar, il tutto reso possibile dalla grande apertura all’Occidente. Prova ulteriore di ciò, il numero sempre crescente di russi in grado di esprimersi in lingue straniere. Anche scuola e università possono considerarsi ormai pressoché completamente «desovietizzate». Diamo tempo al tempo e assisteremo a una risurrezione della Russia tale da farne un modello per il mondo intero: spero tanto, anzi sono quasi certa, di non sbagliarmi nemmeno questa volta.