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I negazionisti

LIBERAL BIMESTRALE
di Mauro Canali
Anno II n. 11 - Aprile - Maggio 2002

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La querelle su Ignazio Silone collaboratore della polizia fascista stenta a trovare tra gli avversari di questa verità una replica di alto profilo interpretativo. Sembra che il mediocre livello imposto al dibattito dai «negazionisti» della «prima ora» sia riuscito a inibire o a condizionare le successive riflessioni di una intera scuola storiografica, la cui inerzia appare aggravata dall’abitudine a indagare la storia ricorrendo ai propri schemi ideologici piuttosto che alle carte. Siamo, tuttavia, dell’opinione che vi siano cause più profonde che concorrono a ciò. Più in generale, da diversi anni si è ristretto a sinistra lo spazio per contributi critici alla storia del ventennio fascista e della Resistenza; essi vengono in genere misurati in base alla loro complementarietà nei confronti degli schemi storiografici consolidati; ed è battaglia quando si insinua tra le anacronistiche ma ancora autorevoli vestali dell’establishment storiografico il sospetto che possa trattarsi di contributi che direttamente o indirettamente servano a legittimare ideologie avverse. Per uscire dalla metafora, la fine dell’illusione comunista, il rimescolamento politico che ne è seguito, la legittimazione di forze politiche con un passato, peraltro pubblicamente abiurato, che si era ispirato più o meno apertamente all’ideologia fascista, hanno posto i settori più tradizionali della storiografia di sinistra sulla difensiva, a guardia di verità storiche metabolizzate dalla ricerca storiografica fortemente ideologizzata degli anni Sessanta-Settanta. Ci coglie anzi il dubbio che a inasprire i criteri censori abbiano contribuito gli ultimi sviluppi sfavorevoli dei processi politici in atto. L’intreccio tra il pregiudizio ideologico e la valutazione politica più contingente è ormai così stretto che appare un’impresa non facile portare il confronto sul terreno delle idee e dei risultati delle ricerche. A mio avviso, è la ricerca storiografica che sta pagando il prezzo più alto di tale stato di cose. In Italia, essa è sempre stata per tradizione ancella della politica, e ora lo sta divenendo ancora di più con il progressivo radicalizzarsi dello scontro politico. Negare che alla radice di tutto ciò vi sia una pervicace, ostinata resistenza a far arretrare il pregiudizio ideologico, ci sembra ormai fuori luogo. Nella guardia all’ortodossia storiografica si distingue la rete degli Istituti storici della Resistenza e le varie e variegate Fondazioni a essi legate, meritori in passato per un’attività di ricerca che ha dato talvolta ottimi risultati, ma da un decennio in evidente difficoltà a rinnovare studi e compiti istituzionali. Sul «caso Silone», mentre la storiografia di sinistra più innovativa ha taciuto, a dare il tono alla polemica sono stati i rappresentanti di quella sinistra storiografica più legata al passato, con il risultato che il dibattito sul «caso Silone» sembra destinato a rimanere prigioniero di una logica da scontro frontale dove si tende a valutare le novità storiografiche presenti in esso col metro della opportunità politica.
Si è potuto assistere pertanto al paradosso che, mentre all’estero, nei Paesi di robusta cultura laica, le novità su Silone sono state affrontate con una totale assenza di pregiudizi, con interventi anche di ottimo livello, in Italia si è cercato di esorcizzarlo con l’avvio di una sconcertante azione di intimidazione per la ricerca e il consueto ricorso a toni e valutazioni sprezzanti. Intanto è da sottolineare l’ampio rilievo che le ricerche su Silone hanno avuto negli Usa su riviste di grande prestigio. Per comprendere fino in fondo l’importanza di ciò, occorre sottolineare la popolarità di cui gode l’opera di Silone negli Usa; in particolare il suo contributo all’opera collettanea Il dio che è fallito, che è uno dei testi più usati nelle scuole superiori e nelle università. Apprezzabile pertanto la tempestività con cui John A. Davis pubblicò, nella primavera del 2000, un nostro lungo saggio sulla rivista da lui diretta Journal of Modern Italian Studies. Il rispetto verso la ricerca e i doveri per la par condicio indussero l’editor a pubblicare il saggio accompagnandolo con le valutazioni di due storici di spicco come David Ward e Alexander De Grand seguite da una nostra replica. In quella occasione Ward molto opportunamente si domandava quali potessero essere le cause di un così forte imbarazzo «da parte della pro-antifascist lobby ad ammettere che, sì, Silone era stato una spia, noi prima non lo sapevamo, e ora lo sappiamo»; nella risposta che abbozzava, egli non si limitava a prendere atto della posizione difensivistica da tempo assunta dalla storiografia pro-antifascista, per la quale una tale ammissione sarebbe stata presa «as a further sign of the internal weaknesses and limits of Italian anti-Fascism», ma concludeva che a suo parere una tale ammissione si presentava difficile perché avrebbe implicitamente voluto dire che «something was rotten at the heart of Italian anti-Fascism». Del resto una conferma che proprio queste erano le paure che agitavano una certa storiografia di sinistra veniva dall’intervento di De Grand, per il quale gli scopi della ricerca erano tutt’uno con il «current effort to debunk the anti-Fascist Resistance which is a great pity». Gli interventi dei due studiosi americani disvelavano con la linearità caratteristica della loro cultura e senza infingimenti di carattere ideologico quello che con grande ipocrisia i nostrani difensori della coscienza politica di Silone non avevano il coraggio di ammettere e che tuttavia traspariva in modo del tutto evidente nelle loro argomentazioni. Al saggio sul Journal seguì un equilibrato intervento di Alexander Stille sul numero del 15 maggio 2000 della prestigiosa rivista New Yorker. In concomitanza con esso, vedeva la luce un articolo di John Foot, sulla rivista inglese New Left Review. Stille, noto oltre che per la sua attività di giornalista colto anche per alcuni importanti studi sul fascismo, in un lungo articolo dal titolo The Spy Who Failed, con la cautela imposta dalla delicatezza dell’argomento, non esitava a riconoscere il valore e i risultati della ricerca, ponendosi una serie di interrogativi relativi alla ricaduta di essa sugli studi dell’opera letteraria di Silone e su molti e non marginali problemi della storia del movimento comunista italiano. Ai «negazionisti» a oltranza delle scomode verità emerse su Silone ricordava semplicemente che «the documents - letters and reports - cannot be easily dismissed». E a coloro che temevano contraccolpi sul giudizio delle opere letterarie del grande scrittore abruzzese ricordava opportunamente che la nostra ricerca semmai aggiungeva «a new dimension to Silone’s already dramatic story», e che «far from negating his work» i documenti «help to explain why, in the summer of 1930, he abandoned politics and become novelist». Il prudente articolo di Stille, che occupava diverse pagine della rivista, stimolava anche la polemica con alcuni settori liberal più radicali. Con esso entrava in polemica il prestigioso The Nation, la storica rivista della sinistra americana, per la quale scrissero in passato anche autorevoli esuli antifascisti italiani. Dalle sue colonne, il 5 giugno 2000, Alexander Cockburn abbozzava una polemica con Foot e, soprattutto, con Stille, rilevando in sostanza l’evidente difficoltà dello studioso newyorkese a stigmatizzare la passata attività delatoria di Silone; una difficoltà rivelata appunto dai toni eccessivamente prudenti del suo pezzo. La tagliente chiusura dell’articolo di Cockburn rifletteva l’astiosità ancora viva in chi continua a considerare l’abiura siloniana del comunismo come una sorta di tradimento. Scriveva Cockburne, con una punta evidente di sarcasmo, che Silone «ended his days with his habitual high respect for his own moral fiber». Da parte nostra abbiamo invece apprezzato i toni moderati di Stille e compreso le ragioni della sua prudente disamina, che nulla hanno tolto alla chiarezza delle posizioni espresse, in quanto sappiamo quanto siano ancora vive e operanti sulla piccola ma autorevole colonia di intellettuali italo-americani o di italianisti di New York le influenze politiche della passata lezione antifascista di illustri esuli come Gaetano Salvemini, Max Ascoli, Max Salvadori, Nicola Chiaromonte; ambienti culturali in cui le opere di Silone sono circolate diffusamente e hanno fatto scuola.
Ma il dibattito è ancora lungi dall’esaurirsi. Infatti, a interessarsi del caso Silone è ora la New York Review of Books con il numero del 14 marzo 2002, su cui appare un lungo articolo di William Weaver dal titolo The Mistery of Ignazio Silone. Weaver, che vive ormai quasi ininterrottamente nel nostro Paese dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale, è un profondo conoscitore della cultura italiana. Organicamente legato, per la sua storia personale e per motivi anagrafici, alla cultura antifascista del dopoguerra, egli non ha esitato ad ammettere la sua personale stima per l’uomo Silone e per la sua opera letteraria, e di conseguenza il profondo dispiacere procuratogli dalla notizia della passata attività delatoria dello scrittore abruzzese. Lungi tuttavia dal cercare di eludere il confronto con i risultati della nostra ricerca, Weaver offre una lunga disamina del dibattito ponendosi a cavaliere tra le posizioni nostre e quelle dei nostri avversari. Sebbene la tentazione di rifiutare emotivamente le conclusioni della ricerca sia molto evidente in tutto il suo intervento, Weaver tuttavia non nega l’attendibilità della ricerca, prendendola tanto sul serio da dedicare all’analisi di essa sei lunghe pagine della prestigiosa testata. Ne viene fuori un quadro non privo di ambiguità, in cui il tentativo di alleggerire le responsabilità di Silone tuttavia non raggiunge i livelli di partigianeria raggiunti dagli studiosi italiani, e, soprattutto, è sempre presente nel suo intervento un sentimento di rispetto per la ricerca stessa. Tuttavia il pezzo di Weaver paga un prezzo molto alto in termini di credibilità e convinzione, poiché l’incertezza e l’ambiguità in cui è costretto a muoversi per evitare di condannare Silone finiscono per rendere del tutto contraddittoria la versione che offre della vicenda. In definitiva, non è con il ricorso ai verbi usati al condizionale che si intacca il valore dei documenti. Tuttavia non si può non apprezzare il quadro complessivo di civile confronto delineato da Weaver. Cosa è invece avvenuto in Italia, dopo il gran baccano sollevato dagli improvvisati difensori silonisti, e, soprattutto, cosa hanno prodotto nel corso della querelle quegli ambienti culturali progressisti a cui spettava il compito, per ovvi motivi, di confrontarsi in profondità con tali novità. A mio avviso, per molti intellettuali di estrazione comunista, ma anche per intellettuali di area lib-lab, la vicenda avrebbe potuto rappresentare l’occasione per fare fino in fondo i conti con le ambiguità della nostra storia recente e meno recente e con le ambiguità persistenti in molte posizione del ceto intellettuale. Prendendo in prestito alcune considerazioni da Giulio Ferroni, uno dei pochi grandi studiosi che si è cimentato con le novità della ricerca, si può affermare che il «caso Silone» si presentava come una occasione per «guardare più in profondità dentro quella doppiezza, dentro le sue oscure e in gran parte indecifrabili motivazioni» in una vicenda «che ci illumina su contraddizioni, tensioni, distorsioni della storia del Novecento che certi semplicistici schemi storico-ideologici ci hanno fatto a lungo ignorare e rimuovere». Quali sono state le reazioni della cultura storiografica italiana e di quella di sinistra?
Scontate erano le manifestazioni di faziosità da parte di Giuseppe Tamburrano, meno scontata l’assenza da parte dell’area della sinistra storiografica di segnali di dissenso verso tali posizioni estreme; si è consentito in definitiva che una vicenda di grande rilievo per la storia della nostra cultura politica e letteraria venisse gestita da Tamburrano, con la facilmente prevedibile conseguenza della scivolata progressiva nel grottesco, prima con il ricorso a una perizia calligrafica degli autografi siloniani da noi pubblicati per liberal nel giugno del 2000, e con l’affidamento del delicato ruolo di giudice a una tecnica di parte, sui cui risultati abbiamo preferito tacere per tenerci lontani da un’assai prevedibile rissa grafologica, e poi con l’entrata in campo di quel tal Francesco Sidoti, un criminologo tanto a digiuno di storia quanto agguerrito nel turpiloquio, che ha trovato persino ospitalità da parte del direttore di Mondo Operaio. A noi sono del resto bastate le oneste dichiarazioni del nipote e della moglie di Silone, Darina Laracy, che non hanno esitato ad ammettere l’autenticità dei documenti. Dai settori della sinistra non si è alzata alcuna voce a prendere pubblicamente le distanze da Tamburrano, a fissare distinzione di posizioni tra le diverse anime della sinistra storiografica. Francamente ci aspettavamo qualcosa di più di questo silenzio assordante da una sinistra storiografica più critica e moderna. Una novità è venuta dalla evidente radicalizzazione delle posizioni de l’Unità, l’organo dell’ex Pci, ora Ds, che ha concesso generosa ospitalità a Tamburrano e alle sue tesi. In precedenza, quando a interessarsi della querelle era stata Gabriella Mecucci, il quotidiano aveva espresso una linea più attenta alle esigenze di una corretta informazione. Il giornale aveva ospitato, il 15 maggio del 2000, un lungo intervento di Adriano Sofri sul «caso Silone», con cui ribadiva le sue convinzioni «colpevoliste» già ampiamente espresse su la Repubblica, non trascurando di dare spazio a chi, come Mimmo Franzinelli, conservava dubbi e perplessità sulla nostra ricerca. L’avvento del governo Berlusconi, che ha coinciso con il cambio della direzione del giornale, segnava l’avvio di una nuova e discutibile linea politico-culturale, più animosa e di parte. La questione Silone è diventata di competenza di Bruno Gravagnuolo, il quale si è precipitato ad aderire in modo totale alle tesi di Tamburrano, strombazzando tra l’altro in modo vistoso i risultati della perizia di parte di Tamburrano, su cui le testate più autorevoli avevano preferito stendere un velo di imbarazzato silenzio.
A mio avviso, le reazioni scomposte o, all’opposto, l’assenza di reazioni, da parte di tali settori hanno confermato una loro condizione di allarmante disorientamento ideale. È evidente in essi la difficoltà ad affrontare i processi culturali in atto, il «caso Silone» è solo un esempio, senza più la rete di protezione di una struttura ideologica. Sono assai pochi gli intellettuali che hanno reagito come Giulio Ferroni, il quale, nel suo intervento ricco di suggestioni su la Rivista dei Libri del 27 febbraio 2001, invitava tra l’altro ad abbandonare «ogni velleità di negazione» e a tornare a esaminare l’opera di Silone con rinnovato interesse proprio alla luce dei risultati della ricerca. Un invito che evidentemente è caduto nel vuoto, se si prendono in considerazione i risultati della recente fatica di Bruno Falcetto, il curatore per la collana I Meridiani dell’opera siloniana, che nella nuova edizione di Uscita di sicurezza, riesce nella difficile impresa di non fare, nella sua presentazione, alcun cenno alla querelle, ma mettendosi così nell’imbarazzante situazione di non poter spiegare ai lettori i motivi di quel rinnovato interesse storiografico per Silone che aveva indotto l’editore a ripubblicare il suo più famoso testo storico-politico. Falcetto fa come se non fosse mai esisitito un «caso Silone». Per fortuna ci pensa il suo socio nell’impresa, lo storico Mimmo Franzinelli, a rimettere le cose a posto, citando, nella postfazione, una sola volta e di sfuggita il nostro lavoro; muovendosi da vero padrone della materia, egli relega me e Dario Biocca, i due studiosi protagonisti del caso, al ruolo di semplici esponenti della corrente «colpevolista», da trattare severamente a causa dei limiti del nostro approccio di natura «paragiudiziale» (p.263). Ma, al di là del rispetto per la proprietà intellettuale di qualsiasi ricerca, che dovrebbe essere una regola per ogni studioso, quello che è più grave, è che entrambi finiscono per sottrarsi al dovere di una loro rilettura critica dell’opera di Silone, soprattutto trattandosi di un lavoro, Uscita di sicurezza, che, sebbene avesse visto la luce nel 1949, trattava tuttavia delle scelte politiche siloniane degli anni Venti, cioè quelle risalenti proprio al periodo della sua documentata «doppiezza». Come è possibile allora affrontare l’esegesi critica del lavoro siloniano, trascurando del tutto, come ha fatto Falcetto, o quasi del tutto, come ha fatto Franzinelli, la complessa condizione psicologica e oggettiva di «doppiezza» che stava vivendo Silone nel momento in cui avvenivano i fatti da lui raccontati? Come è possibile spiegare una operazione di rimozione di tale gravità se non come testimonianza di una impotenza ideologica a fare i conti con le nuove esigenze di conoscenza espresse da una cultura storiografica che, seppur faticosamente, va liberandosi dei vecchi schemi precostituiti?
Tale imbarazzo, colto anche, come si è visto, da studiosi stranieri come David Ward, è talmente acuto da indurre, nel caso specifico, studiosi giovani e validi, come Falcetto e Franzinelli, a provare timore nel misurarsi con una lettura critica rinnovata di Silone, finendo per riproporre di fatto la più sicura interpretazione, anacronistica e abusata, di Uscita di sicurezza; il timore del vulnus ideologico e quello delle reazioni delle potenti vestali dell’ortodossia inducono al conformismo ampi settori della sinistra storiografica, proprio perché in passato più adusa a sacrificare se stessa alle esigenze della politica e dello schieramento, a cui tutto doveva essere sacrificato, anche l’autonomia della ricerca. A dire il vero, da un po’ di tempo si vanno insinuando in noi alcuni dubbi circa l’autoreferenziato ruolo di Franzinelli di esperto siloniano. Dubbi che hanno cominciato a prender forma, da quando, sulla Stampa del 20 dicembre 2001, nel presentare due lettere di Togliatti a Silone, Franzinelli aveva sostenuto che si trattava di documentazione inedita. In realtà, una delle due lettera era arcinota e pubblicata sin dagli anni Settanta, parzialmente da Paolo Spriano nel volume secondo della sua Storia del Pci (p. 261 dell’edizione Einaudi del 1969), e integralmente da Giorgio Bocca nella sua ottima biografia di Togliatti (p. 205 dell’edizioni Laterza del 1973). Ora ci sorprende che Franzinelli si ostini a definire questo documento inedito anche nel suo ultimo lavoro, la postfazione alla nuova versione di Uscita di sicurezza, che ha visto la luce per gli Oscar Mondadori nell’ottobre-novembre 2001 (pag. 264 nota 23), ma quello che ci sorprende di più è la corrività di tanti nostri censori di sinistra, soprattutto gli studiosi di Togliatti, che non possono non aver rilevato ciò. Si tratta di una piccola ma significativa testimonianza di pregiudizio ideologico che induce a essere severi ed esigenti da una parte, corrivi o distratti dall’altra. È la distorta logica dello schieramento a rendere attive tali connivenze, coniugata in questo caso agli interessi di un certo antifascismo retorico.
Cade a proposito l’osservazione su un recente e interessante lavoro di Gianni Cipriani, Lo stato invisibile, in cui è riportata la notizia di una attività delatoria condotta da Marisa Musu, al servizio dell’Ufficio Riservato del ministero dell’Interno. La Musu, autorevole esponente del Pci e valorosa gappista durante la Resistenza, riferiva, negli anni Settanta, alla polizia e con la copertura del criptonimo di «Stanislao», sulla vita interna del Pci. Anche in questo caso non mi risulta che ci siano state reazioni o prese di posizione, su un fatto che pure meriterebbe qualcosa di più delle innocue considerazioni di Cipriani sulla capacità di infiltrazione dei servizi segreti. Un altro esempio di corrività ideologica lo fornisce ancora Franzinelli con I tentacoli dell’Ovra. A p. 420 dell’edizione di settembre del 1999, Franzinelli riferisce che Leto, ex capo della Polpol fascista, arrestato alla caduta del fascismo, e tradotto a Roma, avrebbe mercanteggiato con Togliatti, allora ministro di Grazia e Giustizia, il silenzio sul contenuto di alcuni dei cosiddetti «fascicoli rossi», cioè i fascicoli che riunivano la documentazione sulla personale attività delatoria dei fiduciari dell’Ovra, che avrebbero contenuto dati scottanti per uomini legati al Pci. È una affermazione di una gravità estrema per i risvolti che essa lascia intravedere. Togliatti avrebbe patteggiato il silenzio di Leto sul contenuto dei «fascicoli rossi» in cambio della sua assoluzione nel procedimento giudiziario che aveva allora in corso. Il racconto di Franzinelli induce ai più bassi sospetti sui motivi che costrinsero Togliatti al patto infame con l’ex capo della polizia fascista. È indubbio che la notizia data in questa modo insinua la certezza che la pubblicazione del contenuto dei «fascicoli rossi» sarebbe stata gravemente nociva all’immagine del Pci. Chissà che verità turpi di tradimenti e doppi giuochi contenevano quei fascicoli da indurre Togliatti a un simile passo! Il patteggiamento descritto da Franzinelli getta inoltre una pessima luce su Togliatti, in quanto manipolatore delle verità documentali e inquinatore di prove. Ora, oltre alla grave inesattezza dell’autore relativamente al destino dei «fascicoli rossi», che, al contrario di quanto egli sostiene, non sparirono affatto in quel settembre del 1945, ma furono utilizzati dall’Alto commissario per le sanzioni contro il fascismo almeno fino al 1948 per far fronte ai ricorsi che gli agenti Ovra andavano presentando dopo la pubblicazione dei loro nomi sulla Gazzetta ufficiale del luglio 1946, ci stupisce soprattutto l’assenza di reazioni degli ambienti storiografici vicini a Franzinelli di fronte al suo assai discutibile approccio metodologico. Franzinelli infatti scrive tutto ciò permettendosi di non citare una sola fonte, un solo riferimento bibliografico, archivistico o documentale. Insomma dal punto di vista delle fonti, fondamentale per un lavoro storico, questo di Franzinelli è, almeno fino a prova contraria, un puro parto della sua fantasia, una fantasiosa costruzione basata su nulla. La stampa, ingannata anche da alcune sue dichiarazioni, ha puntato la sua attenzione proprio su questo particolare del fantomatico incontro Togliatti-Leto, dandolo come un dato accertato. A quanto ci risulta nessuno degli appassionati difensori di Silone di area ex comunista o di area lib-lab, si è sentito in dovere di chiedere maggiori spiegazioni a Franzinelli per questi ammiccamenti su non documentate manovre togliattiane. Per Silone si cerca la prova che c’è, per Togliatti si accettano pure illazioni. Anche in questo caso ci saremmo aspettati da autorevoli studiosi di Togliatti almeno un riscontro e qualche puntualizzazione.
Su questa moda di gettare fango su Togliatti, che sembra essere stato ormai per una certa sinistra l’unico responsabile di tutte le peggiori manovre del Pci del dopoguerra, ci sembra il caso di spendere alcune parole, poiché non sembrano estranee a ciò le valutazioni politiche che sono, a nostro avviso, alla radice del contemporaneo atteggiamento di difesa di Silone a tutti i costi assunto dagli stessi ambienti culturali. Lo notava anche Guido Liguori, in un suo intervento sul «caso Silone» apparso su International Gramsci Society Newsletter di dicembre 2000. Ha scritto Liguori: «Dopo la sconfitta del fascismo Silone fece ritorno in Italia, collocandosi in area socialdemocratica (e anticomunista), partecipando al celebre libro collettivo Il dio che è fallito e narrando alcune sue vecchie vicende politiche nel controverso Uscita di sicurezza. Nonostante questa collocazione “anticomunista”, i romanzi di Silone contribuirono, nel ’68 e dintorni, ad avvicinare molti giovani di cultura cattolica agli ideali del socialismo, per l’anelito di giustizia e per la carica comunque “eversiva” che emanano dai suoi romanzi maggiori, pieni di descrizioni realistiche e appassionate delle condizioni di vita subumane delle plebi meridionali, i “cafoni” abruzzesi in mezzo ai quali era cresciuto. La sinistra moderata cercò a più riprese di contrapporre l’eticità di Silone al totus politicus Togliatti: il primo, di fronte all’affermarsi dello stalinismo, si era ritratto inorridito. Il secondo aveva accettato di compromettersi con le logiche del “potere”. Sarebbe stato non difficile rispondere che il primo aveva salvato, al massimo, la sua anima. Il secondo, invece, aveva cercato di salvare il suo partito e il suo Paese. E in buona misura c’era riuscito. O comunque aveva dato un personale contributo significativo in questa direzione. Resta il fatto che nell’89 la parte maggioritaria del gruppo dirigente del Pci, favorevole a cancellare il partito per dar vita a una formazione politica post-comunista, scelse Silone come uomo-simbolo, come socialista democratico da rivalutare, se non addirittura da riabilitare. La sua figura, del resto, soprattutto per alcuni dei suoi romanzi e per il “mito” del suo rifiuto dello stalinismo, era circondata da una generale positiva considerazione». Che Silone venisse scelto nel 1989 come uomo-simbolo del nuovo corso post-comunista ci sembra una forzatura interpretativa di Liguori, mentre è più difficile negare che la rivalutazione dello scrittore abruzzese venisse avviata in quei drammatici frangenti per considerazioni di opportunismo politico. Ed è altresì vero che divenne ingombrante in quel clima politico di rifondazione del movimento la figura di Togliatti con i suoi trascorsi staliniani. Evidentemente la storiografia di parte si è subito allineata alle nuove esigenze: via libera a colpire Togliatti ma difesa feroce di Silone, un padre ritrovato e subito perso.
Un ennesimo esempio di quanto sia ancora vitale e non contrastato l’ideologismo storiografico viene offerto da Enzo Collotti estensore della voce «Silone Ignazio», nel secondo volume del Dizionario storico della Resistenza, sul cui valore scientifico ha già avanzato, tempo fa, alcuni fondati dubbi Gianni Belardelli sul Corriere della Sera. Scrive testualmente Collotti a chiusura della voce (p. 646): «In anni recentissimi è stato coinvolto nell’accusa di aver fatto confidenze compromettenti su antifascisti alla polizia politica fascista per contatti presi con un funzionario dell’Ovra, allo scopo di alleggerire la posizione del fratello, Romolo Tranquilli, arrestato con l’imputazione di aver partecipato nel 1928 all’attentato alla fiera di Milano, accuse che mirano probabilmente a screditare l’antifascismo più di quanto non vogliano contribuire alla ricerca della verità». Qui la questione Silone viene ricondotta addirittura allo stato primitivo del dibattito. Collotti non vuol sentire parlare neanche delle tesi difensivistiche dei «negazionisti» alla Tamburrano, che avevano trovato per giustificare la delazione di Silone un fragile appiglio nelle vicende dell’arresto del fratello Romolo. Collotti si permette anche di ignorare la prova principe dei rapporti tra Silone e il funzionario della polizia fascista Bellone, cioè la lettera autografa dell’aprile del 1930; ma questo a lui poco interessa, la ricerca è una manovra dei nemici dell’antifascismo per gettare discredito su di esso.

 

 

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