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Il triste ritorno della Nuova Resistenza

LIBERAL BIMESTRALE
di Ferdinando Adornato
Anno II n. 11 - Aprile - Maggio 2002

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Non è sano un Paese nel quale, come è accaduto in Italia, diversi ambienti della politica e della cultura scelgono di celebrare e di assumere come mito politico una cosiddetta, presunta «rivoluzione giudiziaria». Alla fine di girotondi basati su un simile abbaglio etico e storico, «giù per terra» rischiano di finire solo i valori della democrazia liberale. Se in una democrazia si arriva al punto di doversi schierare «pro» o «contro» un’inchiesta giudiziaria vuol dire che un profondo vulnus si è già creato nel suo tessuto di norme e di valori. Perfino del tribunale di Norimberga gli storici discutono ancora la legittimazione etico-giuridica: figuriamoci se possa diventare oggetto di santificazione quella ben meno solenne del pool di Milano o di qualsiasi altro pool.

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Eppure c’è più d’uno affetto proprio da questa «sindrome di Norimberga» e che proprio all’interno di questa assurda logica legge quel 1992 di Milano come l’avvento di una nuova fondazione mitico-politica della Repubblica, come la sanzione di una sorta di «nuova resistenza» contro un potere totalitario e onnivoro. Non a caso quel «resistere, resistere, resistere» incredibilmente pronunciato dal procuratore Borrelli, è diventato uno slogan ripetuto e condiviso nelle piazze. Vorrei essere chiaro: qui non è in difetto solo il Borrelli magistrato. Lo è anche il Borrelli cittadino, l’intellettuale che non dovrebbe ignorare come già nel nostro recente passato hanno operato tanti cattivi maestri che proprio sull’illusione di dover fondare «nuove resistenze» (al regime democristiano o a quello delle multinazionali) hanno finito per creare autentici mostri ideologici con esiti, lo sappiamo, anche tragici. Intesa a questa maniera, come avanguardia di una Nuova Resistenza, l’autonomia giudiziaria non risulta dissimile dall’antica autonomia operaia. Con un aggravante: che coinvolge in un’ipotesi di rottura istituzionale anche un corpo dello Stato.
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Ecco allora che il primo obiettivo delle riflessioni sul decennale di Mani pulite sarebbe dovuto diventare il seguente: l’Italia si trovò davvero davanti, come gran parte della stampa internazionale e nazionale ha sostenuto, a una «rivoluzione giudiziaria»?
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Così è apparso a molti: eppure si è trattato di un vero e proprio inganno ottico per accorgersi del quale basta attenersi ai dati di fatto. Alle elezioni del 1992 la Lega di Bossi riporta il suo primo rilevante successo quasi cancellando dall’intero Nord la grande forza della Dc e del Psi. Eppure Mani pulite non era ancora cominciata: era stato appena arrestato Mario Chiesa, poco prima del voto. Ancora: nel 1991, un anno prima, si era già svolto il referendum sulla preferenza unica, diventato presto una protesta di massa contro i partiti. Erano, inoltre, già state raccolte, ben prima che Di Pietro entrasse in azione, le firme per il referendum sul maggioritario che, nel 1993, avrebbe definitivamente sancito l’ingresso dell’Italia in una nuova era istituzionale.

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La storia parla dunque chiaro: all’inizio degli anni Novanta la società italiana, dopo decenni di malattia, reagisce e pone l’intera classe dirigente di fronte alla necessità di aprire nuove strade per il Paese. Due erano allora le più accreditate offerte politiche, simboleggiate dai nomi di Bossi e di Segni. Da una parte la rinuncia all’idea stessa di patto nazionale. Dall’altra, il tentativo di rigenerarlo attraverso una rivoluzione del sistema politico e istituzionale. Senza questa incubazione della crisi che, non dimentichiamolo, ha la sua vera data-chiave nel 1989, con il mutamento di tutti gli assetti geopolitici del mondo, il pool Mani pulite non avrebbe potuto neanche cominciare a operare. Quella italiana non può, dunque, in alcuna maniera essere definita una rivoluzione giudiziaria. Tangentopoli non segna affatto l’inizio della crisi del vecchio regime. È piuttosto la metastasi di una malattia cancerosa lunga decenni. L’esito dell’assenza di cure, non la cura.

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Non è cosa da poco: perché aver rovesciato questi termini del giudizio è stato ed è il principale errore degli ideologi di Mani pulite. Aver cioè considerato l’azione giudiziaria non come l’esito di una malattia più ampia, ma come la «cura» dei mali italiani. Questo è stato ed è il vero e proprio «delitto del pensiero» causa di tanti equivoci politici, sul quale si basano ancora tutte le polemiche in corso che costringono il Paese a vivere in una sorta di «continuo dopoguerra» senza poter cicatrizzare le sue ferite.

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Le cose forse erano e sono insieme più semplici e più gravi da interpretare. All’inizio degli anni Novanta, i magistrati, al pari di tutti i cittadini italiani, hanno sentito soffiare l’alito di un nuovo vento e sono finalmente riusciti a intervenire sul potere, laddove prima si scontravano con insabbiamenti e omertà. Era inevitabile che sulle prime, intorno a loro, si creasse un grande consenso popolare. È inutile dire bugie: chi non ha avvertito un moto di soddisfazione nel vedere finalmente penetrato quel muro di gomma che proprio l’onorevole Craxi, da solo e inascoltato, definì in Parlamento come un sistema di corruzione generalizzato e condiviso?

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Allora la domanda più importante da porsi è una sola: perché quel consenso si è progressivamente logorato fino trasformarsi in sfiducia? La mia opinione è che la responsabilità ricada interamente proprio sull’affermarsi del mito della rivoluzione giudiziaria. Sull’idea che l’azione di un tribunale potesse sostituirsi all’azione della politica. I magistrati, dicevo, come tutti i cittadini hanno ascoltato il nuovo vento.

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Era umano che avvenisse. E infatti è avvenuto per tutti. Ma, piccolo particolare, essi per primi dovevano sapere e mostrarlo con i loro comportamenti, che i magistrati non erano e non sono liberi cittadini: sono un ordine dello Stato. Dovevano cioè sapere che il loro intervento, si badi, anche laddove giustificato e alieno da forzature (e si sa che non fu così) è comunque sempre estremamente delicato per le sorti di una democrazia. Invece alcuni di loro non hanno saputo evitare di considerarsi agenti di una missione purificatrice, finendo per concepire il diritto come uno degli strumenti politici da usare per il buon esito della Causa la quale, per altro, per affermarsi, sentiva il bisogno di esibire una vanitas mediatica e divistica che assai poco si addice a un servitore dello Stato e ancor meno somigliava all’eroica solitudine di Falcone e Borsellino, pur impropriamente richiamati come numi tutelari.

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Diciamolo in altri termini: «sovrano», sosteneva Carl Schmitt, «è chi decide nello stato d’eccezione». Ed era forse inevitabile che negli «eccezionali» anni del big-bang dei vecchi partiti la magistratura si venisse a trovare in una straordinaria condizione di sovranità pressoché assoluta, nella quale si sono purtroppo verificati diversi abusi di potere. Ma assolutamente insostenibile si è rivelata la pretesa del pool di Milano di prolungare questa impropria sovranità anche quando, nel 1994, la democrazia italiana, con l’avvio del nuovo sistema bipolare ricomponeva forma e sostanza della sovranità popolare. L’avviso al presidente Berlusconi, riletto storicamente, fu in realtà l’avviso che un’era era finita senza che alcuni magistrati se ne rendessero conto.

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In conseguenza di questa enorme distorsione, la transizione italiana finì per comporsi di tre ipotesi distinte: oltre a quella federalista di Bossi e a quella referendaria di Segni si aggiunse quella giudiziaria o giustizialista simboleggiata dal percorso di Di Pietro. Ma quest’ultima, come detto, in un Paese civile non può in alcun modo aver corso e, per fortuna, non l’ha avuto. La prima e la seconda, pur avendoci provato, non sono state in grado, da sole, di costituire un’alternativa alla crisi di sistema. Attenzione: da sole non hanno potuto «risolvere» la transizione. Ma senza il loro apporto analogamente nessuno potrà riuscirci. Ecco allora perché sia il tema del federalismo che quello del presidenzialismo continuano a essere di stretta attualità, mentre l’ipotesi giudiziaria ha perso consenso restando appannaggio di qualche magistrato con la psicologia del reduce e di alcune minoranze politiche. È probabile, ma lo dico en passant, che la Casa delle libertà, accanto a tanti altri motivi, abbia vinto le elezioni anche perché ha offerto un quadro più certo di costituzionalizzazione di queste spinte. Mentre la sinistra sembra purtroppo ancora incerta, oltre che tra Cofferati e Blair, anche tra Montesquieu e Moretti. Non lo dico con istinto polemico ma come ricostruzione storica: il Pci, dagli anni Sessanta in poi, non permise mai che prevalesse nella propria area di riferimento la cultura gauchista. Oggi invece sembra che ogni argine sia caduto. E questo non è un bene per il Paese.

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Personalmente non ho mai creduto all’esistenza di un piano disegnato a tavolino dai magistrati per la presa del potere. Ma ciò non significa che alcuni di loro non possano aver immaginato di «approfittare dell’occasione». Ancora: si può persino concedere che alcune forzature siano state il frutto del clima dell’epoca, di una catena di azioni e reazioni probabilmente inevitabile. Ma ciò non dovrebbe impedire oggi di riconoscerle come tali e soprattutto di ricordare che una classe dirigente è tale proprio se è in grado di elevarsi al di sopra del contingente e di interrompere con saggezza di comportamenti la chimica dell’inevitabile. Ecco allora che il giudizio storico, l’ardua sentenza dei posteri, non può non riconoscere che alcuni magistrati italiani non si sono allora comportati da classe dirigente. Che, anzi, nel corso del tempo si sono trasformati anche loro da presunti risolutori della crisi in agenti attivi del suo aggravamento. A ogni modo solo ideologia o cecità possono impedire di riconoscere, ancora oggi, l’alto grado di inquinata illusione che ha prodotto il considerare la rivoluzione italiana come una rivoluzione giudiziaria. Una cultura autenticamente liberale dovrebbe persino rifiutarsi di pronunciare queste due parole insieme. Per uno Stato di diritto «rivoluzione giudiziaria» è un ossimoro.

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Non solo per motivi etici, ma anche per motivi pratici: infatti un regicidio, vero o metaforizzato da un tribunale, non testimonia di per sé di un effettivo cambio di regime. Se non altro in base a considerazioni di semplice buon senso: 1) Nessun cittadino ha la garanzia che le inchieste, per calcolo dei giudici o per effettiva mancanza di prove, effettivamente colpiscano tutti i protagonisti della corruzione. Di qui l’unilateralità lamentata da molti. Ed è inutile replicare dicendo che sui partiti della sinistra non si sono trovate prove. Perché non è importante certificare se si tratti di malafede o di inevitabile parzialità: ciò che si intende contestare è proprio la falsa pretesa di ricavare dall’inchiesta una qualsivoglia verità politica. 2) Nessuna inchiesta giudiziaria può, in sé, riformare un sistema politico. Può, appunto, colpire parte o tutta una classe dirigente ma non può mai modificare, da sola, i meccanismi che hanno prodotto la corruzione.

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La conseguenza è che finora Mani pulite ha funzionato come gogna e come alibi. Gogna per chi è caduto nella rete, alibi per chi non ci è caduto. Nessuna «soluzione politica» può dunque essere indicata dai tribunali o da movimenti a essi ispirati. Eppure l’Italia ancora ferocemente si divide su un tale ovvietà giuridica, storica e politica.

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Ma se errare è umano, perseverare è diabolico. E così se l’assurda tesi della «resistenza al regime» poteva avere una qualche suggestione nei primi anni del big-bang italiano, quando, come ho detto, la crisi politica rendeva arduo decifrare i contorni di una sovranità popolare sottoposta a profonde modificazioni di sistema, continuare ancora oggi a immaginare una «resistenza» al potere politico mentre l’Italia sceglie liberamente i governi nel quadro del nuovo bipolarismo, è francamente ridicolo. In Italia, se ci sono mai stati, non ci sono regimi: ma parlamenti democratici dalla cui autorità nessuna zona della società può sentirsi affrancata. Se si vogliono contestare governi e parlamenti in carica considerandoli regimi, o come ha detto D’Ambrosio «la notte della democrazia», bisogna imboccare, come ha già fatto Di Pietro, la strada della politica; non mascherare tali opinioni dietro la sacralità della toga. Perché così facendo i propri legittimi giudizi si trasformano in pregiudizi e rendono impossibile adempiere al dovere di magistrato.

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Ricordo il volto smarrito di Antonio Di Pietro pronunciare, in un’aula di tribunale, cinque piccole grandi parole: «Sono anch’io una persona». Si lamentava della stampa grossolana e colpevolista. Obiettava contro il presunto oltraggio dei suoi diritti di difesa. Questa icona da contrappasso dantesco è la fotografia storica dell’illusione della «rivoluzione giudiziaria». Non è mai decisivo se chi detiene il potere sia «buono» o «cattivo». È invece decisivo se egli usa come bussola le regole o solo la propria presunta ragione. La storia è piena di tali amari scacchi: agire colpevolmente contro eventuali colpevoli non rende, per ciò stesso, innocenti. E fatalmente espone alla nemesi, all’eterno ritorno della propria stessa colpa. È il destino di ogni giacobinismo.

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Un pensiero di Lord Acton: «Non c’è eresia peggiore di pensare che la carica santifichi chi la detiene».

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Allora: per quanto sembri paradossale, quei magistrati che si sono sentiti protagonisti di una rivoluzione e le elites intellettuali «girotondine» (più giacobine che girondine) hanno obiettivamente cooperato e cooperano alla diffusione di un medesimo errore politico: la riduzione della crisi italiana al conflitto legalità-illegalità. Si tratta di grave errore: perché a questo modo si occultano i veri motivi di fondo della crisi aperta, come abbiamo visto, dagli anni Settanta ed esplosa poi nel 1989: che sono la precarietà della stessa identità nazionale, l’assetto centralistico del suo Stato e quello parlamentaristico del governo, l’anacronismo del patto sociale tra le categorie e le generazioni e infine, la caducità dei valori di fondo del nostro sistema, ancora condizionati dalle ideologie della guerra fredda. Tali motivi erano e restano il cuore della «questione italiana». Ed è assurdo che ancora oggi si riduca tutto al presunto scontro tra legalità e illegalità.

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Una controprova. Se anche avessimo vissuto e vivessimo nel più onesto dei Paesi, con singoli, gruppi e partiti al confine della santità, ebbene, nella stessa identica maniera lo Stato italiano sarebbe entrato in crisi. Non è forse così?

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È molto importante sgombrare il campo da tale errore, non già per abbassare la guardia contro la corruzione, ma per riuscire finalmente a superare la cristallizzazione di questi due «partiti» sui quali si tenta di ingabbiare il discorso pubblico sulla giustizia: il presunto conflitto tra il partito dei giudici (legalità) e quello del potere (illegalità). Finché l’Italia resterà prigioniera di questa caricatura premoderna non diventerà mai una nazione civile.

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Del resto, lo squarcio aperto da Tangentopoli non è consistito tanto nella scoperta della corruzione in sé, quanto nell’emergere di ampie zone del potere organicamente segnate dall’irresponsabilità e dall’impunità. Cioè strutturalmente sottratte a ogni controllo dello Stato e dei cittadini. I motivi di tale sottrazione di sovranità poggiano le loro radici nel degenerato rapporto tra Stato e partiti costruito dalla Prima Repubblica. Da questo punto di vista non ha grande rilievo per il cittadino, se debba «vincere» la magistratura o la politica. Il vero problema di una democrazia liberale è che nessun potere divenga irresponsabile e impunibile. Che esistano, per ogni potere, efficaci strumenti di controllo e che essi risiedano, in ultima istanza, nella sovranità popolare.

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Chi controlla i controllori? Questa è la vera domanda aperta dalla caduta della Prima Repubblica. Ebbene, da questo punto di vista non c’è dubbio che la politica ha cominciato a compiere alcuni primi passi importanti, sia pure ancora non definitivi, per riscrivere il proprio rapporto con la sovranità popolare. La magistratura, invece, è rimasta al palo, priva di riforme che potessero rinnovare il patto di fiducia con i cittadini. Alcuni ordinamenti seguono il principio dell’elezione popolare del magistrato, altri quella del suo controllo politico. In Italia, come è noto, si è costruito un sistema basato sull’autocontrollo della magistratura. Ebbene, se si vuole restare dentro questo sistema, evitando che il potere giudiziario appaia come un potere oligarchico, autoreferenziale e sostanzialmente impunibile, bisogna avere il coraggio di affrontare una grande riforma. Non già per punire la magistratura ma, al contrario, per restituirle fiducia e prestigio.

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Per arrivare a questo occorre proporsi un’analisi più obiettiva. Il fatto è che, dalla fine degli anni Settanta, la nuova complessità degli interessi e dei valori della società italiana si è scontrata con l’emergere della radicale crisi di rappresentanza del vecchio sistema istituzionale e ha fatto sì che si spostasse dal politico al giudiziario la sede di soluzione di numerosi conflitti sociali e civili. Tale fenomeno, esploso contemporaneamente in molti Paesi occidentali, ha finito per investire la magistratura di una funzione di supplenza: che non le può certo essere rimproverata. Sbaglia però chi ritiene che tale anomalia possa offrire, all’Italia, maggiori chance di giustizia. Tale supplenza conduce la magistratura, anche se in modo involontario, lungo la strada dell’esercizio di un «governo politico» e quindi a un’obiettiva alterazione dello Stato di diritto. Alleggerire la magistratura da tale impropria supplenza significa tre cose: modernizzare rapidamente la legislazione ordinaria, costruire una nuova architettura dei poteri giudiziari e immaginare nuovi strumenti di autorità e di controllo pubblico chiamati a garantire la correttezza della vita amministrativa, economica e sociale. Ogni ideologia giacobina così come ogni pigrizia riformatrice della politica non possono che ritardare questi traguardi di civiltà.

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Concludendo: Tangentopoli è stata l’apice di una profonda distorsione istituzionale. Le evidenti responsabilità del potere politico e le forzature del potere giudiziario hanno raggiunto il livello della crisi di sistema. Abusi politici e strappi giuridici si sono coniugati avvelenando l’intera vita pubblica. Se si vuole evitare un’ancor più radicale degenerazione dello scontro tra i poteri e disegnare il profilo di una società responsabile in cui nessun potere prevalga sugli altri, (ma il cittadino su questi), bisogna voltar pagina. Il che vuol dire che non si può uscire davvero da Tangentopoli fino a che si rimarrà nell’ambito di meri interventi tampone, esclusivamente orientati a riforme di tipo procedurale paralizzate, per altro, da veti incrociati. Voglio essere molto chiaro: la strada dei girotondi, la strada di una permanente sfida alla politica come quella immaginata dal pool di Milano, è per la magistratura italiana una strada senza uscita, un vicolo cieco. Ed è un vicolo cieco per l’intero Paese.

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Dieci anni dopo Tangentopoli, se vogliono davvero guardare al futuro, il mondo della giustizia e il mondo della politica devono proporre una svolta all’Italia. Devono isolare ogni estremismo e siglare una nuova «intesa cordiale». Lavorando insieme a realizzare una vera grande riforma dello Stato. Altrimenti prevarranno soltanto chiacchiere, rancori e compromessi. Spesso in Italia le Grandi Indignazioni sono propedeutiche alla misera tattica del do ut des. Il nostro è un Paese che passa, in un batter d’occhio, dalla denuncia del Grande Fratello alla lettura del manuale Cencelli. L’Apocalisse in genere viene denunciata quando si teme di essere lasciati fuori da una qualche divisione del potere.

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Ecco perché ai girotondi preferiamo la serena discussione di merito. Ecco perché combattiamo la cultura della continua «emergenza democratica» o della permanente resistenza a un presunto regime.

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Diceva Montesquieu: «Se il caso di una battaglia, cioè una causa particolare, ha provocato la caduta di uno Stato, esisteva una causa generale che faceva in modo che quello Stato dovesse perire per una sola battaglia: in una parola, l’andamento principale porta con sé tutti gli accidenti particolari». Ebbene è dieci anni che diversi settori politici, aree intellettuali, media e opinion makers vogliono costringere l’Italia dentro l’ottica degli accidenti particolari, le risse tra poteri, le faziosità, i veleni, le partigianerie, le false resistenze. Le classi dirigenti che hanno a cuore il futuro dell’Italia devono invece occuparsi della «causa generale». Il completamento di quella grande riforma dello Stato che rubricata sotto le voci del presidenzialismo, del federalismo, della riforma della pubblica amministrazione e della giustizia il Paese attende da prima ancora che l’89 e il ’92 segnalassero la radicalità della malattia. Solo quando l’avremo completata, oltre alle mani, avremo anche la coscienza pulita.

 

 

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