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Immobilismo che lusso!

LIBERAL BIMESTRALE
di Ettore Gotti Tedeschi
Anno n. 12 - Giugno - Luglio 2002

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FL12_th  
La storia è fatta anche di scontri tra esigenze di decisioni opportune e ideologie o considerazioni morali, giuste o sbagliate. In materia più economica, il risultato non è solo legato alle forze delle parti e alle condizioni di successo, ma anche alla possibilità di assorbire l’errore del non realizzato cambiamento (riforma). Parlando quindi di riforme economiche ricordiamo che l’economia è solo uno strumento, neutrale di per sé, con cui in un sistema di civiltà si propone un modello di gestione delle risorse, essa non è buona o cattiva, normalmente è solo opportuna o no nel perché e nel come è decisa e implementata. Ma il suo apprezzamento, se è cioè buona o cattiva, è implicitamente legato alla sua valutazione «culturale» che ha radici necessariamente ideologiche e morali. Faccio un esempio storico conosciuto da tutti: nel Sedicesimo secolo con la scoperta del nuovo mondo e l’impulso ai commerci, la finanza divenne motore della nuova economia e l’abitudine a vederla strumento di usura richiese una riforma immediata. Sappiamo cosa è successo a chi vi si oppose. Un altro clamoroso esempio. La logica e la legge del capitalismo competitivo occidentale travolse l’economia dirigistica socialista refrattaria alle Riforme, la sua organizzazione e parte della sua stessa «dottrina», il Muro crollò (anche) per fallimento economico del sistema. La prima lezione spiega quindi che opporsi a una riforma economica necessaria può metter in discussione persino una ideologia. Da molti anni l’ideologia anticapitalistica nel nostro Paese ha creato un pensiero socioeconomico duro da essere superato e riformato indipendentemente dai fatti che ne spiegano l’esigenza tanto da far pensare che l’opposizione sia più politico-ideologica che tecnica. Questo spiega la difficoltà di realizzare riforme che sembrano esser necessarie in un momento storico come quello attuale fondato sul mercato con sempre minor ruolo dello Stato al fine di sviluppare una forma di capitalismo che si fondi più sulle idee che non sul capitale.
Ma se nel corso della storia abbiamo appena visto come sono cadute o trasformate morali e ideologie forti che si opponevano alle esigenze del mercato e delle leggi economiche, non è una contraddizione riconoscere l’attuale difficoltà ad accettare riforme, soprattutto se ragionevoli e spiegabili da evidenti esigenze competitive? Ideologicamente si può essere contro il mercato e la concorrenza e si può pertanto non volerla, isolarsi e ignorarla, ma se si è sul mercato che vuole determinate leggi e regole del gioco, ostacolarle o impedirle equivale a un’azione controproducente persino per sé stessi, a una forma di boicottaggio non alla riforma, ma al sistema competitivo. Nessuno si sognerebbe di impedire riforme in un sistema di assoluta economia di mercato (non sarebbe possibile), come nessuno si sognerebbe di impedirle in un sistema, in fallimento, di economia dirigistica (non avrebbe senso), invece questo modello di «impedimento» sopravvive nei sistemi di economia ancora mista. E ciò avviene per varie ragioni. La principale è che questi funzionano ancora producendo ricchezza grazie alla parte «privata» che equilibra quella «pubblica» assistenziale, così è più difficile dimostrare con fatti cosa va cambiato, come e in che tempi. Qui la resistenza è più complessa, si sta (ancora) bene, si possono (ancora) assorbire errori, etc… Non solo, l’esempio di altre esperienze (gli Stati Uniti per esempio) è poco accettato per le sue regole di funzionamento, i suoi errori e così via. Cosicché ci si può concedere il lusso della speranza ideologico-utopistica di soluzioni alternative alla riforma proposta (economica). Così fra i due dogmatismi (ineluttabilità e bontà della riforma e il contrario) nasce la terza via, quella della semi-riforma empirica, compromesso fra le due. È evidente che il tentativo di fare ostruzionismo ideologico è quindi legato a un obiettivo politico, per esempio realizzare un nuovo modello socio- politico-economico, ma perché questo sia sostenibile deve essere realizzato da tutti gli stati competitori, insieme, poiché rappresenta un modello competitivo che deve regolare il mercato. Esiste anche l’ipotesi che l’obiettivo possa essere quello di forzare la decisione per deteriorare il sistema e ottenere vantaggi conseguenti. Ma quale può essere l’effetto? Il risultato del blocco delle riforme? È evidente che essendo l’economia una scienza empirica e neutrale non si può concludere che una scelta produca necessariamente un risultato oppure che una situazione sia il risultato di scelte, la relazione causa effetto è difficilmente dimostrabile in economia, basta pensare alle ipotesi in regime di «concorrenza perfetta» e quelle in concorrenza reale. Ma andiamo al tema delle riforme che riguardano l’economia del lavoro. Chi poi «sfrutta» di più il lavoratore? La concorrenza o la non concorrenza? Chi può compromettere la stabilità del lavoro? La protezione o il mercato che chiede concentrazione competitiva? Quanto costa la protezione economica? Ma soprattutto quanto è ancora realizzabile concretamente in un mondo economico dove chiunque può competere e chiunque perciò può fallire se non è competitivo? Conclusione, la difficoltà di fare riforme risiede in due principali fatti, il primo e principale è potersi permettere questo «lusso», il secondo è legato alla fattibilità della trasformazione organizzativa delle idologie, in pratica la riforma del lavoro è legata alla autoriforma delle organizzazioni «sociali». La soluzione alternativa è il deterioramento del sistema ai limiti dell’accettabilità.
 

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