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Ovidio, il primo europeo

LIBERAL BIMESTRALE
di Roberto Mussapi
Anno II n. 11 - Aprile - Maggio 2002

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Difficile indicare pochi autori come emblemi della cultura europea. La letteratura europea è un’unità prodigiosa e molteplice, un coro di voci diverse ma inscindibili dalla loro europeità. Partiamo da uno dei momenti d’origine, la civiltà greca, che già vede fondersi, nella tragedia, miti d’origine orientale e interrogazioni nella forma di un nascente Occidente. Passiamo a Roma: al culmine dell’impero di Augusto fiorisce, nella capitale, una letteratura prodigiosa, probabilmente, nella sua complessità, insuperata in ogni epoca d’Oriente e d’Occidente. Gli autori che scrivono a Roma non sono romani, quasi nessuno è nato nella capitale, in un’età in cui le distanze geografiche hanno un peso diverso dalla nostra epoca dei voli aerei. Catullo è nato a Sirmione, Virgilio è di Mantova, Ovidio abruzzese, Lucrezio campano, Orazio è anche lui un «provinciale». Eppure la fucina della civiltà romana e latina nasce da questi autori dell’orizzonte coincidente con il centro del cerchio, secondo un’immagine di Sant’Agostino ripresa dal grande pensatore americano Ralph Waldo Emerson e poi da Borges, due autori che, non europei (il primo protagonista del Rinascimento americano, il secondo argentino con madre inglese e quindi meticcio) meglio di altri hanno saputo capire il talento europeo.
Tra i latini sceglierei Ovidio, perché il suo capolavoro, le Metamorfosi, diventa il background di tutta la grande letteratura europea a venire, da Alighieri a Shakespeare, da Marlowe a Goethe. Ovidio scrive, nel grande poema delle metamorfoosi, la storia di un’anima che incessante si rigenera in nuove forme, rappresenta il dramma dell’oltretomba classico, greco e romano, senza luce e colore, disperato, a cui risponde un’anima mundi di origine orientale, di connessioni egizie, che reagisce a quel buio con la metamorfosi. Ovidio è europeo perché risponde al dramma occidentale ascoltando le voci d’Oriente, perché assimila il diverso, rendendolo diverso dalla forma in cui era stato assimilato. Ovidio traduce. Non a caso finisce la sua vita in esilio, sul Mar Nero, per un imperscrutabile editto di Augusto: l’Europa è assimilazione, comprensione, e anche esilio.
Anche il Dolce stil novo è un miracolo che non poteva essere se non europeo. La lingua della poesia d’amore, elaborata dai trovatori, prosciugatasi in secche immagini di diaspro al sole di Sicilia, diviene lapidaria e incenerente in Guinicelli e in Cavalcanti, dove il dramma amoroso, tipicamente occidentale, diviene cosmico. Dante dilata il dramma amoroso, il dramma dei due fino a farlo esplodere nel poema, e per farlo attinge anche alla sapienza islamica: ancora un europeo che per compiere il capolavoro esce dal suo continente e attinge ai confini. Senza di lui non avremmo la dimensione verticale, che l’Occidente tende, dopo il Medioevo, a spegnere, e avremmo perduto la memoria del viaggio agli inferi. Shakespeare è l’altro grande momento dell’Europa, perché nel suo teatro coesistono illusione e passione, la vita dipinta sulla superficie ingannevole delle immagini è anche la vita che ne ispira la rappresentazione. Questo dramma tra illusione e realtà, entrambe percepite come vere, è antropologicamente europeo, là dove l’indiano spingerebbe verso l’illusione e l’eurocentrico verso la realtà.
Con Robert Louis Stevenson l’uomo ritorna in mare e salpa verso un’isola dove è sepolto il tesoro. Non esita, segue quella rotta che lo porta per mari sconosciuti. L’Europa era nata con un eroe povero, forte, pieno di ferite e di salsedine, non vanaglorioso come il barbarico, subliminalmente eurasico Achille, ma pieno di fango e polvere, e capacità di parola e racconto, che cercava di tornare alla sua povera isola, a quell’Itaca che è il ritorno, il tesoro dei tesori.
Con Rilke l’uomo alla soglia trapassante dall’Ottocento al secolo del nulla, rivive la presenza degli angeli e di quella realtà medianica, comunicante tra cielo e terra, spesso in forma di poesia, che è la nostra storia di poesia dell’incarnazione e del mistero. Con Rilke noi rileggiamo in versione europea il mito orientale di Orfeo, che si traduce in parole scritte e impegno morale, che non si esaurisce nel miracolo della voce ma la traduce e stampa.

 

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