Da tempo in Italia si dibatte e si discute di «riforme» lasciando molto spazio alla propaganda più che alla concretezza delle proposte. Ne consegue un effetto di nebulosa verbosità che non giova di certo ad affrontare come si dovrebbe i cambiamenti necessari, non solo per modernizzare pienamente il nostro Paese, ma soprattutto per tenere testa sul piano politico, economico e sociale ai veloci mutamenti dello scenario internazionale. Dopo i tragici fatti dell’11 settembre, poi, le cose sono andate ancora più avanti. Da noi, invece, permane una situazione di conflittualità istituzionale, politica e sociale, che si porta dietro la pesante eredità di problemi irrisolti e fortemente limitanti l’orizzonte dell’azione e del progetto politico. Nel mondo si profila l’esigenza di un nuovo ordine istituzionale in grado di combinare l’identità di popoli e di Stati coinvolgendo interi continenti. In Europa, la sfida globale reclama giustizia sociale, equità, libertà ed efficienza. In Italia non si parte da zero. Si tratta di traguardi alla nostra portata e non parleremmo, per questo motivo, di «riforme impossibili». C’è da noi un vecchio complesso duro a morire: quello di non riconoscere, al di là dei difetti, i meriti e i progressi compiuti anche per l’opera di chi, sul piano sociale e politico, ci ha preceduto. Eppure il nostro Paese ha compiuto anche in quest’ultimo decennio grandi passi avanti. Importanti riforme istituzionali, economiche e sociali ci hanno consentito di agganciare la locomotiva d’Europa. Abbiamo centrato l’obiettivo del risanamento finanziario grazie al ruolo responsabile delle parti sociali che ci ha consentito di abbattere l’inflazione, con un controllo organico di tutti i redditi, avviando con un consenso ampio una serie di modifiche importanti del sistema previdenziale, del sistema contrattuale, del settore pubblico, della sanità . Ma è chiaro che tutto questo non basta. Dalla palude bisogna ancora uscire. È compito delle forze parlamentari e dei partiti ricercare le opportune convergenze, in un quadro di alternanza bipolare tra gli schieramenti politici, per uscire in maniera definitiva da una situazione che altrimenti diverrebbe di «transizione infinita».
Sono tre le grandi questioni da definire nei prossimi mesi:
a) un nuovo assetto istituzionale (o presidenzialismo o sistema di governo parlamentare) con la scelta della legge elettorale più adatta a garantire l’equilibrio tra assemblee rappresentative ed esecutivo;
b) la riforma del nostro capitalismo, che deve introdurre elementi propulsivi di democrazia economica, con nuove regole del mercato del lavoro, una flessibilità fiscale e salariale contrattata, investimenti nella formazione e nella ricerca;
c) un sistema fiscale più equo, in un quadro di tutela della famiglia, con un federalismo solidale in un disegno di riordino delle autonomie locali e regionali.
Il massiccio avanzamento tecnologico ha annullato le distanze nel mondo, ha mutato il comportamento dei mercati e delle persone, creando una situazione totalmente nuova. La conseguenza è che la competizione, oggi, si svolge tra grandi sistemi, e soggetti economici e sociali. Gli Usa lo sono già da tempo. L’Europa lo può e lo deve diventare. Non si tratta di aggiungere altri Stati a quelli che concorrono a dar vita alle attuali istituzioni europee. Si tratta, più in profondità, di concludere il processo di costruzione dell’unità europea, nella prospettiva di una federazione di Stati nazionali. È all’interno di questa prospettiva che va riordinato l’intero sistema delle autonomie locali e regionali italiane. La moneta unica è stato il primo passaggio di questa nuova logica, ma non basta. Per «fare sistema» ci vuole un’Europa politica con capacità competitive e di mercato. La sfida è aperta. Allo stato attuale, tra coloro che hanno condiviso l’unione monetaria, sono pochi i Paesi intenzionati a fare passi avanti sul versante politico, sul cedimento della «sovranità nazionale», sull’unificazione delle politiche economiche e sociali. È più che mai evidente che nelle società complesse si va delineando una richiesta di forte cambiamento e riformismo. Il problema è come conciliare questa esigenza con il consenso, coniugando efficienza e solidarietà. Rimane infatti forte la divaricazione tra regioni forti e regioni deboli, tra aree a piena occupazione e altre dove la disoccupazione è a due cifre. Questo rimane anche il vero problema del nostro Paese. Ma il Mezzogiorno da questione nazionale è diventata questione europea e mediterranea nel contesto del nuovo allargamento e della globalizzazione. Nessun risultato positivo per lo sviluppo si può ottenere se non c’è una politica fortemente motivata a risolvere il dramma dell’Italia «duale». Occorre creare occasioni di vantaggio fiscale, salariale, contributivo, che spostino gli investimenti al Sud. Al tempo stesso serve un intervento per le grandi infrastrutture che giovano all’impresa, assieme all’azione di ripristino della legalità nelle aree dove persiste la criminalità organizzata. Per competere bisogna elevare la qualità complessiva dei prodotti e dei servizi, facendo incontrare capitale e lavoro, costruendo un nuovo modello sociale ed economico basato sulla sussidiarietà, sulla partecipazione e su un sistema contrattuale orientato alla distribuzione della produttività. Il traguardo è una vera economia sociale di mercato ecologicamente compatibile. Ecco perché i temi delle riforme, pur necessarie dello Statuto del lavoro, e degli strumenti di occupabilità, sono solo la punta di un iceberg. Può essere la questione «residuale» (parole del ministro del Welfare) dell’articolo 18 l’unica unità di misura per calcolare conservatori e riformisti nel nostro Paese? Il problema vero è selezionare gli obiettivi e su quelli definire i ruoli e i comportamenti coerenti e reciproci di governo, imprese, sindacati. Il centrodestra non deve commettere lo stesso errore storico dei governi di centrosinistra (anzi di sinistra-centro) che negli anni scorsi hanno pensato di fare a meno del ruolo strategico dei corpi sociali, sulla base di una presunta egemonia culturale e politica. Ecco perché, forse, tutti oggi dovrebbero fare, responsabilmente, un passo indietro. Il momento del dialogo e della trattativa a tutto campo va subito rilanciato, operando una distinzione chiara tra la funzione democratica del corpo elettorale che decide legittimamente chi governa, dalla funzione delle autonomie sociali, religiose e istituzionali, costituzionalmente garantite, rispetto alle quali la via della coesione sociale, della collaborazione istituzionale rappresenta una specifica proposta di «cultura» di governo. Questa vera e propria «politica» si chiama: concertazione. Le riforme «possibili» possono essere frutto di questa sintesi tra le istanze della società civile attraverso la mediazione politica. Qualcuno pensa che il Paese può essere ben governato solo con istituzioni più forti. Nulla di più sbagliato. La Francia, l’Inghilterra, gli stessi Stati Uniti hanno istituzioni forti, consolidate, ma tuttavia non sono al riparo da fenomeni di estremismo, astensionismo, xenofobia, divisioni sociali, conflittualità diffusa, disoccupazione, emarginazione, povertà. Nessuno può e deve mettere in discussione il ruolo del Parlamento e delle istituzioni democraticamente elette, come momento di suprema sintesi della sovranità nazionale. Anzi abbiamo bisogno di forme rigorose di governabilità e di stabilità che vedano in ciascuna consultazione elettorale il momento delle scelte di rappresentanza e di governo. Ma questo non basta più a governare le società complesse. È necessaria soprattutto una nuova cultura della pluralità delle istituzioni di governo, che nei rapporti economici e sociali deve esplicare tutte le potenzialità alternative sia a una visione atomizzata degli individui, sia a una visione soffocante del primato della politica sulla società. Questo è il vero nodo da sciogliere subito, battendo la resistenza degli interessi contrapposti, le strumentalizzazioni di chi - come il segretario della Cgil, Cofferati - persegue finalità politiche coprendosi dietro la facciata sindacale. D’altra parte, anche nella Casa delle Libertà sbaglia chi pensa di mettere in soffitta la politica di concertazione, perché il «muro contro muro» non porta frutti positivi, anzi, favorisce l’estremismo e non aiuta la governabilità. Bisogna affermare una nuova politica sociale ed economica fondata sulla famiglia e la sua unità, dal fisco al lavoro, dalle pensioni ai servizi sociali, dalla formazione culturale e professionale all’impiego del tempo libero. Nelle incertezze di una moderna cultura liberal-democratica di governo, rischia di prevalere la tentazione di rotture sbrigative, di rimedi estemporanei, di appelli di piazza populistici e demagogici. Questa sarebbe una deriva pericolosa, un errore grave, forse irreparabile per il nostro Paese. Il conflitto sociale va governato, le riforme vanno fatte con il consenso più ampio possibile, senza subire veti da nessuno. Bisognerebbe fare tesoro della lezione di quattro grandi riformisti, Tarantelli, Ruffilli, D’Antona, Biagi, uccisi dal terrorismo proprio per aver ipotizzato un’idea di rinnovamento solidale, attraverso la via coerente del dialogo e del confronto dialettico. Il loro sacrificio non è stato invano. La concertazione rimane la strada per vincere le resistenze dei conservatorismi, di qualunque parte politica, per arginare vecchie mentalità ideologizzanti, chiusure pregiudiziali, l’antagonismo sterile della sinistra e dei movimenti antiglobal. Solo su queste basi di forte protagonismo rinnovatore, si potrà realmente intervenire, con grande fiducia nel futuro, nella difficile opera di riforma istituzionale e di rilancio economico e sociale del Paese.