L'Europa è un’opportunità da non perdere, una possibilità con cui confrontarsi e una chanche che riguarda il nostro futuro, ma non è un dogma. Il realismo, in questo caso, ci sembra la condizione migliore da dover seguire. Di analisi e verifiche, in questi ultimi anni, ne sono state fatte molte e diverse teorie in proposito hanno manifestato l’interesse e la dovuta attenzione che si deve a un contenuto così importante. È giunto il momento, però, di essere anche propositivi. Mettersi intorno a un tavolo per stabilire ciò che sarà nel futuro, non tanto nostro, ma di chi verrà dopo di noi, non è un’impresa facile. Essa richiede intelligenza e lungimiranza, accompagnate da una buona dose di memoria storica senza la quale si rischia di costruire sulla sabbia. In un periodo in cui sembra fare notizia solo ciò che costituisce polemica e contrapposizione tra le parti, sarebbe un segnale politico di non poco conto se, nell’ascolto delle diverse posizioni, il popolo ricevesse un messaggio propositivo da parte di chi ha la responsabilità della rappresentanza politica. Poter guardare alla costruzione del futuro con la convinzione delle proprie posizioni, non impedisce di saper rispettare chi ha una visione differente e non per questo necessariamente sbagliata. Chi ha responsabilità politica non può sottrarsi al confronto e al dialogo quando la posta in gioco è la ricostruzione di un’unità organica e civile di popoli che pur con differenti tradizione culturali hanno una matrice comune. Il venir meno dell’unità d’azione nell’impegno politico dei cattolici non può equivalere a una semplice frammentarietà di presenze. Permane intatta per tutti, infatti, l’unità referenziale dei principi e dell’identità che non può essere spezzata, pena l’insignificanza della presenza cattolica in politica. I nomi di De Gasperi e Adenauer dovrebbero pur sempre riportare alla mente questa condizione previa.
Da questo punto di vista, l’occasione che si apre per ringiovanire il «vecchio continente» non è impresa da poco. La Convenzione che dovrà dare vita alla magna carta della rinnovata Europa obbliga a saper guardare senza alcuna reticenza alla realtà che si vuole costruire e invita alla parresia, perché l’apporto dei cattolici possa essere qualificato come una partecipazione di responsabilità e non come un pio apporto confessionale. Non sia mai che, in nome di una non ben definita laicità degli Stati, si impedisca di far sentire la voce dei popoli radicata nella loro fede e tradizione. Ci sono alcuni punti che, a nostro avviso, appaiono determinanti ed essenziali. La loro menzione esplicita nella nuova Carta ci sembra essere inevitabile mentre la loro assenza lascerebbe trasparire l’indifferenza e l’incuria verso ciò che ha finora reso possibile il progresso e la convivenza tra diversi popoli e culture.
Un primo punto riteniamo essere la libertà religiosa. Uno dei segni che hanno creato sviluppo e progresso nella coscienza cristiana di questi ultimi secoli ha trovato riscontro coerente nella dichiarazione del concilio Vaticano II Dignitatis humane. In un momento in cui la consapevolezza della dignità della persona e della sua esistenza trovano sempre maggior forza, il tema della libertà religiosa si pone come un centro catalizzatore di estrema rilevanza antropologica e politica. I mesi passati, a seguito delle vicende a tutti note, sono stati segnati da una più o meno attenta analisi del fenomeno del fondamentalismo religioso. A nessuno può sfuggire, tuttavia, che le diverse forme di fondamentalismo rispecchiano una comune matrice che è l’assenza di libertà. Pur rimanendo ancorati nell’insegnamento di Gesù Cristo, che ci ha chiesto di andare per le strade del mondo ad annunciare e istruire sull’amore di Dio Padre e sull’evento della sua risurrezione da morte, noi riteniamo che sia essenziale per ogni uomo e per ogni popolo, in qualunque parte della terra, la possibilità di esprimere la propria credenza e la propria preghiera. La libertà religiosa, però, non può limitarsi alla mancanza di coercizione; essa si estende a una sua autentica promozione. Ciò comporta la consapevolezza della dignità di ogni persona a poter esprimere se stessa e il proprio credo senza alcuna emarginazione sociale. Perché il diritto alla libertà religiosa possa essere coerentemente riconosciuto e sancito da un ordinamento giuridico, è necessario che nessuno abbia a marginalizzare la presenza del cristianesimo. Questo non è lecito, soprattutto in Europa. Dimenticare le nostre radici che affondano in duemila anni di storia, per ricondurre tutte le vicende di sviluppo e promozione a partire dal solo 1600, è un’offesa all’intelligenza, non ai cristiani. Sarà pur sempre necessario spiegare il senso della trasformazione dei nostri monumenti da ruderi romani a cattedrali romaniche e gotiche, il perché delle diverse strade del Settimo e Ottavo secolo, e che ancora oggi percorriamo, costruite per raggiungere i nostri santuari, oppure il sorgere dell’arte, della letteratura e delle filosofie del Medioevo… se si continuasse con l’elenco si diventerebbe impietosi nei confronti di quanti hanno una memoria corta e per questo incapaci di lungimiranza. Il cristianesimo appartiene a pieno titolo all’Europa ed è a fondamento della sua storia e dei suoi popoli. Un rinnovamento dell’antico continente può avvenire solo nella misura in cui gli si permette di riscoprire ciò che è stato, la sua identità e la sua missione. La storia di progresso e civiltà che ha permesso di raggiungere terre inesplorate e conoscere popoli nuovi, non può essere separata dall’ansia di portare il Vangelo, che era alla base di queste conquiste. Il nostro non era un vagito di globalizzazione, ma l’ansia spassionata di cattolicità perché a tutti i popoli e a ogni uomo arrivasse la verità donata da Dio e quindi la vera libertà.
In questo senso, riteniamo che un secondo elemento costitutivo della magna carta debba essere il riconoscimento della vita e della dignità della persona. Alcuni in Europa sembrano aver dimenticato che l’esistenza umana porta con sé la traccia del divino. La sperimentazione incontrollata, lo spasmodico desiderio di andare oltre le leggi immutabili della natura per la frenesia di notorietà e di guadagno, hanno fatto dimenticare la responsabilità che anche la scienza possiede nei confronti della vita. È nostro compito, in primo luogo, promuovere la dignità della vita personale e dove diventa necessario difenderla a ogni costo. Non è retorica affermare che su questo tema si giocano realmente i destini dei popoli e il loro futuro. Si spera che più nessuno avanzi l’obiezione che i cristiani sono contrari alla scienza e al progresso scientifico. Un’affermazione come questa ci offende per l’ignoranza che manifesta più che per la menzogna che contiene. Uno sguardo alla nostra storia mostrerebbe con efficacia quanto i cristiani siano stati veri promotori di scienza. Arroccarsi sempre e soltanto sul processo a Galileo, può essere comodo per far dimenticare che Copernico era un prete! Perché ogni volontà di difesa dell’esistenza deve essere interpretata come il tentativo di boicottare la scienza e il progresso? Sarà lecito domandarsi a quale principio etico anche gli uomini di scienza devono riferirsi? E pretendere che anche l’economia e la finanza abbiano un’etica è davvero sovvertire l’ordine costituito? Porre il tema dell’apporto dei cristiani dinanzi alla prospettiva di una nuova Europa significa anche prendere in seria considerazione il tema della tradizione e delle tradizioni. Nessuno dimenticherà che il secolo che ci stiamo lasciando alle spalle era sorto all’insegna della «coscienza storica». Una delle conquiste fondamentali che il pensiero europeo ha realizzato in questo secolo, è certamente la scoperta della storia: del suo valore, del suo significato per l’esistenza personale e dell’incidenza che essa possiede anche nella conquista scientifica. Recuperare la coscienza storica comporta saper valorizzare al massimo il senso di appartenenza e permette di verificare il contributo peculiare che la fede ha portato alla storia del pensiero in Europa. Il segno dell’unità della Chiesa è stato senza dubbio un elemento basilare nella costruzione originaria dell’Europa, come è dato a vedere realizzato e vissuto nel periodo medioevale. Alla stessa stregua, si deve considerare la lacerazione vissuta dai cristiani nell’epoca moderna, che ha portato alla divisione non soltanto ecclesiale, ma anche politica e sociale dell’Europa. Gli albori della storia europea, quindi, sono riconoscibili nei segni di appartenenza e unità che la fede cristiana portava con sé e che ha saputo esprimere in una storia di evangelizzazione che ha abbracciato l’Occidente e l’Oriente europeo.
Si deve costatare, con rammarico, che quanto aveva caratterizzato questo secolo sembra stia scomparendo. Una delle note che segnano negativamente la nostra condizione culturale va ravvisata nell’oblio della storia. Si perde sempre di più, infatti, il senso della storia e della tradizione. La vita delle giovani generazioni si costruisce senza un riferimento solido al passato e sembra ispirarsi all’effimero per quanto concerne il futuro. Il recupero della tradizione come forma di trasmissione che inserisce in un processo più ampio e che genera conoscenza è, a nostro avviso, una risorsa di cui la nuova Carta dovrebbe farsi carico. La tradizione, infatti, significa per noi non soltanto il riferimento a una storia bimillenaria che, nel bene e nel male ci appartiene. Essa, indica, piuttosto, la partecipazione diretta a una viva trasmissione che ispira e genera cultura. Per noi cristiani ciò significa un rinnovato impegno di partecipazione responsabile che obbliga a ripensare il ruolo della nostra azione politica, sociale e culturale. Il recupero del senso della tradizione e del suo valore per la costruzione dell’Europa è una strada da percorrere. Essa non è semplice; richiede, infatti, uno sforzo di originalità e un rinnovato spessore speculativo. Per alcuni versi, comunque, la strada viene spianata per l’apporto di alcune scuole filosofiche che hanno messo come tema centrale della loro ricerca proprio la tradizione. Avendo a fondamento una seria riflessione filosofica e la ricchezza teologica della concezione cattolica sulla tradizione, è possibile identificare l’apporto peculiare che si è chiamati a portare nel sorgere della nuova Europa. Se perderemo il senso e il peso della nostra tradizione, il rischio per aver costruito un’Europa sulle fragili fondamenta di un interesse puramente economico sarà sempre concreto e pericoloso. Se, invece, il recupero della coscienza storica farà da sostegno, allora anche le obiezioni e gli scetticismi di oggi potranno essere risolti e svanire alla vista della ricchezza culturale che la tradizione ha saputo mantenere. Con questa concezione di tradizione, diventa più semplice il rispetto per le tradizioni dei diversi popoli e per le culture che li animano. Nessuno può rimanere scandalizzato di questo fatto o opporsi a esso. La conservazione di queste forme è segno di progresso, perché costituisce parte della cultura che è forma di vita. Su questo scenario, è importante verificare la volontà di allargare i confini dell’Europa, per usare un’espressione di Giovanni Paolo II, «dall’Atlantico agli Urali, dal mar del Nord al Mediterraneo». È questa una condizione reale di libertà che impedisce di rinchiudersi in se stessi e nelle proprie ricchezze raggiunte. È necessario, dunque, allargare lo sguardo oltre i confini degli Stati e abbracciare i popoli dando a tutti concrete possibilità di sviluppo e di democrazia.